DESIDERIO DI INFINITO

Se i precedenti libri di Giordano Frosini hanno il merito di rivolgersi indistintamente a tutti i cristiani, essendo concepiti in modo tale da rendere accessibili alla comprensione temi e concetti teologicamente anche ardui, con il presente lavoro si infrange anche la barriera tra cristiani e atei.
"Desiderio di infinito. Il cristianesimo e le aspirazioni dell’uomo" (Edizioni Dehoniane, Bologna, 2001, pp. 118, £. 16.000), infatti, non solo può interessare “la miscredenza”, ma anzi pone proprio come suo scopo quello di instaurare un dialogo con essa, di trovare un interstizio, se non proprio un piano, entro il quale aprire un confronto pacato con il non credente o con l’indifferente, un confronto tessuto lungo i fili della ragionevolezza, dell’ascolto reciproco, dello sforzo di penetrazione nelle osservazioni altrui.

E’ una costante dei testi di Frosini il prendere avvio da un’urgenza riscontrata, a livello personale o di temperie culturale. In questo caso, il dato di partenza è quanto mai tangibile: "Il dialogo con la miscredenza è sempre più difficile. Distendendo la sua patina di indifferenza sul più importante dei problemi dell’uomo, il nostro tempo ha complicato enormemente le cose. Il problema religioso semplicemente non interessa, non ha incidenza sulla vita, non ha presa sulle domande dell’uomo contemporaneo" (p. 7). Sempre più frequentemente, ogni tentativo di evangelizzazione "trova finestre chiuse e porte sbarrate".

Come scavalcare tali impedimenti? Come rientrare nell’orizzonte dell’uomo di oggi e riportare la sua attenzione su quella che è la questione essenziale della propria vita? Come scuoterlo dal torpore e riattizzare l’interesse circa il senso del proprio fare e pensare?

La strada imboccata da Frosini consiglia, a tal proposito, di “partire dal basso”, da una riflessione sui desideri e le “voglie” dell’uomo contemporaneo, certi che, almeno in questo ambito, tra soddisfazioni indotte e pulsioni naturali, sia possibile condividere un considerevole materiale comune. Nell’elenco dei desideri umani – anche di quelli dell’uomo contemporaneo – non si può cassare una vocazione all’infinito: le testimonianze di poeti, scrittori e pensatori sull’insoddisfazione dei beni di questo mondo e sulla nostalgia di qualcosa di trascendente sono innumerevoli.
E a questo punto il testo si trasforma quasi in una preziosa raccolta delle espressioni più sublimi e sentite sul tema: da Agostino (“Ci hai fatto, Signore, per te ed è inquieto il nostro cuore fino a che in te non riposa”) a Pascal (“L’uomo sorpassa infinitamente l’uomo”), da Camus (“Basterebbe che l’impossibile fosse”) a Leopardi (“O natura, o natura,/ perché non rendi poi/ quel che prometti allora?/ Perché di tanto/ inganni i figli tuoi?”) e Sartre (“Essere uomo significa tendere ad essere Dio; o, se si preferisce, l’uomo è fondamentalmente desiderio d’essere Dio”). E ancora, in ordine sparso, De Unamuno, Blondel, Tolstoj, Pavese, Beckett, Kafka, Nietzsche…

Chi potrebbe negare la presenza, al fondo dell’uomo, del desiderio di una conoscenza illimitata, che svela i segreti più intimi della vita umana e cosmica? Come opporsi all’evidenza del sogno di un regno di pace assoluta, quiete serena, amore fraterno? Chi potrebbe essere tanto cinico da non riconoscere il terrore di non essere più e, quindi, l’aspirazione all’immortalità e alla vita eterna?

Su questo innegabile sentire comune il credente e il miscredente trovano il loro punto di contatto. La constatazione di un dato di fatto li unisce; l’interpretazione o le “deduzioni” da questo dato di fatto li divide e li contrappone. Da una parte, l’ateo argomenta che desiderare qualcosa non postula necessariamente l’esistenza della cosa desiderata. Dall’altra, la risposta cristiana insiste sul motivo della presenza di tale desiderio di infinito, sulle orme dell’intuizione di San Tommaso per cui "un desiderio naturale non può essere vano".

E’ solo l’inizio di un “scontro dialettico tra le due posizioni, ricostruito tramite le citazioni dei loro principali alfieri (Feuerbach, Marx, Freud e altri da un versante; Agostino, Pascal, Blondel, Heschel, Rahner, fra i maggiori dell’altro) e valutato dall’autore con intelligenza, accortezza, rispetto dei diversi principi, senza che l’oggettività dell’impostazione degli argomenti altrui occulti il proprio.
Il dibattito tra le tesi contrapposte si sviluppa come una strategica partita a scacchi, con alterni attacchi acuti e repentine e solide difese. Una partita a scacchi ariosa, accorta e piacevole da seguire in ogni suo passaggio.
E sicuramente a molti lettori risulterà gradito questo originale lavoro: a tutti quanti fra i cristiani hanno a cuore la possibilità di intessere un dialogo con persone pregiudizialmente chiuse al messaggio evangelico; agli atei convinti e a quelli che vivono la propria incapacità a credere con onesta sofferenza; a coloro che fluttuano fra certezze diverse e dubbi inestirpabili.

Il guanto di sfida (dialettico) alla miscredenza è lanciato: da qualsiasi tipo di risposta, ne trarrebbe vantaggio la riflessione su ciò che nell’uomo è essenziale.

Prof. Andrea Vaccaro