IL DUBBIO DI DIO
Nei racconti di Giovanni Ibba, due esperienze religiose di forte impatto emotivo
Avevo una camera singola in un palazzo dove c’erano altri studenti. Nessuno mi conosceva: potevo cominciare una nuova vita.
La speranza venne meno fin dalla prima notte. Stavolta le parole, che prima non avevano significato, cominciarono a farsi chiare. La testa fra le mani, piangevo disperato: non volevo più aspettare.
Accesi la luce del comodino che si trovava vicino al letto e andai a bere un bicchiere dacqua al lavandino che aveva un piccolo specchio attaccato sopra, sulla parete. Mi guardai mentre bevevo e vidi i miei occhi pesti. La stanza era piccola e le pareti avevano una carta da parati dai colori sbiaditi.
"Non posso più andare avanti così" mi dissi (p. 11)".
E langoscia di Olivier, giovane studente di teologia. Unangoscia conosciuta da tempo. Da tempo, infatti, Olivier sente alcune voci che ripetono il suo nome. Di solito, nel silenzio innaturale della notte fonda, quando tutti dormono e i rumori sono dentro di loro (p. 12). Una vocazione molto personale, si direbbe. Del resto, tutte le vocazioni non possono che essere molto personali.
Questi il tema e latmosfera del primo dei due racconti del libro "Il dubbio di Dio" di Giovanni Ibba (Edizioni della Meridiana, Firenze, 2002, p. 110, euro 10,00). Un racconto umido e secco, introspettivo, penetrante. Una ricerca di sé, costante e corrosiva. Un movimento in unarea senza segnaletica. La fatica della costruzione di un giudizio che nessuno può aiutarti ad erigere. Lesperienza dellessere totalmente soli con se stessi e con una voce che ti chiama. Unesperienza religiosa. Profondamente segnata dal tormento, dallincertezza, da un senso di impotenza dinanzi al trascendente. La solitudine assoluta e la vicinanza dellAltro. Lo specchiarsi del pensare nel sentire, del trovarsi nel perdersi, dellevidenza nel dubbio.
Una sensazione di linea di confine permane in tutto il racconto, costruito, per quel posso immaginare, con larte del levare, cioè con quella sofferta autoimposizione a togliere il superfluo, a limare il non necessario, nella consapevolezza che ci si avvicina allessenza non coprendola di parole, ma spogliandola dei rumori. Un levare sinonimo di scavare: dentro se stessi, dentro al senso della vita, dentro il mistero dellessere.
A metà della storia, da un colloquio rubato in un compartimento ferroviario, Olivier trae unintuizione: mi dissi che gli urli che spesso sentivo somigliavano ai vagiti di un neonato, e anche ai discorsi solo in apparenza senza senso dei bambini che stanno cominciando a parlare, spesso costruiti in modo illogico e sgrammaticato. Dio, mi sembrava, era un bambino e che da bambino mi parlava. Se non lo comprendo dipende solo dalla mia incapacità di capire i più piccoli. Dio ama come un bambino. Dio è un bambino. Non può comportarsi, non lo ha mai fatto, come un adolescente o un adulto. Non riesce a dire o a fare certe cose. Come un bambino ama gratuitamente. Le sue parole possono sembrare poco eleganti, possono anche far ridere, ma sono parole che però incidono qualcosa dentro di me.
Non è lultimo approdo per Olivier, anche se la luce del suo faro non è lontana.
Il secondo racconto si intitola Leggenda di un frate.
Scrive Michele Ranchetti in una sua nota Sui racconti di Giovanni Ibba: Nei due racconti i fatti sono appena presenti, Ibba racconta i pensieri dei due giovani con forte partecipazione affettiva, come se trattasse, come forse è, di due suoi confratelli, al di fuori di luoghi e tempi: le due storie infatti non hanno luoghi e tempi, si svolgono in una sorta di presente; che è il tempo proprio dellesperienza religiosa nel quale esse scorrono. La narrazione, tuttavia, è suggestiva, e chi legge è mosso dal desiderio di conoscere lesito del racconto, anche se sa che ciò che doveva accadere, in un certo senso, è già accaduto. (
) Ibba, del resto, non decide per i suoi personaggi: li lascia alla loro sorte. Sarà il lettore, se può, a valersi dellillustrazione che Ibba ci presenta dei due destini, a giudicare, dopo aver condiviso con lo scrittore, il senso di due percorsi religiosi esemplari, narrati con discrezione e intelligenza.
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