DON MICHELE DO: " PER UN'IMMAGINE CREATIVA DEL CRISTIANESIMO"
CON E OLTRE DON PRIMO MAZZOLARI


Relazione svolta in occasione della giornata dedicata alla memoria di don Michele Do nella Piccola fraternità di Casa Favre, St. Jacques d’Ayas, 25 aprile 2011.

Con non poco timore ho accettato l’invito a partecipare a questa giornata di memoria perché consapevole che quelli che posso offrire sono solo primi approcci all’approfondimento della vicenda di don Michele Do, ai suoi riferimenti culturali, teologici e spirituali.

Mi ha però persuaso la possibilità di sostare un poco su una delle avventure spirituali meno conosciute ma di grande pregnanza dell’Italia del Novecento, doppiamente rilevante sul piano sia  storiografico che dei vissuti religiosi: migliaia di persone coinvolte da una presenza volontariamente tenutasi ai margini del dibattito ecclesiale, e che tuttavia si è dispiegata in un ministero costante e instancabile di riflessione e di parola dal 1945, anno in cui il giovane don Michele è giunto a St. Jacques d’Ayas, al 2005, anno in cui è mancato.

Le mie fonti sono costituite dai due volumi editi che riportano la riflessione del rettore di St. Jacques Amare la chiesa e Per un’immagine creativa del cristianesimo[1]; dai non pochi accenni a lui contenuti nel carteggio scambiato tra don Primo Mazzolari (1890-1959) e sorella Maria di Campello (1875-1961)[2]; dalle tre sole lettere di don Michele conservate presso la Fondazione don Primo Mazzolari di Bozzolo, finora inedite, pubblicate in appendice al presente contributo[3]; da alcuni video di e su don Michele curati da Guido Sagramoso che lo aveva seguito e apprezzato in vita[4]; da un intenso dialogo personale avvenuto nel 2005, un paio di mesi prima della sua morte[5].

Attraverso questi strumenti ho tentato dunque di rispondere alla richiesta ricevuta tracciando un primo quadro delle relazioni, tangenze, autonomie tra don Michele e Mazzolari e dedicando non poco spazio anche a sorella Maria per quel rapporto di scambio amicale ‘triangolare’ che spesso si instaura tra i tre e che il carteggio tra il parroco di Bozzolo e l’ispiratrice dell’eremo di Campello  permette bene di intravedere. Do più volte, nel corso della sua vita, ha esplicitato la sua discepolanza dai due, un debito confermato dalla lettura di Enzo Bianchi che, nella testimonianza offerta al convegno già menzionato[6], ha sottolineato come, tra tanti riferimenti spirituali, umani, e culturali di don Michele, gli «ispiratori fondamentali» siano stati il parroco lombardo e ancor prima  l’eremita umbra.

Enuncio in primo luogo la mia tesi di fondo: don Michele si inserisce nell’ambito di quella molteplice realtà ecclesiale che continua a elaborare istanze di rinnovamento e a sperimentare proposte di vita evangelica in quell’ampio arco di tempo che va dalla repressione del modernismo al Concilio Vaticano II: un periodo che lo storico Roger Aubert chiama «il mezzo secolo che ha preparato il Vaticano II»[7]. Un periodo di straordinaria vitalità sotto la gelata della condanna al modernismo: don Michele come don Primo e sorella Maria sono espressione di questo fervore che le persecuzioni e gli ostracismi non sono riusciti a spegnere. Indicatori con le loro vicende di esigenze di ripensamento e di nuova incarnazione del messaggio cristiano di cui il rettore di St. Jacques continua ad essere lucido testimone anche negli anni successivi al Concilio, anni in cui mediterà su una «immagine creativa del cristianesimo» da presentare all’uomo contemporaneo.


Cronaca di un  incontro mancato

Mi sia permesso confessare un rammarico che segna il mio rapporto con una figura che credo si rivelerà tanto più cruciale quanto più sarà conosciuta e approfondita negli studi futuri. Il rammarico per una relazione mancata, un incontro che si è potuto realizzare poi quasi esclusivamente attraverso testimonianze e documenti. Nonostante l’invito di amici e studiosi mazzolariani, sono infatti riuscita a salire a St. Jacques solo nel settembre 2005, in occasione della curatela de L’ineffabile fraternità.

Ascoltai don Michele per la prima volta nel corso del convegno in memoria di don Primo Mazzolari organizzato a Fontanella di Sotto il Monte nell’aprile del 1985: il suo intervento fu poi pubblicato nel volume collettivo Don Primo Mazzolari. L’uomo, il cristiano, il prete[8] - unica pubblicazione scritta da lui firmata - ed è uno dei contributi del già citato Amare la chiesa[9].

In quella occasione non capii la sua densa riflessione: giovane studiosa tutta protesa a una comprensione del pensiero di don Primo nella storia del suo tempo, non colsi il valore e la profondità delle sue parole. Mi colpì tra gli altri Giovanni Miccoli, che presentò uno dei suoi rigorosi ritratti ricavati da un sapiente scavo dei testi che lasciano poi un segno nella storiografia di un personaggio.

Don Michele si dichiarava invece estraneo alle rievocazioni storiche e tratteggiava la figura del parroco di Bozzolo «come una presenza viva e vivificante», la declinava in chiave di esistenza spirituale, intendeva partire dal suo magistero, diceva, per giungere alla ricostruzione di «un’immagine evangelicamente pura della chiesa»[10], per un confronto, una interrogazione attuale «sul mistero della chiesa».

Partiva, nella sua analisi, da uno sguardo severo sul vicino passato, sulla «chiesa della nostra giovinezza», offrendo un preciso riferimento storico e collocando temporalmente la genesi della sua riflessione. Parole molto ferme, rievocazione senza sconti: quella della sua giovinezza era la Chiesa del «persistente antimodernismo», segnata dal sospetto sull’umano e dalla «paura di Dio», dal suicidio dell’intelligenza in nome di un «autoritarismo dogmatizzante» che anteponeva «il primato dell’ortodossia» al «primato della verità».

Affermava tra l’altro: «L’ossessione dell’ortodossia, oltre alla paura, induceva alla disonestà intellettuale, l’una figlia dell’altra. In nome dell’ortodossia si compivano acrobazie e contorsioni impossibili nell’interpretazione dei testi sacri. Vere autotorture, “pii suicidi intellettuali”. Duchesne diceva di certi teologi: “Piuttosto che dubitare della permanenza di Giona nel ventre della balena, sono disposti ad ammettere che Giona abbia mangiato la balena”»[11].

Un riferimento importante, quello allo storico francese accusato di modernismo, che colloca l’inizio della ricerca di don Michele in un tempo – gli anni Trenta e Quaranta del Novecento - e in un alveo: un tempo in cui si continuava a coltivare la paura e ad affinare le armi contro chi veniva sospettato di modernismo.

Modernismo: parola onnicomprensiva, con la quale l’enciclica Pascendi aveva condannato nel 1907 ogni tentativo di coniugare il cattolicesimo con le forme della modernità, raccogliendo le sfide che nascevano dalla ricerca storica, filologica, scientifica, o le esigenze di una elaborazione politica che si dispiegasse autonoma da retaggi e sudditanze clericali.

La condanna non riuscì a bloccare completamente studi, riflessioni, esperienze: sotto la gelata del diktat pontificio continuarono a svilupparsi istanze e movimenti, a fiorire gruppi e realtà in ambito biblico, liturgico, teologico, ecumenico, sociale.

Un veloce ripasso permette di rievocare tra fine Ottocento e inizio Novecento alcuni importanti eventi: la promozione dello studio esegetico della Bibbia che fa tesoro del metodo storico-critico ad opera del domenicano padre Marie Joseph Lagrange; i primi passi del rinnovamento liturgico che vede tra i suoi primi ispiratori il padre belga Lambert Beauduin; il sorgere del movimento ecumenico con il costituirsi nel 1948 del Consiglio Ecumenico delle Chiese; i ripetuti tentativi di rinnovamento teologico, per la promozione di una teologia che si misuri con la critica storica e che elabori non più a partire da dati manualistici ma dalle fonti bibliche e patristiche; la fioritura di movimenti laicali, soprattutto in Francia e Germania, e di una nuova sensibilità sociale, di cui sono solo due riferimenti sensibili le differenti esperienze dei preti operai in Francia e di don Primo Mazzolari in Italia.

Realtà che costituiranno per molti versi il fulcro del dibattito ecclesiale nella futura stagione conciliare: numerose figure allora condannate, i domenicani Marie-Dominique Chenu e Yves Congar, i gesuiti Henri-Marie De Lubac, Jean Daniélou, Karl Rahner, saranno poi chiamate a partecipare con il ruolo di esperti al Concilio Vaticano II.

Don Michele, nato nel 1918, seminarista e poi giovane prete, ha questo scenario sullo sfondo: il dogmatismo e le autodifese apologetiche dell’istituzione contro la modernità e le istanze di rinnovamento; l’ufficialità, l’unanimismo, l’impostazione manualistica e giuridicistica degli anni Venti e Trenta e ancora degli anni Quaranta e Cinquanta - Mario Rossi in un testo autobiografico li rievocherà come «i giorni dell’Onnipotenza»[12] - e la crescente consapevolezza di una insufficienza evangelica e di una necessaria riformulazione della proposta cristiana.

Quando sarà maturo il tempo per una ricostruzione biografica puntuale potremo misurare i rapporti, i retaggi le relazioni del rettore di St. Jacques con i novatori su diversi fronti e, in primo luogo, con le figure imputate di modernismo.

Allo stato attuale della ricerca sono d’accordo con la penetrante ricostruzione di Clara Gennaro che ha scritto che don Michele «più che i problemi della conciliazione con la modernità (scienza, diritti, socialità, politica, tecniche), sentiva fortemente il bisogno di ri-leggere e ri-esprimere le fonti e la scaturigine profonda dell’essere cristiano». E ancora: «Ritengo che don Michele non fosse un modernista ma del modernismo abbia colto gli stimoli e gli interrogativi, come fece d’altronde sorella Maria che non rifuggiva dal rapporto con Buonaiuti e dall’amore che nutriva per Tyrrell»[13].

Don Do, Maria di Campello, don Mazzolari non temono di riconoscere in primo luogo a se stessi che quella stagione congelata da condanne inappellabili conteneva istanze inevase, attese che chiedevano di essere colmate.

Mazzolari in particolare sembra esserne consapevole. Una nota scritta dal parroco di Bozzolo a una affezionata amica sua e dell’eremo di Campello in occasione della morte di Ernesto Buonaiuti suggerisce l’idea di un’eredità «provvidenziale» che è legittimo ipotizzare il sacerdote avverta non solo nell’esperienza di sorella Maria.

«Mi dite che gli amici di fra Ginepro [è il nome che aveva assunto Buonaiuti come fratello non convivente della piccola famiglia umbra] si riversano verso l’eremo. È naturale e provvidenziale. Ella farà quello che il nostro grande fratello non era forse più in grado di fare. A un certo momento il Signore affida il solco alle mani che lo possono condurre a compimento»[14].

Don Primo, l’eremita di Campello e «il solitario della montagna», come i due più anziani chiamano nel loro carteggio l’amico più giovane, portano dunque nella loro esperienza domande poste nella difficile stagione modernista – lo attesta l’evocazione del più colpito dei modernisti italiani -, in cui riconoscono almeno alcune delle loro stesse aspirazioni.


«Un incontro che mi ha segnato alle radici»

Come possiamo delineare il rapporto che legava don Michele a Mazzolari?

Molto eloquenti risultano alcune sue parole scritte a sorella Maria nel 1954:

«Ignazio [appellativo attribuito a Mazzolari quando accetta di diventare fratello non convivente dell’eremo di Campello] mi è sempre presente: sostiene e alimenta la mia passione e la mia giornata sacerdotale. Egli sarebbe forse sorpreso nell’apprendere quanto ci ha donato di purezza e di passione evangelica, e nel comprendere quanto lo amiamo»[15].

Ancora nel 1985, nel corso del già rievocato convegno dedicato al prete cremonese, il rettore di St. Jacques afferma e scrive:

«Un incontro che mi ha segnato alle radici. Non l’ho frequentato spesso, ma l’ho amato molto e in certi momenti della mia giovinezza l’ho sentito come la voce della coscienza e come la coscienza della Chiesa. Ognuno ha i suoi santi e i suoi profeti; don Primo lo fu per me come pochi altri»[16].

Parole inequivocabili nell’indicazione di un debito, un sostegno, una compagnia capitale per il suo ministero e per la sua vita.

L’incontro tra i due era avvenuto al Pontificio Seminario Lombardo, dove il giovane prete studiava e Mazzolari era stato invitato a predicare gli esercizi spirituali. L’anno era il 1939, il prete cremonese era nel pieno delle sue forze e all’apice del suo impegno (lo rimarrà per un altro ventennio, fino alla morte, che avverrà nel 1959). Dopo aver pubblicato La più bella avventura[17] e ricevuto la prima censura dal S. Uffizio, era già amatissimo o osteggiato, ricercato o temuto per la sua parola franca e appassionata.

Poco dopo tre compagni di corso di don Michele - Giuseppe Del Bo, Ferdinando Tartaglia, Sante Pignagnoli - lasceranno il Lombardo per una ricerca dagli esiti diversi e don Mazzolari sarà accusato di essere all’origine di queste defezioni. Accusa infondata: come testimoniano le lettere inviate dai tre, in particolare da Tartaglia e più ancora da Giuseppe Del Bo al parroco di Bozzolo e all’eremita di Campello, numerosi quanto infruttuosi saranno i tentativi di dar vita a forme religiose, gruppi di riflessione e di ricerca a cui anche Mazzolari e Maria sono invitati a prendere parte. Questi ultimi avvertiranno la fragilità di queste tensioni e coglieranno in particolare in Tartaglia elementi di «aridità intellettualistica» e carenza di «calore spirituale» - come scriverà più avanti Mazzolari su «Adesso» - che impediranno di fatto ogni collaborazione[18].

Mentre Del Bo e Pignagnoli[19] seguiranno per un tratto Tartaglia, figura controversa che attende ancora un biografo che sveli l’enigma della sua vicenda[20], Don Michele si sottrae dal suo «influsso» – come scrive Maria a Mazzolari[21] – ma non dalla ricerca di una dimensione religiosa autentica.

Rimarrà in contatto con il prete cremonese soprattutto attraverso i suoi libri e attraverso il rapporto con sorella Maria che si intuisce molto profondo anche se non sono per ora a disposizione i carteggi scambiati tra Do e l’eremita; perduti risultano invece allo stato attuale le eventuali lettere – probabili, considerata la ingente consistenza degli epistolari mazzolariani – inviate da Mazzolari al più giovane confratello.

Le tre sole lettere del rettore di St. Jacques conservate nell’archivio della Fondazione bozzolose attestano una «comunione» che per quanto «inespressa» si dichiara profondissima, una amicizia che per quanto «silenziosa» - si aggiunga che risulta un’unica visita di don Michele a Bozzolo, nell’ottobre 1956[22] - appare capace di riempire «tanta parte delle mie lunghe ore di solitudine alimentando il mio sacerdozio»[23].

Attraverso le lettere si crea quello scambio triangolare sopra menzionato, in cui i due più anziani si dichiarano più volte preoccupati nei confronti del più giovane, per il timore che la lunga solitudine ne metta a repentaglio la vocazione.

A questo timore potrebbe aver contribuito qualche confessione del rettore di St. Jacques alla sorella eremita. Ne abbiamo almeno una traccia in una lettera, anch’essa qui riproposta in appendice, la cui pubblicazione su «Adesso» getta qualche luce sulla qualità della comunicazione tra i tre, in particolare sulla delicatezza di Maria e su una certa sbrigatività, ruvidezza - riscattata dalla passione - dell’impegno mazzolariano.

L’episodio a cui si fa riferimento è il seguente.

Nell’aprile del 1953 il più giovane aveva scritto una lettera a Campello che Maria aveva ritenuto opportuno far copiare per Mazzolari. Grande era stata la sorpresa e lo sbigottimento della sorella nel vederla pubblicata su «Adesso» e prontamente ne chiedeva conto al responsabile. Il quale rispondeva immediatamente evidenziando la pregnanza dello scritto – «Come lasciar fuori una parola così viva da Adesso?» – e tranquillizzandola con l’irriconoscibilità che l’anonimato assicurava all’autore[24].

In quella lettera don Michele esprimeva il profondo disagio sperimentato quotidianamente nel suo «piccolo mondo opprimente» in cui respirava povertà umana oltreché liturgica e spirituale: «deserto e abbandono», sensazione di «soffocamento»; confessava inoltre di aver dovuto più volte difendersi dalla «suggestione della fuga» ma insieme la forza donatagli dalla lettura del mazzolariano La pieve sull’argine[25] e l’alimento che ne aveva tratto per recuperare la saldezza del cuore e l’impegno di fedeltà.

Tentando di esplicitare i tratti mazzolariani specialmente apprezzati da Do potremmo utilizzare una formula un po’ usurata ma credo sempre eloquente: la ‘fedeltà nella libertà’, intendendo con tale espressione l’amore per la Chiesa al di là delle pesantezze dell’istituzione, o meglio la capacità di aderire all’istituzione emarginandone il superfluo e facendo invece tesoro della sua intima essenza, del suo essere «sacramento dell’essenziale»[26]. Ne condivide la convinzione che «la Chiesa custodisce anche se indegna […] le cose di Dio»[27], che non è essa il bene, ne è invece «l’involucro e il segno» e come involucro e segno è stata voluta da Dio.

Conservare l’essenziale e relativizzare il superfluo, magistero riconosciuto da Do al parroco di Bozzolo, è anche la chiave di una appartenenza mai messa in discussione. Ricorda don Michele: «Dobbiamo restare dentro – ci diceva [Mazzolari] -, da uomini liberi ma dentro. Dobbiamo resistere alle tentazione di andarcene. Fuori, saremmo condannati alla sterilità. Saremmo nubi senza acqua, cisterne screpolate»[28].

La lezione mazzolariana ha probabilmente inciso anche sull’esigente atteggiamento del rettore di St. Jacques negli anni della contestazione ecclesiale, da lui rifiutata quando gli sembrava facile e «senza radici», «una elegante oppure aspra discussione di gusci più che di sostanza»[29]. Anche questo sarà uno degli elementi da approfondire successivamente in sede storiografica. 


Il Vangelo e il cuore

Ma che cos’è l’essenziale? Il «Vangelo» e il «cuore». Lo riconosce ancora don Michele, sempre riferendosi al parroco cremonese:

«Di tutta la sua vita don Primo ha fatto una lunga “ruminazione” evangelica. Non era, la sua, una lettura dotta ed erudita, ma una lettura diretta, senza troppi sussidi esegetici: lettura selvaggia di un evangelo sine glossa. La sua anima nuda e un evangelo nudo. Aveva una sua maniera personalissima di leggere e commentare l’evangelo perché lo accostava sempre attraverso la sua esperienza e il suo cuore»[30].

Una folgorante fotografia del procedere mazzolariano, del suo accostarsi alla pagina evangelica con la sapienza della vita piuttosto che facendo ricorso a raffinati strumenti storico-critici. Il limpido riconoscimento del suo modo efficacissimo di restituire una lettura del Vangelo apparentemente senza mediazioni, affidato al confronto diretto tra il testo da un lato e la vita degli uomini e la storia del suo tempo dall’altro.

Un primato del Vangelo – riconoscibile anche nella esperienza di don Michele – tutt’altro che scontato negli anni precedenti alla vera e propria ‘rivoluzione copernicana’ relativa alla Bibbia costituita dal Concilio Vaticano II.

Un primato del «cuore» che coglie un nucleo portante dell’atteggiamento mazzolariano: «Don Primo pensava con il cuore e con il cuore avvicinava ogni realtà e ogni problema»[31], scrive ancora don Do, evidenziando che con il cuore «esegeta del cuore umano» Mazzolari sapeva vedere i poveri come «cosa di Dio», con il cuore sapeva cogliere la sacramentalità della creazione e della storia: «L’inno alla creazione, la messa sul mondo, prima che nelle pagine di Teilhard de Chardin le abbiamo trovate nella canonica contadina di don Primo»[32].

E ancora, con il suo Vangelo letto con il cuore, il parroco di Bozzolo ha anticipato molti dei temi del Concilio Vaticano II: «Per quanti si sono nutriti del suo pensiero il Concilio non ha detto nulla di nuovo: il primato della coscienza, i poveri, il dialogo, la pace, l’apertura ecumenica alle chiese cristiane e a ogni puro anelito religioso, il rapporto chiesa-mondo, …»[33]. Don Michele ha compreso e ha amato intuizioni e aperture che continuano a essere riconosciute e approfondite dagli affondi più recenti sulla vicenda mazzolariana[34].

Fin qui le parole del rettore di St. Jacques. Ma, ripercorrendo gli scritti di Mazzolari, si può indovinare che egli ami molto anche quel credere non acquietato, non risolto una volta per tutte che traspare in alcune sue opere, in particolare in Della fede e Della tolleranza, quella linea agostiniana e pascaliana che costituisce il fondamento del suo cattolicesimo sociale e credo la chiave della sua saldezza di fronte alle nove censure o richiami canonici ricevuti nel corso della sua vita.

Appare in sintonia con la ricerca di don Michele quella fede mai ridotta a un sistema di verità astratte e incontrovertibili ma presentata come un cammino instancabile e faticoso a partire dall’ «ineffabile e imperscrutabile […] mistero di una presenza»[35], che si fa mistero dell’amore; quella adesione a Cristo vissuta come risposta, «abbandono» a un appello che viene dall’ «Altro», che esclude – in tempi in cui non si sfuggiva alla logica dell’imposizione - ogni  «dovere di credere», ogni costrizione alla fede se non a rischio di «commettere una sopraffazione contro la divinità della persona»[36].

Doveva persuaderlo quella impostazione tanto diversa dalla vulgata allora imperante del rapporto tra cristianesimo, verità e libertà che induceva don Primo a scrivere:

Non si può usare la verità come una clava, un guanto di ferro, una spada./ Certe durezze e implacabilità da guardiani gelosi e inintelligenti, certe intransigenze di metodo e certe dubbie amplificazioni presentate come necessarie, non servono la verità, che può essere proposta, senza diminuirla, in tanti modi. […] A nessuno Iddio volle affidare il compito di far trionfare la verità, ma solo di renderle testimonianza nella carità: “veritatem facientes in caritate”./ Dio non vuole che per accendere una lampada si perda un cuore[37]


Reinterpretare i fondamenti

Insieme e idealmente accanto a Mazzolari, Do riconosce il magistero sapienziale di sorella Maria, la vastità del suo mondo apparentemente piccolo – Maria si firma francescanamente «la Minore» - e invece capace di accoglienza universale, che sembra lontana dalla sensibilità sociale mazzolariana ma che al contrario – come emerge dal carteggio tra i due – apre e permette consonanze profonde. 

Don Michele rievocava il sorgere dell’amicizia nel corso del nostro incontro del 2005: ricordava come avesse conosciuto l’eremita di Campello nel 1945 attraverso un comune amico, fratello non convivente dell’eremo, don Osvaldo Perrenchio, parroco di St. Martin. La prima lettera di sorella Maria al più giovane corrispondente conferma l’evento spostando solo un poco più avanti, al 1948,  la data della circostanza[38].

L’eremita, che viveva a Campello dal 1926 dove aveva dato inizio con poche sorelle alla sua koinonìa di preghiera, contemplazione e ospitalità che accoglieva pellegrini provenienti da molti paesi e differenti credenze religiose, diventa un riferimento essenziale per don Michele. Ancor prima di avere a disposizione altra documentazione possiamo delineare quali siano le radici di una intima consonanza che segna l’intera vita di Do. Clara Gennaro ha ben rievocato le tracce liturgiche – canti e preghiere – e materiali – le tele grezze ricamate – che ancora oggi permettono di vivere in comunione con lo spirito dell’eremo di Campello nella Piccola fraternità di casa Favre, luogo e realtà di ospitalità e condivisione in cui egli visse a partire dal 1983, poco prima del ritiro dall’impegno di rettore di St. Jacques (1986)[39].

Credo che ad accomunare l’eremita di Campello e l’eremita di St. Jacques sia in primo luogo una sensibilità di fondo che si potrebbe chiamare lo ‘sguardo orientale’.

Sorella Maria ha scritto e ha fatto più volte capire il suo amore per l’oriente: «io sono dell’Oriente perché l’Occidente mi fa paura», afferma in una lettera a Mazzolari[40]. Per oriente ella sembra intendere intimo rapporto tra l’uomo e il creato, coscienza della sacramentalità delle cose, sguardo trasfigurante sulla natura e sulla storia, idealmente contrapposto a un occidente intuito come possessore e manipolatore successivamente tanto sviluppato nella letteratura non solo religiosa. Un sentire ulteriormente sviluppato nell’espressione Sacrum facere, propria di Maria, per indicare l’intento di vivere la sacralità del quotidiano, di trasformare la realtà e i gesti di ogni giorno in esperienza sacra. Don Michele non solo mutuerà l’espressione ma ne farà elemento costante di rielaborazione e meditazione nel tentativo – si direbbe - di assaporare e di aiutare ad assaporare il mistero presente nella realtà, di cogliere intimamente il «cammino ascensionale e trasfigurante» che conduce tutte le esperienze umane, ma nella sua concezione anche il mondo inanimato, l’intero creato, a pienezza, a compimento divino.

Certamente il rettore di St. Jacques aderisce completamente a quella immagine di Chiesa vissuta come fraternità di «non racchiusi», koinonìa senza confini, irradiazione universale con Cristo al suo centro che è uno dei tratti più espressivi dell’eremita di Campello. E ancora lo unisce a lei il dono dell’amicizia vissuto come «sacramento», l’avvertimento della intangibilità della coscienza, il primato dell’interiorità rispetto a ogni formalismo istituzionale.  

Convinzioni, quelle appena rievocate, condivise anche dal parroco di Bozzolo, presenti almeno nello spirito nella sua vicenda e nella sua produzione e che inviterebbero ad aprire un interessante capitolo sui riferimenti e le letture comuni ai tre amici.

In questa sede dobbiamo limitarci ad alcune annotazioni.

In primo luogo l’amore comune tra sorella Maria e don Michele per Gandhi e Albert Schweitzer, che forse ella stessa ha contribuito a fargli conoscere: Mazzolari attribuisce esplicitamente all’eremita di Campello il suo accostarsi a Gandhi [41], di cui ella potrebbe aver letto anche nella rivista buonaiutiana Religio che dedicava spesso scritti e studi a entrambe le figure.

Certamente tutti e tre condividono amori non tanto per la produzione di Ernesto Buonaiuti – al di là dell’amicizia profondissima che legherà la Minore con il pluriscomunicato prete romano - quanto per figure espressive di un modernismo spirituale come George Tyrrell e Antonio Fogazzaro; per autori protesi allo scavo della radice del messaggio cristiano come i francesi Léon Bloy e George Bernanos o il russo Fëdor Dostoevskij: il culto della bellezza avvertita come trasparenza del mistero di Dio, di cui egli è fautore, è patrimonio comune dei tre, per quanto più presente in don Michele e Maria[42].

Va tuttavia sottolineato un elemento di fondo che distingue e differenzia Do e i suoi due fratello e sorella maggiori.

Mazzolari declina in socialità la sua istanza evangelica e appare meno dedito alla rimeditazione radicale del mistero cristiano. Nel parroco di Bozzolo cristianesimo come ‘religione dell’incarnazione’ significa urgenza dell’impegno nella storia ed egli, dagli anni Quaranta in poi, dispiega gran parte delle sue energie su questo versante. Soprattutto dopo la fine del fascismo, con i cristiani finalmente detentori delle leve del potere, scommetterà sulla speranza di una «rivoluzione cristiana», utopia di una società ispirata saldamente al Vangelo e perciò realizzatrice di giustizia e di attenzione soprattutto ai poveri.

Maria – nella documentazione e negli studi finora pubblicati - è la donna dell’ascolto, della contemplazione, della comunione vissuta, che traduce in preghiera, in notazione amicale, in sapienza del quotidiano ciò che in don Michele si fa pensiero, elaborazione, sia pure, come ben notato da Silvana Molina e Piero Racca nel loro saggio introduttivo a Per un’immagine creativa del cristianesimo, non teologicamente sistematica.

Don Michele si nutre della linfa che scaturisce da questi grandi alberi, sente che è la stessa che anima la sua ricerca, ma il suo percorso è anche altro, il suo pensare ha bisogno di procedere oltre.

C’è un passo, in Amare la Chiesa, in cui don Michele parla di qualcosa di non risolto e non chiarito che resta nella prospettiva di don Primo: se il parroco di Bozzolo «ha versato vino nuovo in otri vecchi e ne ha versato in sovrabbondanza»[43], il rettore di St. Jacques ha bisogno di rinnovare gli otri, ripensare i fondamenti della fede e della vita cristiana, con un’attitudine - un «radicale legame tra vivere e pensare» - che è tutta sua.

L’analisi dei suoi testi indica come alcuni riferimenti comuni siano stati approfonditi e utilizzati ben oltre la lettura che ne facevano Mazzolari e sorella Maria: penso a Simone Weil, conosciuta anche dal parroco di Bozzolo ma amata e utilizzata molto di più da don Michele[44].

Penso soprattutto a Nikolaj Berdjaev, su cui tornava continuamente anche nel nostro incontro del 2005, raccomandandoci la lettura dei saggi a lui dedicati da Olivier Clèment[45].

Il pensatore russo, riparato in Francia dopo la rivoluzione bolscevica, è una delle più vive voci del cattolicesimo del primo Novecento e Mazzolari attingerà da lui a piene mani soprattutto per la valutazione del fenomeno comunista. Prenderà spunto alle sue pagine per delineare l’ansia religiosa, palingenetica del comunismo, letto come «eresia cristiana», «idea prodiga» che conserva un nucleo di verità – l’istanza di giustizia sociale, la difesa dei più poveri – comune al cristianesimo ma a questo sfuggito per il tradimento della propria vocazione da parte dei credenti; vi rintraccerà ancora la consapevolezza della «camicia di forza» che ateismo e materialismo comunista rappresentano per l’uomo assetato di assoluto: nuclei portanti del suo impegno e delle sue battaglie.  

Don Michele fa tesoro invece di Berdjaev come ispiratore di una nuova interpretazione del cristianesimo, da lui attinge la suggestione di una rilettura in chiave creativa piuttosto che redentiva dell’esperienza di fede. Sulla scorta del russo giunge a quella «immagine» di cristianesimo – le sue «faticate, dubitose, irrinunciabili chiarezze» - non tanto religione della redenzione quanto dell’ascensione e della trasfigurazione che è tra le elaborazioni più importanti del Do maturo. Una religione che non predica una salvezza estrinseca, operata da un «Dio della legge» che agisce attraverso la paura o la «magia» dei sacramenti, ma una «religione dell’interiorità», di un Dio che vuole «esprimere se stesso attraverso il sacramento dell’uomo, così come è avvenuto in pienezza in Gesù»[46]; non una «religione dell’onnipotenza», ma un cammino illuminato dalla presenza silenziosamente operante e trasfigurante dello Spirito che conduce ogni uomo e tutta la realtà cosmica verso la pienezza divina. Ogni realtà di fede viene da don Michele non negata ma riletta e ricondotta alla sua «purezza sorgiva» e restituita con un linguaggio poetico, evocativo all’uomo che ha attraversato la prova della modernità (ricordo negli ultimi dialoghi filmati le sue precisazioni sulla «non svalorizzazione» di atti e credenze consegnati alla tradizione ma su una loro «reinterpretazione»).


Il ‘caso serio’ della ragione

C’è in don Michele – rispetto a Mazzolari e a Maria - uno specifico amore per la vita che si fa pensiero, un prendere sul serio la ragione umana, che apre un altro fronte di rapporti e di scambi, credo non meno importanti per la sua riflessione spirituale: il dialogo con i non credenti, quelli che egli chiamava, riecheggiando in verso dell’amico David Maria Turoldo, i «laici nobilmente pensosi»[47].

Un’attitudine che lo accomuna senz’altro all’accoglienza fraterna, aliena da discriminazioni di fede e culture, della koinonia di sorella Maria, e all’attenzione ai lontani, tratto specifico del parroco di Bozzolo. Tuttavia nel rettore di St. Jacques c’è una maggior consapevolezza della pregnanza della tradizione umanistica; c’è una speciale accentuazione della grandezza dell’uomo, ateo o credente, purché non rinunci a porsi le domande di senso ineludibili per il cuore umano. «Anche nell’ateismo vorrei vedere questa grandezza, propria di chi sa, di chi è consapevole a cosa rinuncia», amava dire.

E ancora, elemento cruciale e distintivo di don Michele, la sottolineatura del vaglio della ragione come ‘caso serio’ della fede,  la ripresa di un complesso di problemi che scuoteva le coscienze moderne e contemporanee – e ai quali è sottesa la domanda sul rapporto tra fede e ragione - che non era stata altrettanto tematizzata né da Maria né da Mazzolari. E’ Do che approfondisce la dimensione drammatica della ricerca umana, la dignità del dubbio, la tentazione del nulla, è sua la «lettura dialogica e interrogante» dei moderni come Albert Camus, Miguel de Unamuno e numerosi ‘maestri del sospetto’.

C’è in lui l’esigenza di non tradire, non ingannare la ragione - «la ragione deve essere umile ma non va umiliata» soleva ripetere -, l’assunzione di una radicale onestà che lo conduce a esprimere una affermazione capitale, più volte ribadita nella sua esperienza: «Se non posso formulare alte risposte, intendo conservare almeno alte domande».

In questa accoglienza delle sfide della ragione si sentiva profondamente vicino a sorella Jacopa dell’eremo di Campello, la non credente che in nome della ragione a lungo aveva resistito alla fede, vivendo infine nel rapporto con Maria una vera «trasfusione di fede», che ne aveva fatta la compagna più consonante, la «Unanime» della Minore: la rievocava ripetutamente e con particolare affetto nel corso del nostro incontro. Lo appassionava quella sua fede difficile, combattuta, in cui riconosceva evidentemente alcune domande, tensioni che avevano interrogato la sua stessa vita.

Ancora in occasione del nostro dialogo rievocava la preoccupazione di un «non credente nobilmente pensante», Claudio Magris, che in un articolo aveva denunciato come «in questo tempo il cristianesimo rischiasse di sciogliersi nelle coscienze per l’insufficienza dell’immagine creativa che viene proposta».

Nell’intento a non sfuggire le sfide del suo tempo suoi compagni di riflessione erano stati molti scrittori e pensatori non credenti: Giuseppe Prezzolini[48], Norberto Bobbio, Guido Morselli, Cesare Pavese, autori che aiutavano con la loro negazione a raggiungere e distillare quelle «irrinunciabili dubitose faticate chiarezze» che erano il suo impegno e la sua conquista.

Chiarezze che sviluppavano e portavano a compimento, il suo compimento, quel cammino di fede cristiana e di «cattolicità sostanziale, come apertura rispettosa e cordiale a ogni uomo e a tutto l’umano» respirata già nei rapporti con Maria e Mazzolari. Nel nostro incontro rievocò tra l’altro l’amicizia con Giuseppe Del Bo – ormai lontano da ogni orizzonte di fede - e la sua partecipazione al funerale civile dell’amico; si commosse e ci commosse inoltre con il racconto di un vero piccolo  ‘fioretto’ moderno, di cui era stato testimone: il desiderio, confessato da un’amica comune, a Celestina Favre, appartenente alla sua ‘piccola fraternità’, di partecipare alla mensa eucaristica - «Andrei alla comunione ma non ho abbastanza fede» - e la risposta di Celestina: «Vacci con la mia fede, io andrò con la tua».

Un dono del cuore e dell’intelligenza – don Michele riconosceva come «indotti intelligenti» molte delle bellissime figure che condividevano il suo cammino spirituale non da tutti compreso in una valle che si apriva al turismo e all’arricchimento – che permette di gettare uno sguardo sui mondi vitali che il rettore di St. Jacques, non diversamente da Mazzolari e Maria, aveva ispirato e creato intorno a sé: quella fitta rete di rapporti, amicizie, quella circolarità di affetti e consonanze che includeva Giuseppe Acchiappati, David Maria Turoldo, Umberto Vivarelli, Camillo De Piaz, Giovanni Vannucci, Nazareno Fabbretti, il pastore anglicano Murray Rogers, solo per far memoria di qualche nome, e insieme i tantissimi che si raccoglievano intorno alle loro voci.

Tutti protagonisti di un cristianesimo apparentemente sommerso «ma che non si è fatto sommergere», come affermava don Michele ancora nel 2005, che continuava a coltivare speranze e, per dirla con Mazzolari, «sogni» di una comunità ecclesiale dagli orizzonti più vasti e insieme più vicina al cammino degli uomini: una comunità capace di assumere piuttosto che di elidere o congelare le istanze di apertura, riforma e dialogo con il proprio tempo di cui era stata ricca la storia del Novecento.




Mariangela Maraviglia

                                                                                                  

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Appendice

1

Natale 1956[49]

Verso: Eccola la mia chiesetta ed il mio romitaggio alpino fasciati di silenzio. La penso spesso carissimo don Primo – ed il suo ricordo e la sua presenza riempiono tanta parte delle mie lunghe ore di solitudine alimentando il mio sacerdozio.

Voglio dirti un “grazie” – ora che mi preparo al Natale - la  festa dell’amicizia: raccogliendo in cuore le presenze più care e le voci più pure.

Le arriverà una fontina: è il prodotto della mia terra e della mia gente. L’accolga come un segno sensibile della mia comunione con Lei. E’ genuina come l’affetto del suo Don Michele.

Un saluto carissimo alla buona Giuseppina[50].



2

St. Jacques 24 gennaio [1958][51]

Carissimo don Primo,

la cara e buona Giuseppina è ricorsa anche al miele per stanare l’orso e costringerlo ad uscire dal suo silenzio. Mi sono vergognato ma sono sicuro che lei avrà saputo leggere anche le parole non scritte e cogliere la comunione inespressa – ma realissima – di cuore e di passione. E mi avrà perdonato.

Fu un mese duro ed amaro questo per me. La vigilia di Natale  - a 75 anni – è tornata al Padre la mia seconda mamma. Si chiamava Teresa[52]: ne affido il nome e la presenza al suo cuore ed al suo suffragio.

Mi aveva accolto quando giovanissimo arrivai a St. Jacques e mi accompagnò sempre con affetto intelligente e materno. Zia Paola[53] l’avrebbe riconosciuta della sua famiglia.

Ad un mese di distanza l’angoscia è ancora intatta e duro fatica a riprendermi.

Il mio incontro con P. Bevilacqua[54] fu purtroppo soltanto un incontro «in cartolina» – una firma aggiunta in calce ma che di bresciano non aveva nulla. Non mi perdonerei mai di arrivare fino a Brescia senza raggiungere Bozzolo.

Conto di venirci in primavera portando con me un amico finanziare[55]: un cuore di poeta di una eccezionale nobiltà. Sono sicuro che lei gli vorrà subito bene. Ha bisogno di scegliere ed ho piacere che si incontri con lei. Di lei conosce già tutto, perché don Primo è forse il nome che torna con più frequenza nelle nostre lunghissime conversazioni.

Il mio affettuoso ringraziamento alla cara Giuseppina. A lei tutta la mia fedele anche se silenziosa amicizia. Don Michele




3

St. Jacques, mercoledì santo[56]

Carissimo don Primo

è con me p. Acchiappati – il vecchio (ma è pericoloso dirglielo): e sempre giovanilmente irrequieto Pirata del Regno. Domani romperemo il pane insieme ed insieme le mandiamo il saluto per dirle quanto lei sia presente tra noi alla mensa del giovedì santo.

Io poi debbo rivolgerle l’invito a nome del Parroco della Cattedrale di Aosta per una predicazione nel mese di maggio a tutta la città. Sarebbe libero in una delle prime settimane di maggio? E a fine aprile? Se lei mi dice che la cosa è possibile – le scriverà o verrà a Bozzolo il Parroco per combinare insieme il programma. Si vorrebbe naturalmente includere un incontro con i sacerdoti della valle. La sua presenza sarebbe un dono grosso per noi eremiti dei monti e lei sa con quale assetata attesa l’aspetti il sottoscritto. L’incontro con i sacerdoti valdostani penso che sarà anche per lei una esperienza piena di interesse.

Se può non ci dica di no.

Passo la penna a p. Acchiappati.

Ci ricordi e ci voglia sempre bene.

Don Michele

Cari saluti alla Giuseppina.


Ci vuole tutta la fantasia dei giovani per vedere il “pirata” in un vagabondo – viator verso i grigi tramonti… Se non fosse la Pasqua!
Prega per me… il vecchio amico p. Joseph



4

Il cuore del sacerdote. Confidenze a un amico[57]

Rientro in questo momento da … dove ho partecipato alla Cena nella Chiesa parrocchiale: un Cenacolo né magnum stratum[58], dove inutilmente ho cercato la purezza di un gesto, di un atto liturgico nella ripresentazione del Mistero, fatta senza luce di grandezza e calore di comunione.

Respiravo il deserto e l’abbandono.

Mi sono difeso come ho potuto: ho riletto il Discorso della Cena, ho cantato, purtroppo solo col cuore, perché il Mondatum[59] è stato omesso, l’Ubi charitas et amor[60], e sono venuto all’Eremo per costruirmi col cuore un Cenacolo nel quale non fossi così solo e che mi aiutasse a rimanere fedele alla comunione con la mia gente che da mesi sento che minaccia di cedere.

Appena rientrato trovo, con improvvisa apparizione di gioia, il segno sensibile della fedeltà e della comunione dell’Eremo.

Grazie di questo dono che continua la mia comunione di questa mattina.

Questi ultimi mesi furono penosi e duri. Quante volte ho dovuto difendermi dalla suggestione della fuga! La suggestione rimane tuttora come rimane la sensazione, mai sofferta prima d’ora con tanta violenza, del soffocamento. Una cosa quasi fisica. Un groviglio di grettezze, di slealtà, di bassezza, che ripercuotendosi sui miei poveri nervi sconvolti e logori mi inducono alla fuga per non cedere alla tentazione di chiudere il cuore.

Lo domando nella Messa d’ogni giorno al Signore che mi tenga il cuore aperto e grande. Ma talvolta ho paura di non farcela più. Se sono rimasto e ho resistito è perché la fuga mi pareva una viltà e un tradimento; non tanto verso la mia gente quanto verso le solitudini ben più paurose e disperanti di quei fratelli di sacerdozio che non hanno per riempire il deserto che li fascia e per difendersi dal crollo interiore il dono purissimo di una fraternità e di una comunione come quella dell’Eremo. Molti non hanno neppure il dono della lettura e la passione del libro. Quale forze mi ha donato la “Pieve sull’argine”! Il suo è stato un meraviglioso dono fraterno, la risposta ad un richiamo, la voce che il cuore aspettava.

Dopo la sua lettura ho ripreso con cuore fatto più saldo il mio impegno di fedeltà alla mia gente e ad una solitudine che, mi sembra, è la strada sulla quale devo camminare.

Io posso abbandonare questo piccolo mondo opprimente quando voglio, e non sono mancate le sollecitazioni quasi autoritative a farlo. Moltissimi fratelli di sacerdozio invece vi sono costretti  come inchiodati. Quello che io ho volontariamente scelto è per loro una prospettiva obbligata e senza scadenza. Questo pensiero mi trattiene dal fuggire. Penso, poiché la comunione dei santi è la realtà più gaudiosa del Vangelo, che il consumare in pienezza e in fedeltà queste esperienze di solitudine, non sia né utile né sterile.

Mi benedica e mi accolga nella mensa pasquale in comunione col Cristo risorto.  




Mariangela Maraviglia

                                                                                                  

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[1] M. Do, Amare la chiesa, prefazione di E. Bianchi, Edizioni Qiqajon Comunità di Bose, Magnano 2008; M. Do, Per un’immagine creativa del cristianesimo, a cura di C. Gennaro, S. Molina, P. Racca, sl, sd. [d’ora in avanti rispettivamente Amare la chiesa e Per un’immagine creativa].

[2] Sorella Maria di Campello, P. Mazzolari, L’ineffabile fraternità. Carteggio (1925-1959), introduzione e note a cura di M. Maraviglia, Edizioni Qiqajon Comunità di Bose, Magnano 2007 [d’ora in avanti L’ineffabile fraternità].

Di questi testi si avvale M. Pomi in un’appassionata ricostruzione della vicenda di don Do: cfr. Id., Don Michele Do, l’accattone di Dio. Il pellegrinaggio alle sorgenti del solitario di St. Jacques, in «Religioni e società. Rivista di scienze sociali della religione», 68 (2010), pp. 121-132.

[3] Sono state precedentemente lette da Maurilio Guasco nel corso del convegno In memoria di don Michele Do (St. Jacques 12-14 agosto 2006).

[4] Don Michele Do nella Piccola Fraternità 1, Documenta, Milano 2006; Don Michele Do nella Piccola Fraternità 2, Documenta, Milano 2006; Primo incontro degli amici di don Michele Do, 29 luglio 2006, St. Jacques, Documenta, Milano 2006; In memoria di don Michele Do, convegno St Jacques 12-14 agosto 2006, Documenta, Milano 2006.

[5] Il dialogo avvenne nella casa Favre di St. Jacques in data 3 settembre 2005: oltre a me era presente anche Mario Gnocchi, membro del Comitato Scientifico della Fondazione Mazzolari e presidente del SAE, e i rispettivi consorti.

[6] Si veda la nota 3.

[7] Cfr. R. Aubert, Il mezzo secolo che ha preparato il Vaticano Secondo, in La Chiesa nel mondo moderno, diretta da R. Aubert, L.J. Rogier, M. D. Knowles, Marietti, Torino 1979.

[8] AA. VV., Don Primo Mazzolari. L’uomo, il cristiano, il prete [1986], Servitium, Sotto il Monte 19992.

[9] L’altro è la sintesi di una relazione tenuta nel 1968 e pubblicata a cura di E. Peyretti su Il foglio, 327 (2005), in occasione della morte di don Michele.

[10] Amare la chiesa, cit., p. 32.

[11] Ivi, p. 38.

[12] M. V. Rossi, I giorni dell’onnipotenza. Memoria di un’esperienza cattolica, Borla, Roma 20002.

[13] Cfr. Per un’immagine creativa, cit., p. 14 e nota, in cui Clara Gennaro afferma di concordare con una precedente lettura offerta da Enrico Peyretti e ricorda la nettezza del giudizio di Enzo Bianchi che ha escluso qualsiasi «sensibilità modernista» in don Michele.

[14] Lettera di Primo Mazzolari a Margherita Bartalini del 12 novembre 1946, in P. Mazzolari, Pensieri dalle lettere, La Locusta, Vicenza 1976, p. 71.

[15] Parole comunicate da Maria a Mazzolari con lettera del 24 dicembre 1954, in L’ineffabile fraternità, cit., p. 330.

[16] Amare la chiesa, cit., p. 42.

[17] P. Mazzolari, La più bella avventura. Sulla traccia del “prodigo” [1934], Edizione critica a cura di M. Margotti, Edizioni Dehoniane, Bologna 2008.

[18] Riferimenti in L’ineffabile fraternità, cit., pp. 65-66 e passim.

[19] Con esiti biografici assai diversi: Pignagnoli dopo la sua crisi interiore continuerà la sua vicenda presbiterale incardinato nella diocesi di Guastalla (mancherà nel 1974); Del Bo – lasciato il ministero - fonderà e poi sarà presidente della Fondazione Feltrinelli, direttore degli Annali Feltrinelli, rivista di studi, ricerche, documentazione e si occuperà di storia del socialismo (mancherà nel 1981).

[20] Vi tenta con raffinata penetrazione e non senza distanziarsi dal giudizio mazzolariano, F. Milana, Il Vangelo del Dio nuovo. Su Tartaglia, in «L’ospite ingrato», 1 (2004), pp. 105-141.

[21] Cfr. L’ineffabile fraternità, cit., p. 277 (lettera di Maria a Mazzolari, 13 dicembre 1951).

[22] Ivi, p. 345 (lettera di Mazzolari a Maria, 25 ottobre 1956). Mazzolari annota nel suo diario del 1956 la visita di don Michele con parole che suggeriscono l'intensità dello scambio: «Mercoledì 24 ottobre […] Arriva don Michele Do – conversazione fin oltre mezzanotte. […] Venerdì 26 ottobre […] Lunga confidenziale conversazione con don Michele.» Ringrazio Giorgio Vecchio, che sta curando per le Dehoniane di Bologna  l’edizione del diario mazzolariano, per questa indicazione.

[23] Si vedano soprattutto le lettere del Natale 1956 e del 24 gennaio pubblicate in appendice.

[24] Ivi, pp. 297-298 (lettere di Maria a Mazzolari, 6 maggio 1953 e di Mazzolari a Maria, 8 maggio 1953).

[25] La pieve sull’argine. L’uomo di nessuno [1952], Edizione critica a cura di D. Saresella, Edizioni Dehoniane, Bologna 2008.

[26] Amare la chiesa, cit., p. 68.

[27] Ivi, p. 54.

[28] Ivi, p.51.

[29] Ivi.

[30] Ivi, p. 55.

[31] Ivi, p. 56.

[32] Ivi, p. 58.

[33] Ivi.

[34] Si vedano gli atti dei convegni curati ed editi dalla Fondazione Mazzolari: AA. VV. L’ecumenismo di don Primo Mazzolari, a cura di M. Maraviglia e M. Margotti, Marietti 1820, Genova-Milano 2009; AA. VV. «Tu non uccidere». Mazzolari e il pacifismo italiano del Novecento, a cura di P. Trionfini, Morcelliana, Brescia 2009. 

[35] P. Mazzolari, Della fede Della tolleranza Della speranza [rispettivamente 1961, 1961, 1945], Edizioni Dehoniane, Bologna 1995,  p. 30.

[36] Ivi, p. 51.

[37] P. Mazzolari, La Parola che non passa, [1954], Edizioni Dehoniane, Bologna 19956, pp. 134-135.

[38] Nella lettera, in realtà un biglietto che raffigura sul recto una mano che sostiene una lampada – immagine evocativa largamente usata a Campello -, Maria scrive che don Perrenchio le ha parlato di don Michele, chiedendole di inviargli un saluto. Ella dichiara di accettare l’invito per l’amore che porta per la montagna e per la memoria del grande abbé Aimé Gorret, già rettore di St. Jacques, da lei conosciuto nel corso dell’adolescenza. In calce allo scritto un saluto è aggiunto da padre Giovanni Vannucci, in quel periodo tra gli ospiti di Campello [cfr. Sorella Maria – G. M. Vannucci, Il canto dell'allodola. Lettere scelte (1947-1961), introduzione e note a cura di P. Marangon, Edizioni Qiqajon Comunità di Bose, Magnano 2006].

Ringrazio Nerina Favre, che ha condiviso con don Michele la  realizzazione della «Piccola fraternità di casa Favre» ed è ora custode delle sue lettere, per avermi mostrato il documento.    

[39] Cfr. Per un’immagine creativa, cit., p. 16.

[40] Cfr. L’ineffabile fraternità, cit., p. 297 (lettera di Maria a Mazzolari, 6 maggio 1953).

[41] Cfr. P. Mazzolari, Ricordo di Gandhi, articolo apparso su «Il Nuovo Cittadino», 6 marzo 1948, ora in M. Maraviglia, Don Primo Mazzolari. Con Dio e con il mondo, Edizioni Qiqajon Comunità di Bose, Magnano 2010, p. 145. Peraltro egli cita Gandhi già in sue pagine del 1933: cfr. P. Mazzolari, Diario III/A (1927-1933), a cura di A. Bergamaschi, Edizioni Dehoniane, Bologna 2000, p. 632.   

[42] Per Mazzolari si pensi alle mostre di pittura, con relativo premio, da lui promosse annualmente a Bozzolo e si legga il suo discorso «ai pittori» pronunciato nel 1955 in una di queste occasioni: cfr. P. Mazzolari, Discorsi, Edizione critica a cura di P. Tronfini, Edizioni Dehoniane, Bologna 2006, pp. 634-636.

 

[43] Amare la chiesa, cit., p. 59.

[44] Significativamente nel testo pubblicato nel 1985 egli ne ripropone le note parole: «Quando leggo il catechismo del Concilio di Trento non mi sembra di avere niente in comune con la religione che vi è esposta. Quando leggo il Nuovo Testamento, i mistici, quando vedo celebrare la messa, sento con una specie di certezza che questa fede è la mia. O meglio, sarebbe la mia senza la distanza frapposta tra essa e me dalla mia indegnità». In Amare la chiesa, cit., p. 41.

[45]  O. Clèment, La strada di una filosofia religiosa: Berdjaev, Edizione italiana a cura di A. Dell’Asta, Jaca Book, Milano 2003.

[46] Cfr. Per un’immagine creativa, cit., p. 181.

[47] «Fratello ateo, nobilmente pensoso» è l’incipit della poesia Oltre la foresta, cfr. D. M. Turoldo, Canti ultimi, Garzanti, Milano 1991, p. 205.

[48] Interessante è per esempio l’uso che egli fa di una pagina di Prezzolini: cfr. Per un’immagine creativa, cit., p. 199. Particolarmente importante sarà la ricostruzione del rapporto di Do con i «laici nobilmente pensosi» dell’intellettualità piemontese come alcuni esponenti della famiglia Galante Garrone, per primi Virginia e Alessandro. Questi lo ha ricordato come suo «amico fraterno», «uomo di grande e vera fede», «santo battagliero che non vuole abbassare la religione a questioncina politica»: cfr. A. Galante Garrone, Nel corso di una vita. La morale laica, «Micromega», 5 (2000), p. 17.

[49] In Archivio Primo Mazzolari [d’ora in avanti APM], 1.7.1, n. 3105. Cartolina manoscritta; recto: vista di St. Jacques.

[50] Si tratta della sorella (1902-1986) di don Primo, che condivise con lui l’intera vita.

[51] In APM 1.7.1, n. 3107. Lettera manoscritta, su due facciate.

[52] È la zia di Nerina, Teresa Favre (1882-1957), che accompagnò con il suo lavoro don Michele Do nel primo periodo del suo rettorato a St. Jacques. 

[53] È la zia di don Primo Paola Mazzolari (1855-1932), presenza affettuosa della sua vita, di cui egli aveva abbozzato un ritratto negli scritti che don Michele conosceva.

[54]  Padre Giulio Bevilacqua, (1881-1965), della congregazione dei Padri della Pace di Brescia, si distinse per la sua intensa attività culturale, sociale ed ecclesiale. Vicino a Giovan Battista Montini, si impegnò nell’attività riformatrice del Concilio Vaticano II. Eletto cardinale, chiese – unico caso nella storia della Chiesa – e ottenne dal papa di conservare il suo ufficio di parroco. 

[55] Si tratta di Mario Giovanetti, che dalla sua lunga esperienza di finanziere a St. Jacques ha tratto un libro di ricordi: La casina, il torrente, i bottoni d’oro (un paradiso perduto), Tipografia La Stampa, sl, sd.

 

[56] In APM 1.7.1, n. 3106. Lettera manoscritta, su due facciate. Con un saluto di padre Giuseppe Acchiappati (1890-1972), padre oratoriano amico di don Primo e don Michele. Documento parzialmente pubblicato in M. Gnocchi, Giuseppe Acchiappati e Primo Mazzolari: una lunga amicizia, una comune testimonianza, «Impegno», 2 (2003), p. 52. Non abbiamo elementi per definire la data.

[57] Lettera pubblicata su «Adesso», n. 9, 1 maggio 1953, p. 6. Il titolo è ovviamente posto da Mazzolari.

[58] In latino «grande» e «addobbato», riferimento a Lc 22, 12.

[59] Riferimento alle parole di Gesù, riportate in Gv 13, 34-35, rievocate nella liturgia del giovedì santo.

[60] Antifona alla messa vespertina del giovedì santo che veniva cantata al momento della lavanda dei piedi.