INTORNO AL TESTAMENTO BIOLOGICO.

RIFLESSIONI E PROPOSTE DI FRONTE ALLE SFIDE DELLA MODERNITA'


La questione antropologica

Molto si è dibattuto, polemizzato, sofferto nei giorni della vicenda che vedeva protagonisti Eluana Englaro e il suo diritto a morire dignitosamente rivendicato con forza dal padre.

Molto ci si è appassionati con toni che andavano spesso al di là del civile e rispettoso confronto, scagliando ideali scomuniche, ostentando plateali indignazioni che risultavano francamente fuori luogo in relazione a un tema tanto arduo e delicato.

Strano paese il nostro, dove si è pronti a intavolare estenuanti battaglie ideali – o ideologiche – in nome della “questione antropologica”, il discorso sull’uomo e sulle nuove emergenze etiche, e si tollera, ormai da decenni, il degrado morale dominante su molteplici piani nella scena pubblica, nonché il vuoto programmatico, lo scialo di stupidità, questi sì fonti di una vera e propria dissoluzione antropologica, dominanti nei nostri media, in primo luogo le nostre televisioni.

Se queste considerazioni valgono sul piano generale, non c’è dubbio tuttavia che vi sia oggi una specificità delle problematiche etiche relative alla prassi della scienza e della tecnica medica, e in particolare all’uso delle biotecnologie, per gli straordinari mutamenti che la modernità ha determinato negli ultimi decenni.

La discussione di leggi come quella attualmente in elaborazione dal parlamento italiano sul testamento biologico e i trattamenti di fine vita è emblematica delle scommesse e delle sfide nuove poste alla attenzione di tutti e a cui nessuno, tanto meno gli operatori del settore, può sfuggire.


I
mutamenti della modernità

Molteplici sono, come è noto, le conquiste e le innovazioni originate dalla modernità sul duplice fronte delle coscienze e degli strumenti tecnici, trasformazioni che offrono opportunità straordinarie e insieme rischi imprevisti.

Si pensi a cosa ha significato il Novecento sul fronte della cultura dei diritti e dell’accresciuta consapevolezza della dignità della persona, riconosciute e codificate nelle Costituzioni degli Stati democratici e, su un piano planetario, nella Carta dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite del 1948.

Si pensi agli sviluppi inaspettati che la scienza e la tecnologia hanno prodotto in campo biomedico e alla conseguente possibilità di curare con successo malattie fino a pochi anni fa letali o di guardare con speranza anche all’insorgere di morbi finora sconosciuti.

Conquiste indiscutibili, e tuttavia non prive di criticità, perfino di rischi, in un contesto culturale e sociale che ha perso i tradizionali punti di riferimento, in primo luogo il senso profondo, religioso o laico, di fini ultimi, e più in generale la possibilità di elaborare e dare un significato umano alla vita e alla ricerca.

In realtà, in questo scorcio del nuovo millennio, contrassegnato da quella che potremmo definire una “secolarizzazione intermittente”, convivono tensioni di segno opposto e irriducibili a unità, incomponibili non solo sul piano del confronto civile ma spesso irrisolte anche sul piano delle scelte personali, intime.

Da una parte ci troviamo in presenza di una scienza e una tecnica che, inebriate dai numerosi manifesti successi, sono tentate da dimensioni di “prometeismo” e tecnicismo abusivo, cioè orientate a ritenere eticamente legittimo tutto quanto sia tecnicamente possibile.

Dall’altra si è affermata una cultura dei diritti che si declina talvolta in una dimensione esclusivamente autoreferenziale, nel solipsismo del soggetto che si percepisce del tutto scisso non solo da una origine divina – concezione ovvia e legittima del non credente - ma anche da qualsiasi legame solidale con l’ambito umano e sociale nel quale è inserito.

A fronte di tali derive indubbiamente problematiche per l’umano convivere, si staglia la tentazione impaurita di costruire argini, riscoprendo e utilizzando, spesso con atteggiamento dichiaratamente strumentale, concetti di carattere e tradizione religiosa assunti per la loro valenza conservativa e difensiva.


Un nuovo approccio ai concetti di natura e di persona

In un contesto che presenta molteplici sfaccettature e approcci diametralmente diversificati occorre probabilmente oggi ripensare ai fondamenti del nostro agire per delineare percorsi capaci di uscire dalle secche di sterili contrapposizioni e , ancor prima, di offrire orientamenti personalmente stimolanti.

Anche una riflessione appena avviata come quella che permettono queste poche righe può cogliere i limiti di un discorso sull’uomo che lo fissi al suo solo dato fisico e biologico, che non faccia i conti con il carattere storico e culturale dell’esperienza umana o, specularmente opposti, i pericoli di una impostazione che riduca tutta la dimensione umana all’esclusivo dato culturale, generando atteggiamenti improntati a forme di relativismo assoluto.

Nel primo caso, come nella tradizionale idea di “natura” fatta propria dai documenti della Chiesa cattolica, si giunge a un fissismo del dato “naturale” che finisce per enfatizzare la vita umana nella sua dimensione fisica e per considerarne positivo ogni prolungamento artificiale; nel secondo, come avviene in parte della riflessione contemporanea laica, l’abbandono di ogni radicamento nella natura può dare adito all’accettazione acritica di qualsiasi intervento manipolativo, mentre un approccio relativista prelude alla legittimazione di qualsivoglia scelta individuale, fino a ritenere diritto insindacabile il suicidio assistito e la scelta della eutanasia.

Una riflessione equilibrata, lucida e lungimirante sul concetto di “natura” e sulle problematiche connesse al testamento biologico è offerta in questi ultimi anni da Giannino Piana, docente di etica presso le università di Urbino e Torino. Nell’intento di coniugare autonomia della coscienza e opportuno senso del limite umano e scientifico, egli propone di porre alla base del dibattito e delle relative scelte da compiere il concetto di “persona”, di lunga tradizione e con importanti elaborazioni nella filosofia del Novecento. Un’idea che ben permette di definire e tematizzare la specificità dell’umano rispetto all’infraumano: a quest’ultimo più propriamente andrebbe riferito il concetto di “natura”, mattonella di base di una dimensione umana che si presenta ben più riccamente articolata. La persona umana infatti è una realtà complessa, una identità costruita da un insieme di elementi al cui primo livello è certamente il dato biologico, ma che è poi integrata e realizzata da ulteriori diversi livelli, psichico, relazionale, spirituale.

Natura e cultura concorrono dunque a creare la persona, dotata di una “humanitas”, una originalità irriducibile al dato puramente naturale, una originalità che si realizza attraverso una rete di esperienze, di rapporti familiari e sociali che collocano l’individuo in una ineludibile dimensione di relazione: è quella che lo studioso chiama la “concezione relazionale dell’umano”.


Il testamento biologico

Un approccio come quello appena delineato presenta importanti declinazioni etiche anche in riferimento al testamento biologico.

In particolare Piana invita a soffermarsi su tre questioni cruciali relative a quella scelta: il principio di autodeterminazione, la gestione del testamento biologico, il problema della nutrizione e idratazione.

Sulla base del concetto di persona come “essere in relazione”, il principio di autodeterminazione, sacrosanto e presupposto di base del testamento stesso, non può essere accolto come criterio assoluto e solitario ma deve essere mediato con la ricerca del bene del paziente, obiettivo di fondo dell’attività del medico, e con l’attenzione a un criterio di giustizia teso a valutare le risorse disponibili nel contesto sociale all’interno del quale la scelta individuale si pone.

La gestione del testamento biologico non potrà poi ridursi da parte del medico a una piatta esecuzione tecnica delle volontà lì espresse, ma essere l’occasione per esperire una “alleanza terapeutica” tra medico e paziente, un confronto e una cooperazione finalizzati al perseguimento del massimo bene possibile per quest’ultimo.     

Di particolare finezza appare il contributo offerto da Piana sul problema della nutrizione e idratazione. Egli sottolinea l’artificiosità della contrapposizione tra chi sostiene l’obbligo di nutrizione e idratazione in quanto “sostegni vitali” – scelta che sembra prevalga nella legge attualmente in discussione nel nostro parlamento -  e chi invece ne auspica la possibile sospensione in quanto “atto medico”, “cura” legittimamente rifiutabile. Nota piuttosto come nutrizione e idratazione risultino sia “sostegno vitale”, in quanto permettono la sopravvivenza in condizioni estreme, sia “atto medico”, per il modo in cui vengono preparate e somministrate: vanno dunque  considerate questioni di frontiera, della cui opportunità si dovrebbe valutare caso per caso, in base alle condizioni e alle necessità del paziente, mettendo in atto quella “alleanza terapeutica” sopra auspicata.


Scelta di morte o scelta di vita?

Ogni scelta individuale potrebbe e dovrebbe dunque inserirsi – nell’ottica fin qui presentata - all’interno di quella concezione relazionale che più appare capace di salvaguardare la specifica “humanitas” presente in ogni persona.

Un obbligo di sopravvivenza organica con mezzi comunque non ordinari, come nutrizione e idratazione assistita, in mancanza di qualsiasi possibilità di relazione, appare “dovere” personale difficilmente motivabile.          

Neppure la fede cristiana ha risposte risolutive e definitive in proposito.

Ha però una prospettiva, la dimensione escatologica, la speranza di una vita oltre la morte, che aiuta a guardare al problema in un’ottica di largo respiro e di profonda libertà interiore. Libertà che è testimoniata da alcune voci di credenti che in questo periodo hanno voluto intervenire su tali complesse questioni.

Si distingue, per la sua franchezza e intensità, la testimonianza di Fulvio de Giorgi – docente presso l’università di Modena e Reggio Emilia – che ha consegnato ai propri figli in forma pubblica il proprio testamento biologico.

In quel documento, autentica confessione di fede cristiana ed ecclesiale, egli dichiara tra l’altro di accettare gli aiuti della tecnologia finché sono funzionali a una vita che presenti almeno “brandelli di coscienza”: “Ma se non c’è più, né ci potrà più essere (per danni irreversibili) coscienza: allora sospendete cure e tecnologie […] Forse che il protrarre per qualche tempo ancora una morte ‘naturale’, comunque inevitabile, mi potrà giovare alla Vita eterna? E il dirvi di tenermi in vita vegetativa finché possibile (nell’ipotesi di qualche incredibile scoperta scientifico-terapeutica che potrebbe nel frattempo intervenire), non è in realtà una tentazione che rifugge dalla Liberazione cristiana?”

Ogni attaccamento eccessivo alla vita corporale risulta incomprensibile, quasi blasfemo alla luce della vita eterna, ogni difesa ideologica “perciò cupa e astiosa” della pura biologia non dà ragione della speranza cristiana, conclude De Giorgi.      

E’ facendo tesoro di voci eloquenti e sapienti come queste, voci che si interrogano sul senso della vita e della morte, voci che rifuggono lo scontro polemico sollevandosi dalle secche di una difesa ideologica della vita biologica o della sua insignificanza di fronte ai diritti insindacabili del soggetto, che si possono affrontare le sfide dense di rischio che la modernità ci presenta.




Mariangela Maraviglia

                                                                                                  

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Testi di riferimento:

G. Piana, Testamento biologico, Cittadella editrice, Assisi 2010

F. De Giorgi, Testamento (anche) biologico, Carta di autodeterminazione come cristoconformazione, Il Margine, Trento 2009