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L’esperienza di don Primo Mazzolari si inserisce compiutamente nella parabola della Chiesa del primo Novecento e permette, come poche altre di personaggi coevi, di leggerne in filigrana istanze, opzioni, tensioni che si agitarono in quella ampia e problematica stagione. Testimone e interprete vivacissimo dei suoi anni, segnato dall’urgenza cristiana dell’impegno in prima persona, il parroco di Bozzolo condividerà - dal modernismo alle soglie del Concilio Vaticano II - il difficile confronto della Chiesa con la modernità, offrendo impostazioni e risposte originali, capaci spesso di cogliere e valorizzare le voci cristianamente più vitali della cultura teologica e spirituale del tempo. In un clima spesso contrassegnato da sospetto e da pressanti richiami disciplinari, Mazzolari si troverà non di rado in controtendenza con le scelte e le proposte dominanti nella cultura ecclesiastica dei suoi anni, individuando percorsi che non cessano di offrire ancora oggi elementi di perdurante interesse e costruttivo confronto. La sua vicenda si dipana tra il pontificato di Pio X entra in seminario nel 1902, un anno prima dell’avvento di papa Sarto e quello appena iniziato di Giovanni XXIII (1958), che imprimerà alla Chiesa un moto decisamente diverso: periodo certamente complesso che mi limito a rappresentare con pochi descrittori comuni, funzionali al breve itinerario che intendo presentare. Tali sono l’atteggiamento difensivo che la Chiesa mantiene nei primi decenni del Novecento nei confronti della civiltà e cultura moderna, individuate come l’esito di una catena di errori che hanno come capostipite la ribellione protestante; la sincera persuasione di ascendenza tridentina di costituire una societas perfecta, detentrice di una pienezza di dottrina e di verità non necessitante di aggiornamenti o revisioni; la coscienza condivisa che la Chiesa cattolica, sotto la guida del romano pontefice, è destinata a operare la salvezza individuale e sociale delle anime e delle società disponibili a obbedire al suo inscalfibile magistero religioso e morale. Pur riconoscendosi sempre figlio fedele e amante di “questa” stessa Chiesa, pur non mettendo mai in discussione la sua obbedienza ai dogmi e alle verità fondanti la fede cristiana, Mazzolari sarà tra le non numerose figure che individueranno strade nuove per l’incarnazione del cristianesimo nella storia, esprimendo una sensibilità e uno stile poco diffuso, che fin dagli anni giovanili formulerà, con sentenza di Georges Fonsegrive, come: «Stare in piedi per meglio servire» (Diario, 27 ottobre 1914)[1]. «Rinnovamento cristiano della Chiesa e della società» Segnato dal magistero del vescovo della sua giovinezza, Geremia Bonomelli, dal suo atteggiamento intellettuale e morale di accoglienza della storia e del proprio tempo, dalla resistenza critica allo «spirito di dominio» e al potere temporale, Mazzolari segue con attenzione negli anni del seminario il dibattito che scuote profondamente la Chiesa nel primo decennio del secolo, la scommessa di un’apertura ai nuovi linguaggi della cultura, della scienza, della politica, simpatizzando per le prospettive aperte da autori poi accomunati dalla condanna del modernismo come Antonio Fogazzaro, Romolo Murri, George Tyrrell. Si appassiona a ogni tentativo di superare impostazioni puramente apologetiche e, insieme ad esse, prospettive asfittiche della filosofia neoscolastica dominante, approfondendo moltissimi autori spesso discussi o censurati come Antonio Rosmini, Maurice Blondel, John Henry Newman. Commenta dolorosamente la condanna del modernismo, con parole che anticipano e adombrano in nuce le sue concezioni ecclesiologiche future. Scrive nel suo diario all’indomani della pubblicazione dell’enciclica Pascendi (18 settembre 1907): «Credo a Roma perché credo a Cristo, ma la fede in Roma non mi proibisce di pensare che ogni idea buona e grande trionferà sempre». E ancora (27 ottobre 1907): «Non mi stancò il ragionar prolisso […], bensì una certa ironia, così poco paterna […,] la mancanza […] di quella giustizia […] che pur bollando acerbamente il peccato allarga le braccia di misericordia e di bontà verso il peccatore». Espressioni che già prefigurano quella distinzione tra errore ed errante, quello sguardo di misericordia che sempre domandò alla Chiesa, riconoscibili più avanti nei suoi scritti della maturità. Ma c’è anche nel Mazzolari giovanissimo - quando scrive quelle parole ha solo diciassette anni una coscienza di fede, un ancoraggio intimo, «mistico», come scrive lui stesso, della sua fede, che costituisce, fin dagli anni giovanili, una chiave importante per comprendere la costanza, la forza di una testimonianza ecclesiale che risultò in molti frangenti terribilmente costosa. La percezione salda di un bene che si dovrà comunque affermare dichiarata in quella pagina è fondata sull’esperienza profonda di una presenza divina nella vicenda umana e nella sua personale vicenda, che lo sorreggerà nell’arco dell’intera vita e si tradurrà in chiave ecclesiologica nella convinzione precoce - più volte ricorrente nella sua produzione orale e scritta - che il Regno sopravanza i confini della Chiesa, che occorre distinguere tra ciò che nella Chiesa è opera di Dio e quanto è frutto dell’uomo. Tale distinzione, che diverrà poi classica della ecclesiologia del Concilio Vaticano II, non è certo in auge in una Chiesa, come quella del primo Novecento, che si propone come un insieme saldamente compaginato in lotta contro molteplici nemici esterni, in opposizione ai quali dispiega atteggiamenti tutti difensivi e polemici. Il giovane chierico auspica invece una attitudine autocritica, afferma una esigenza di riforma, con parole sue un «rinnovamento cristiano della Chiesa e della società», che trova alimento nelle sue letture bibliche e patristiche. Fin da questi anni si convincerà che è il Vangelo di Cristo «vissuto in tutta la sua integrità» la chiave risolutiva «di tutti i più grandi problemi de la vita nostra contemporanea» e «in esso solo e per esso solo si potrà risolvere la grande crisi che travaglia la coscienza cristiana moderna» (20 novembre 1909). Riforma in chiave evangelica, dunque, da operare, secondo Mazzolari, rimanendo saldamente all’interno dell’istituzione ecclesiale, coniugando in modo personalissimo obbedienza, libertà, responsabilità cristiana, elementi di non scontata convivenza in una coscienza religiosa del tempo. L’obbedienza dovuta alla Chiesa resterà sempre unita in lui, nell’intero corso della sua vicenda, al rispetto per la propria coscienza di uomo e prete, «coscienza, dove lo Spirito rivela quelle verità che nessuna forza umana può calpestare e che formano insieme il fedele e il cittadino» (2 aprile 1911)[2]. Il costo di questa complessa fedeltà sarà alto, se ne mostra profondamente consapevole il giovane Mazzolari nel colloquio con padre Pietro Gazzola, il barnabita che - confermando la sua vocazione lo prepara a un futuro di sofferenza «come soffrono le anime che amano e vivono per la giustizia e la verità, che in nome della giustizia e della verità vengono combattute dai fratelli» (28 maggio 1909). Mazzolari adulto vivrà questo problematico intreccio di sofferta fedeltà e rivendicata libertà di coscienza nella sua vita, nella sua predicazione, nei suoi libri.
Chiesa e fascismo Mentre l’esperienza della “grande guerra” prima e la quotidiana vita presbiterale a Cicognara e a Bozzolo poi danno modo al giovane presbitero di approfondire ed esprimere quel volto materno della Chiesa che traspare in alcuni bozzetti di Tra l’argine e il bosco (1938) e nel testo autobiografico La pieve sull’argine (1952), gli anni del consenso al fascismo favoriranno maturazioni critiche e prese di distanza da conformismi ecclesiali diffusi. Di fronte a una Chiesa che sceglie con il Concordato di stipulare un accordo con un regime autoritario che le assicura privilegi ma le toglie la libertà di parola, Mazzolari dichiarerà più volte, nel suo diario ma anche con gesti pubblici, il proprio disagio e la propria opposizione. Sarà però soprattutto nella sua predicazione, nei suoi libri che in un contesto ecclesiale pago delle manifestazioni ufficiali di rispetto e disposto «all’acquiescenza, al quieto vivere» come prezzo di un recuperato prestigio sociale -, elaborerà proposte tanto alternative e ‘scandalose’ da apparire su più fronti pericolose e censurabili. È il testo più noto di Mazzolari, La più bella avventura, uscito nel 1934, a presentare pubblicamente la propria visione di Chiesa, avulsa dall’illusione che il dichiarato pubblico riconoscimento costituisca di per sé una nuova promettente possibilità di penetrazione e riconquista della società italiana. Attraverso la rilettura della parabola del figlio prodigo egli indica piuttosto alla comunità dei credenti un percorso autocritico, il riconoscimento delle «inadempienze», delle «resistenze opache», delle «tenebre» presenti anche al suo interno e insieme l’abbandono degli atteggiamenti consueti di conflitto e polemica nei confronti di coloro che protestanti, modernisti, socialisti, spiriti critici di diversa matrice - sono considerati «lontani», se non addirittura nemici della comunità cristiana[3]. È la stessa attitudine che lo porterà, pochi anni dopo, ne Il samaritano (1938), a protestare contro la «orgogliosa sicurezza» dei cristiani, contro la tentazione di separarsi dal mondo «come il puro si stacca dall’impuro»: «Il mondo cristiano scriverà non è immune da siffatta tentazione, che lo porta a confondersi col regno di Dio come se fosse ormai attuato quaggiù e a credersi, farisaicamente, l’unica accolta di brava gente»[4]. Mazzolari portando a maturazione le istanze della sua giovinezza mostra la via della conversione, della «riforma», che «non è una parola scomunicata e un desiderio biasimevole» - scrive nell’Avventura -, nella fiducia che sia il recupero dello spirito evangelico il solo fondamento credibile di una pastorale capace di appassionare di nuovo chi si è allontanato. Di fronte a una generazione che «non sente il Cristo come il Vivente», che non ha più remore ad abbandonare la Chiesa perché non vi sono più le «dighe» della tradizione e della consuetudine a impedire «l’esodo», Mazzolari capisce che non la contrapposizione e la condanna ma la conversione e la formazione delle coscienze sono la proposta costruttiva per i tempi presenti: solo una fede personale e a una adesione libera al messaggio di Cristo è via credibile per la evangelizzazione. La più bella avventura, sia perché contiene in nuce gran parte della riflessione del Mazzolari adulto, sia per la notorietà riscossa in ambito protestante in anni di implacabile propaganda contro le differenti confessioni cristiane[5], guadagna al suo autore la prima condanna del Sant’Uffizio, che emana un giudizio di «erroneità» delle idee espresse e ordina il ritiro dell’opera dal commercio. Questa disposizione, la prima di una lunga serie di censure che Mazzolari colleziona nel corso della sua vita nove provvedimenti disciplinari -, permette di allargare lo sguardo ai rapporti che egli instaura con la Chiesa locale, in primo luogo con mons. Giovanni Cazzani, vescovo a Cremona dal 1915 al 1952. Il fatto che l’intervento romano sia stato sollecitato da una lettera partita dalla sua diocesi è un chiaro indicatore del clima di sospetto che aleggiava negli ambienti cattolici locali per lo stile pastorale, per il presunto filo-protestantesimo ma anche per la conosciuta insofferenza verso il fascismo del parroco di Bozzolo. Il vescovo Cazzani invece, pur omogeneo alle impostazioni teologiche dominanti, mostra fin da questo primo episodio stima, comprensione, sostanziale fiducia nei confronti di un presbitero di cui capisce la retta intenzione pur non condividendone l’afflato riformatore. Nel carteggio scambiato con Mazzolari in occasione di questa condanna, dopo aver confessato a Mazzolari «vivo amore»,«trepidazione mia amorosa per lei in questa sua prova dolorosa», gli fa notare il rischio presente nelle sue riflessioni: «Mi pare che la sua carità per i fratelli lontani la porti a qualche illusione e a qualche svista della verità./ Lei fa gran conto delle lettere dei lontani; ma è venuto alla vera Chiesa di Cristo qualcuno di questi lontani, persuaso da lei d’essere in errore e fuori, lontano dalla casa paterna?»[6]. Il contrasto, pur mitigato dalla affettuosa disponibilità, tra Cazzani e il suo presbitero riproduce il divario più vasto tra l’affermazione di una verità integrale di cui il cattolicesimo è l’unico depositario e l’atteggiamento di accoglienza e di dialogo come tramite dell’evangelizzazione proposto dal parroco di Bozzolo. Di contro a Mazzolari che afferma che «le anime, più che difenderle con la spada sguainata della polemica, si salvaguardano e si ritrovano allargando braccia mente e cuore sulla croce che Cristo offre ad ognuno di noi», Cazzani ricorda che «tacere davanti a chi afferma e diffonde l’errore non è carità ma tradimento […] la carità verso gli erranti non deve mai diventare cooperazione o connivenza coi loro errori»[7]. Mazzolari obbedisce e accetta questa prima censura romana, come sempre farà anche negli anni successivi, riconoscendo nel provvedimento quel percorso di sofferenza già intravisto negli anni giovanili e insieme persuaso nell’intimo della sua coscienza di agire in nome di un’ispirazione superiore che travalica miopie e miserie del presente ecclesiastico. «Ho chinato cuore e testa nell’obbedienza e ora sto bene. Devo aver scritto da qualche parte che è necessario che qualcuno si lasci crocifiggere. Questo è il momento di mantenere la parola. […] Chiudo gli occhi e mi lascio condurre da colui che solo vede» scrive in una lettera nel 1935, aggiungendo più avanti: «Il Signore sa se io voglio bene alla sua Chiesa e perché ho scritto e perché parlo» (21 febbraio 1935). Torna il tema della personale interiore dimensione di fede che lo aiuta nell’intero corso della sua vicenda - a vivere un rapporto di rispetto e obbedienza ma insieme di franchezza cristiana nei confronti di confratelli e superiori. «La Fede, che mi aiuta a riconoscere Dio in Chi presiede, non sproporziona l’uomo, né rende illimitato il suo potere», scriverà più avanti su «Adesso»[8]. Nonostante le difficoltà vaticane, Mazzolari aveva del resto molte conferme in quegli stessi anni della fecondità della sua parola. Cresceva infatti il consenso che riceveva come predicatore e conferenziere, segno eloquente che la sua voce esprimeva una esigenza fortemente avvertita in settori minoritari ma culturalmente significativi del cattolicesimo italiano. Gli anni Trenta furono per lui una stagione di attività instancabile, sia nell’ambito della produzione scritta oltre ai testi citati ricordiamo Lettera sulla parrocchia (1937), I lontani (1938), La via crucis del povero (1939) che della parola parlata. Tra gli universitari e i laureati cattolici, ai convegni di Camaldoli, Firenze, Milano e in varie parti d’Italia, tra gruppi laici e comunità religiose la sua predicazione incontrava consensi e contribuiva alla formazione delle coscienze, a riprova di una inquietudine e di una ricerca che fervevano sotto la facciata dell’ufficialità e del conformismo. Sono anche gli anni in cui, grazie a comuni amici entusiasti dopo averlo ascoltato, Mazzolari dà avvio all’amicizia epistolare ventennale con sorella Maria di Campello figura finora semisconosciuta ma di grande rilievo del Novecento religioso - che condividerà con lui le aspirazioni verso una Chiesa dal «più largo respiro» e dalla riscoperta vocazione evangelica[9]. Non sono poche le consonanze esplicite e implicite tra i due, rintracciabili nelle meditazioni sulla fede che Mazzolari va conducendo in anni di forzata sofferta attesa e poi di appoggio rischioso alla resistenza antifascista. In Tempo di credere (1940), Dietro la croce (1942) e Della fede (1943), ritroviamo la stessa stanchezza confessata a Maria per il «fasto», la vuota esteriorità, il «fariseismo» che contrassegnava l’ufficialità cattolica, riconosciamo lo stesso affidarsi all’elemento contemplativo della fede cristiana come risorsa preziosa per affrontare le angustie del momento. La presenza di Gesù che accompagna con discrezione i pellegrini di Emmaus, tema evangelico molto frequentato da Mazzolari, offre lo spunto per proporre il primato di una fede che si faccia pura testimonianza, senza preoccuparsi «di salvare questo o quell’interesse, questa o quella costituzione, questa o quella civiltà», ma permettendo al fermento evangelico di «operare senza porgli limiti o condizioni di sorta»[10]. La riflessione sulla fede si distende sposando suggestioni agostiniane e pascaliane, da sempre nelle corde di Mazzolari, che descrivono un cristianesimo distante da orgogliose rivendicazioni veritative care alla pastorale in auge, ma piuttosto come «la più vera e grande inquietudine», dimora di «speranze che non sono ancora colmate, zone oscure non ancora illuminate»; più che esperienza «conoscitiva» «momento mistico», congiungimento misterioso e ineffabile, ma reale, della mia povera vita con la vita infinita di Dio»[11]. Le tematiche ecclesiali e spirituali si intrecciano, soprattutto a partire dagli anni della seconda guerra mondiale, con una riflessione sociale che vedrà il parroco di Bozzolo impegnato a elaborare prospettive per il domani, «audacissime» - come scrive a sorella Maria -, che infatti gli guadagnarono la seconda censura ecclesiastica: si tratta soprattutto del testo Impegno con Cristo (1943), in cui, insieme a Rivoluzione cristiana (1943)[12], declina quel «primato dell’incarnazione» che sempre ritenne elemento costitutivo dell’avventura cristiana. La sofferenza per i silenzi e le connivenze della Chiesa di fronte al fascismo, che con espressione icastica il parroco di Bozzolo aveva tradotto come «assenza della Chiesa dalle grandi questioni umane», si fa ora invito ai cristiani perché riprendano un posto di guida e di orientamento nella ricostruzione della società italiana. Il cristianesimo, lungi dall’ «aver esaurito la sua funzione storica» appare l’«unico rimedio ai mali del nostro secolo», l’unica verità capace di liberare l’uomo, in primo luogo il povero, da ogni ingiustizia e oppressione, «interiore» ed «esteriore», personale e sociale. I cristiani, abbandonati progetti di cristianità superati, che guardano al Medioevo e alla riedificazione di una società ierocratica, sono chiamati ad animare una «rivoluzione cristiana» che si proponga come fine la costruzione di una «nuova cristianità». Protagonisti di questo processo di liberazione dovranno essere i laici cristiani, non subalterni alle gerarchie, disposti a «muoversi a proprio rischio», pronti anche a fare tratti di strada con persone di diversa ispirazione politica, nella speranza di un possibile cammino comune. È la lezione, reinterpretata da Mazzolari, di Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier, autori da lui molto frequentati, a partire dai quali elabora le linee di una presenza cristiana che si ponga come fattore di rinnovamento e di giustizia sociale, in consonanza con non pochi spiriti ed esperienze del tempo Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, il cenacolo della Corsia dei Servi di Milano, solo per fare qualche nome ma in decisa dissonanza con i tentativi, non mancati nella Chiesa di quegli anni, di stringere connubi con forze politiche conservatrici e di condizionare le forze cattoliche in campo, al fine di riaffermare il proprio primato e la propria autorità. In questo senso è significativo il ruolo che Mazzolari attribuisce ai laici cristiani, la loro autonomia rivendicata come fattore di libertà politica, e insieme il riconoscimento secondo la lezione maritainiana di un diverso ordine di azione che restituisca anche al piano religioso la libertà e la forza della profezia. E’ questo un tema particolarmente caro al parroco di Bozzolo che da Lettera sulla parrocchia alle pagine di «Adesso» vi tornerà, spesso con le stesse parole, animato dalla lucida consapevolezza che la «clericalizzazione del laicato», la «paura dell’intelligenza» sono elementi di enorme debolezza della Chiesa, responsabili di quelle chiusure, grettezze, passività, che tolgono ogni credibilità al discorso cristiano, ogni possibilità di penetrare, incidere nella società e nella cultura. Di questi stessi anni è pure il piccolo libro Anch’io voglio bene al Papa (1942) che, pur non assumendo atteggiamenti direttamente critici nei confronti del pontefice, è un’ulteriore eloquente espressione di una netta disomogeneità nel prefigurare ruolo e prospettive ecclesiali, ben colta a Roma, che espresse sul testo un giudizio decisamente sfavorevole. Quell’enfatizzare l’ «umanità di Pietro», «senza luce […] perché gli uomini riconoscano che solo Cristo è vita, verità, via», quell’insistere sul papa partecipe «oltre il cerimoniale» delle sofferenze degli ultimi e dei lontani, anche lui povero, «il povero del Signore» [13], non appariva in linea con l’ immagine ieratica, con la visione di Chiesa fortemente centralizzata, senza sfumature e contraddizioni interne che animava l’ambiente vaticano e lo stesso pontefice. In realtà l’impegno senza risparmio del primo dopoguerra, in cui pure Mazzolari sembrò condividere, come è stato rilevato, molte parole d’ordine imperanti in ambito cattolico[14] la «cristianità» da ricostruire, l’unità politica dei cattolici, il riconoscimento della guida spirituale della Chiesa nella nuova società scaturiva in lui da un orizzonte ideale che lo ponevano lontano da ogni istanza di potere e dominio, per alimentare invece la speranza vivissima dell’incarnazione del Vangelo nella storia.
Gli anni di «Adesso» L’esperienza del giornale «Adesso», con la sua quindicinale cadenza, permette dal 1949 al 1959, anno della morte di Mazzolari, di rintracciare con continuità analisi, critiche, proposte che restituiscono sofferenze e sogni di Chiesa nutriti dal parroco di Bozzolo, lasciando intravedere incertezze, ripensamenti non scontati in quelli che furono definiti «i giorni dell’onnipotenza»[15]. Mazzolari trasferiva su «Adesso» gran parte delle tematiche al centro della sua attenzione, declinandole e articolandole in relazione ai percorsi e alle scelte della Chiesa degli anni Cinquanta. In primo luogo il tema dei «lontani», in riferimento al quale proponeva lo stesso schema già utilizzato nei suoi scritti precedenti: di fronte alla perdita di identità cristiana e alla crisi spirituale del mondo moderno si trattava di porsi in un atteggiamento di ascolto e di dialogo «agli avamposti» e di revisione ad intra, per rimuovere nella Chiesa gli ostacoli che impedivano l’auspicato riavvicinamento. L’occasione più eclatante per applicare tale modello fu offerta dal decreto di scomunica emanato nei confronti dei comunisti il 18 luglio del 1949. Mazzolari riaffermava verso di loro un intatto proposito di comunione, operando una netta distinzione tra ideologia marxista da rifiutare e condannare senza appello e persone che la professavano e che in essa riconoscevano legittime istanze di giustizia. Una scelta quanto mai costosa nel clima ferocemente anticomunista del tempo sarà poi sposata da Giovanni XXIII e dai documenti del Concilio Vaticano II - , a cui si aggiungeva l’indicazione, mutuata dal cattolicesimo francese, di comunismo e socialismo come «eresie cristiane», «idee prodighe» staccatesi dalla Chiesa per la cattiva testimonianza offerta in campo sociale, dunque per precise colpevoli responsabilità degli stessi credenti. Ben lungi dal condividere un’immagine di Chiesa irreformabile e immune da errori, che si continuava a condividere e propagandare nell’Italia degli anni Cinquanta, molte erano le «opacità» che ne rendevano il volto poco accattivante, se non addirittura «inamabile», individuate su «Adesso». Con parole sferzanti si rimproveravano «il fanatismo», «l’intolleranza» verso opinioni diverse, la «retorica dell’obbedienza», «l’autoritarismo», la «minorità» in cui veniva confinato il laicato cattolico. Critiche non nuove nelle pagine mazzolariane ma che si facevano martellanti dalle colonne del quindicinale, a esprimere il profondo disagio per un clima ecclesiale di forzato unanimismo e di netta subordinazione alla gerarchia, che trovava nelle file dell’Azione Cattolica presieduta da Luigi Gedda la sua espressione più compiuta. Il dissenso nei confronti dell’associazione esplose in momenti cruciali, come in occasione delle dimissioni di Mario Rossi, presidente nazionale della Gioventù Italiana di Azione Cattolica dal 1952 al 1954, che divenne negli anni successivi collaboratore di «Adesso» e direttore dopo la morte di Mazzolari. Tuttavia la critica fu nella sostanza ribadita, senza soluzione di continuità, nell’intero decennio: la «funzione subordinata e complementare» al clero, raccomandata da Pio XII nell’esortazione del 1950 all’Azione cattolica per «evitare ogni turbamento nella disciplina ecclesiastica», mal si conciliava con la presenza più «responsabile» e «laica» invocata da «Adesso». Più in generale, alla costante e vasta mobilitazione cristiana, che affidava alle manifestazioni grandiose, al coinvolgimento di folle oceaniche, l’espressione di una compattezza e una forza della Chiesa capace di ricostruire dalle fondamenta un mondo in dissoluzione[16], Mazzolari rispondeva con una intuizione pastorale di segno opposto. Occorreva «spaccare la massa», rompere un modello che riproduceva in ambito ecclesiale la stessa «alienazione», «cancellazione» dell’uomo operata dai totalitarismi fascista e comunista, occorreva rinnovare i metodi di apostolato e avvicinare ogni uomo nella concretezza e realtà della sua vita: «Non conosciamo più le nostre pecore, né sappiamo chiamarle per nome a una a una […] se non andiamo a cercarli dove sono, se non li comprendiamo come sono, se non li amiamo come sono, qualcuno lo potremo trapiantare nell’orto del presbiterio, ma la massa resterà fuori anche quando un richiamo spettacolare ce la porterà in processione o in Chiesa»[17]. Parole che ben esprimevano il tentativo del parroco di Bozzolo di interpretare con sensibilità nuova le sfide pastorali che si presentavano alla Chiesa in una società su molti fronti in rapida trasformazione. Non sempre i suoi scritti e perfino le sue vicende personali, soprattutto nella seconda metà degli anni Cinquanta, appaiono improntati a una linea coerente di lettura e intervento. Il processo di secolarizzazione in atto, il crescente distacco di ampie fasce della popolazione dalla Chiesa e dai valori cristiani, l’affermarsi di modelli di vita che non faceva presagire alcun auspicato “ritorno” dei lontani, originarono anche nel parroco di Bozzolo scelte apologetiche in difesa dell’istituzione ecclesiale messa sotto accusa, l’accettazione di parole d’ordine tradizionali, talvolta addirittura l’assenso a una sorta di «psicologia dell’assedio» ampiamente condivisa in quegli anni[18]. Sono accenti e opzioni che indicano il persistere, e il riaffiorare, in momenti di particolare difficoltà, di atteggiamenti culturali tipici del tempo; non risultano tuttavia dominanti nelle pagine del giornale, che si mostra attento, anche nell’ultima stagione mazzolariana, alla valorizzazione delle voci nuove e delle sperimentazioni coraggiose che nascevano in ambito ecclesiale. Anche se il raggio di intervento e di impegno resta limitato alla Chiesa italiana, alla sua vita interna e ai suoi rapporti con la società civile[19], non mancarono riferimenti alle esperienze di altri paesi, in primo luogo la Francia, di cui si continuò a seguire la vicenda dei preti operai e si valorizzarono le voci ecclesiali più creative: oltre a Maritain e Mounier, François Mauriac, Charles Peguy, George Bernanos, Charles de Foucauld. In Italia vale la pena di ricordare, limitandosi a qualche citazione esemplare, l’ospitalità offerta alla penna e all’opera di Lorenzo Milani, di cui si pubblicarono alcuni scritti e di cui fu recensito il volume Esperienze Pastorali; il suggerimento di strutture nuove, comunitarie e condivise, per la gestione della parrocchia, pagine che confluirono nella pubblicazione del libretto omonimo (La parrocchia, 1957); l’annuncio del Concilio Vaticano II, da Mazzolari desiderato e auspicato ben prima della sua indizione. Anche sul fervido impegno mazzolariano degli anni Cinquanta calò di nuovo la censura ecclesiastica, con una serie di provvedimenti, divieti, proibizioni che non colpirono mai il prete cremonese sugli aspetti essenziali della fede e del dogma ma che decretavano, con la loro stessa insistenza, una sua ribadita pericolosità, una riaffermata distanza da quanto «in alto» si riteneva pastoralmente accettabile. Distanza nemmeno più mediata dai franchi ma partecipi richiami del vescovo Cazzani, sostituito nel 1953, dopo la morte, da un successore, Danio Bolognini, meno comprensivo nei confronti del suo scomodo parroco. Non mutò tuttavia lo stile di obbedienza ‘creativa’ che sempre contrassegnò Mazzolari, la convinzione di dover «rompere» qualche vetro «per non soffocare», la volontà di continuare a parlare utilizzando mille accortezze uso di pseudonimi, ripresa di scritti pubblicati in sedi non censurate - per riuscire a continuare la sua opera di scrittore fecondo e la sua attività di predicatore apprezzato e ricercato in tutta Italia. Ben lontano dall’immagine di uomo solo che talvolta è stata accreditata, fu un punto di riferimento essenziale per la generazione cattolica italiana del secondo dopoguerra, preti e laici, che nutriva attese ecclesiali a cui il pontificato di Giovanni XXIII e il Concilio ecumenico avrebbero offerto prospettive rinnovate[20]. Solo quest’ultimo evento avrebbe elaborato quella «matura e organica prospettiva ecclesiologica»[21] che non poteva essere espressa da Mazzolari, per diversi aspetti debitore della cultura del proprio tempo e soprattutto vocato a una riflessione ispirata e ancorata all’esperienza ecclesiale e spirituale piuttosto che all’articolazione di un compiuto disegno teologico. Furono il costante riferimento al Vangelo, letto e invocato nella sua nudità e paradossalità, e lo sguardo appassionato all’ «uomo reale» che gli permisero di intravedere orizzonti più vasti e credibili per la vita cristiana: testimone prima ancora che maestro di una Chiesa capace di affrontare senza inimicizia, con sguardo franco ma fiducioso e accogliente, la sfida della modernità.
[1] Per le citazioni dal diario mazzolariano, ci si limita d’ora in avanti a indicare nel testo, tra parentesi, la data di stesura o di riferimento dello scritto, facilmente rintracciabile nei volumi editi a cura di A. Bergamaschi, Edizioni Dehoniane, Bologna, in particolare in Diario I, 1905-1915, 1997 e Diario III/B, 1934-1937, 2000. [2] Su questo aspetto, si veda l’ampio studio di B. Bignami, Mazzolari e il travaglio della coscienza. Una testimonianza biografica, Edizioni Dehoniane, Bologna, 2007. [3] Cfr. P. Mazzolari, La più bella avventura. Sulla traccia del «Prodigo», Edizione critica a cura di M. Margotti, Edizioni Dehoniane, Bologna 20087. [4] P. Mazzolari, Il samaritano. Elevazioni per gli uomini del nostro tempo, Edizioni Dehoniane, Bologna 19772, p. 143. [5] Cfr. R. Moro, I cattolici italiani e il protestantesimo, in L’ecumenismo di don Primo Mazzolari, a cura di M. Maraviglia e M. Margotti, in corso di pubblicazione presso la casa editrice Marietti. [6] Cfr. L. Bedeschi, Obbedientissimo in Cristo… Lettere di don Primo Mazzolari al suo vescovo (1917-1959), San Paolo, Cinisello Balsamo 19962, p. 117. [7] Ivi, pp. 107 e 110. [8] «Il Signore scrive diritto su righe storte non lo dimentichi chi comanda né chi obbedisce», in «Adesso», 1 luglio 1955, p. 4. [9] Cfr. Sorella Maria di Campello, P. Mazzolari, L’ineffabile fraternità, Carteggio (1925-1959), Introduzione e note di M. Maraviglia, Qiqajon-Comunità di Bose, Magnano 2007. [10] Cfr. P. Mazzolari, Tempo di credere, Edizioni Dehoniane, Bologna 19794, pp. 149-150. Presso la stessa casa editrice è in preparazione l’edizione critica del testo. [11] Pubblicato nel corso del 1955 su «Adesso» con il titolo Discorso umano intorno alla fede e la firma senex, il testo Della fede fu successivamente edito da La Locusta, Vicenza 1961. La citazione è tratta dall’ultima edizione: P. Mazzolari, Della fede. Della tolleranza. Della speranza, Edizioni Dehoniane, Bologna 1995, passim. [12] Cfr. P. Mazzolari, Impegno con Cristo, Edizione critica a cura di G. Vecchio, Edizioni Dehoniane, Bologna 20074. Rivoluzione cristiana fu pubblicato a puntate su «Adesso» e poi postuma da La Locusta di Vicenza nel 1967. È in preparazione l’edizione critica presso le Edizioni Dehoniane di Bologna.
[13] Cfr. P. Mazzolari, Anch’io voglio bene al Papa, Edizioni Dehoniane, Bologna 19783, pp. 27, 29, 81. [14] Cfr. G. Miccoli, Don Primo Mazzolari: una presenza cristiana nella cronaca e nella storia italiana, in «Cristianesimo nella storia», 3 (1985) ), pp. 561-598. [15] Cfr. M. V. Rossi, I giorni dell’onnipotenza. Memoria di un’esperienza cattolica, Borla, Roma 20002. [16] Cfr. A. Riccardi, Governo e «profezia» nel pontificato di Pio XII, in Pio XII, a cura di A. Riccardi, Laterza Roma-Bari 1984, pp. 31-92. [17] P. M., Come spaccare la massa, in «Adesso», 15 giugno 1949, p. 4. [18] Per un quadro generale, si veda F. Malgeri, La Chiesa e la società italiana tra guerra e dopoguerra, in Mazzolari e «Adesso». Cinquant’anni dopo, a cura di G. Campanini e M. Truffelli, Morcelliana, Brescia 2000, pp. 32-51. L’analisi di questi elementi problematici nella vicenda mazzolariana è in M. Maraviglia, Chiesa e storia in «Adesso», Edizioni Dehoniane, Bologna 1991, pp. 108-135. [19] Cfr. M. Guasco, «Adesso» e il rinnovamento della Chiesa italiana, in Mazzolari e «Adesso». Cinquant’anni dopo, cit., 137-151. [20] Tra i moltissimi nomi che si potrebbero fare, vale la pena di ricordare almeno quello di Pietro Scoppola, che ricorda Mazzolari negli ultimi testi da lui firmati: La democrazia dei cristiani. Il cattolicesimo politico nell’Italia unita, Intervista a cura di B. Tognon, Laterza, Roma-Bari 2006, p. 38; Un cattolico a modo suo, Morcelliana, Brescia 2008, p. 62. [21] Cfr. S. Xeres, Il prete e la sua missione nella visione di don Mazzolari, in Mazzolari e la spiritualità del prete diocesano, Morcelliana, Brescia 2004, p. 108. Si veda inoltre G. Sigismondi, La Chiesa: «un focolare che non conosce assenze». Studio del pensiero ecclesiologico di don Primo Mazzolari (1890-1959), Edizioni Porziuncola, Assisi 1993.
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