
RILEGGERE OGGI DON MILANI:
UNA PROVOCAZIONE A IDEALI GRANDI IN TEMPI DI POVERTA'
A quaranta anni dalla sua morte, avvenuta il 26 giugno 1967, Lorenzo Milani appare figura ancora viva e capace di invitare alla riflessione.
Se nella grande stampa laica la sua esperienza di uomo di Chiesa e di scuola continua a sollecitare dibattito, come provano le paginate che sono state a lui dedicate su Il Corriere della Sera e La Repubblica, la stampa cattolica ha fatto a gara a riconoscerne il magistero e la fedeltà presbiterale, dimenticando i toni risentiti con cui aveva per lo più accolto le provocazioni ecclesiali e sociali del prete fiorentino quando era ancora in vita.
I molti i libri a lui dedicati, se da una parte evidenziano che non è forse giunto il tempo di una seria indagine storico-critica - ancora troppo forti le passioni che suscita, non tutte disponibili le fonti e i documenti essenziali dall’altra confermano che permane una diffusa memoria e una non sfumata vitalità della sua opera.
Confrontarsi con don Milani oggi significa ricordare che è una figura fortemente inserita nella storia del suo tempo e nello stesso tempo capace di provocare e orientare ancora, in una società, una scuola e una Chiesa pur così lontane da quelle in cui egli è vissuto. Rifiutando troppo ingenue attualizzazioni, non pretendendo di mutuare da lui risposte alle nostre domande, non chiedendogli ricette né manuali per la rifondazione del mondo, come talvolta è stato fatto in passato, e tuttavia cogliendo alcune sue intuizioni ancora preziose.
Una singolare vocazione
Un breve sguardo alle tappe fondamentali della sua vita sarà utile per sviluppare poi il nostro ragionamento.
Nato nel 1923 a Firenze da una ricca famiglia agnostica, Lorenzo Milani vive nei primi anni Quaranta una improvvisa conversione un evento che la stessa madre, amatissima, e molto vicina al figlio, dichiara restare anche per lei “un mistero” - che coincide con la decisione di farsi prete. Dopo la formazione nel seminario fiorentino, sarà per sette anni cappellano nella parrocchia di San Donato di Calenzano, iniziando una esperienza contrassegnata da una radicalità di vita e di stile ministeriale del tutto inusuale. Convinto che alla base della grave povertà religiosa del suo popolo ci sia una enorme carenza di istruzione civile inizia a fare scuola, aprendo le porte a tutti, senza preconcetti religiosi o ideologici. Il suo desiderio di una verità senza preclusioni, l’atteggiamento critico anche nei confronti di persone e istituzioni di area cattolica, in primo luogo della Democrazia Cristiana, gli causa molte contrarietà e inimicizie, che inducono le autorità ecclesiastiche a trasferirlo nel 1954 nella piccolissima parrocchia di Barbiana.
Sarà in questo luogo sperduto del Mugello che Milani creerà quella scuola nella quale nasceranno i testi poi largamente conosciuti e discussi, grazie ai quali Barbiana diventerà protagonista di cronache e confronti molto vivi, spesso aspri sulla stampa nazionale: in primo luogo la Risposta ai cappellani militari e la Lettera ai giudici, raccolti poi in L’obbedienza non è più una virtù, e la celeberrima Lettera a una professoressa.
Milani vive nella sua maturità, gli anni Cinquanta e Sessanta, tempi di speranze politiche e di straordinarie novità ecclesiali. Sono gli anni di Kruscev e poi della prospettiva ancora possibile di un “comunismo dal volto umano”, del sogno kennediano, dei fermenti culturali e sociali che conducono al ’68, della Chiesa immersa nella meravigliosa avventura del Concilio Vaticano II.
Non se ne rintracciano precisi riferimenti nei testi da lui o dalla sua scuola redatti ma non possiamo non leggere la sua vicenda inserendola in quel contesto assai distante dalla nostra realtà storica ed ecclesiale.
Eppure da quella distanza di storia e di esperienza, da una vicenda che per tanti versi appare inattuale, giungono a noi provocazioni che sentiamo attualissime.
Tre mi sembrano i fronti di questa ‘inattuale attualità’ di Milani: la scuola, la politica, la fede.
La scuola
Senza entrare nel dibattito relativo alla pedagogia e alla metodologia scolastica milaniana, sia sufficiente qui ricordare che c’è, alla base del quotidiano impegno a fare scuola, la convinzione di una diversità virtuosa che rende i poveri capaci, almeno potenzialmente, di sviluppare una coscienza critica di fronte alla cultura e ingiustizia dominanti.
Scrive Milani in una lettera:
“Non consegneremo loro [ai poveri] le cose che abbiamo costruito e che stanno cadendo da tutte le parti ma solo gli arnesi del mestiere (cioè più che altro la lingua le lingue ecc.) perché costruiscano loro cose tutte diverse dalle nostre e non sotto il nostro alto patrocinio né paterna compiacenza […] Quando il povero saprà dominare le parole come personaggi, la tirannia del farmacista, del comiziante e del fattore sarà spezzata ”.
E in Esperienze pastorali:
«Il mondo ingiusto l’hanno da raddrizzare i poveri e lo raddrizzeranno solo quando l’avranno giudicato e condannato con mente aperta e sveglia come la può avere solo un povero che è stato a scuola».
Parole che ci appaiono non prive di una affascinante ingenuità, di una speranza che si alimenta di matrici evangeliche e bibliche, di un ancor vivo spirito di classe e solidale, ma che appaiono ottimistiche se non illusorie alla luce della storia successiva.
La diversità virtuosa dei poveri appare spazzata via dalla pervasività e permissività vuota del consumismo dominante che rende tutti, ricchi e poveri, tributari degli stessi miti, delle stesse mode, degli stessi inganni.
“La scuola è sempre meglio della merda”: la famosa espressione di Lettera a una professoressa, che motivava in modo assai convincente la frequenza della scuola di Barbiana, è oggi impronunciabile di fronte allo sfavillìo infinito di tentazioni a cui la televisione in primo luogo, totem pervasivo e distruttivo di ogni riflessione, sottopone giovani e adulti.
Nel mondo dominato da quello che Marco Lodoli ha chiamato “il demone della facilità” - indicando con questa espressione la superficialità del vivere, la promessa di una eterna vacanza che si capovolge facilmente in disperazione, in fuga dalla vita -, le intuizioni di Milani rivelano la loro distanza e insieme, nello stesso tempo la loro ineludibile necessità.
Di intatta vitalità appare l’intuizione del valore della parola come acquisizione di uno strumento per pensare, come grimaldello per interpretare la realtà e avvicinarsi alla verità, come dovere di costruire-costruirsi una coscienza critica con cui analizzare la società, la cultura, il mondo.
Di fronte alla vera e propria emergenza culturale di massa a cui assistiamo quotidianamente, la lezione milaniana, se non alimenta più la vicina speranza di costruire un mondo nuovo, impone l’urgenza di costruire sacche di resistenza personale e collettiva per salvaguardare quanto è dato, l’umanità possibile.
Non appare senza significato che in questi giorni il libro in uscita di un già vicepresidente americano venga lanciato sul mercato con lo slogan “Pensare. L’ultima resistenza” (Al Gore, L’assalto della ragione, Feltrinelli).
La politica
Ancora più evidente la coincidenza di attualità e inattualità del magistero milaniano in un tempo come quello contemporaneo in cui domina la cosiddetta ‘antipolitica’, in cui la politica soffre di una debolezza estrema e di un rifiuto massiccio da parte di ampi strati popolari, quasi totale nella realtà giovanile.
Milani suggerisce idee alte che cozzano direttamente con tanto neoindividualismo dominante: l’ I Care - il prendersi cura dell’altro, “il sentirsi ognuno l’unico responsabile di tutto”-; la convinzione che “Il fine giusto è dedicarsi al prossimo”, che in ogni problema “uscirne da soli è l’avarizia, uscirne insieme è la politica”.
Il prete di Barbiana educa i suoi alunni alla legalità e alla lotta per cambiare le leggi ingiuste. Scrive nella Lettera ai giudici:
"In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del più debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate (...)”.
Espressioni enormemente lontane da un sentire diffuso, incline alla disillusione se non al cinismo: ma i più avvertiti incominciano a prendere coscienza di quanto un mondo senza partecipazione politica, senza organizzazione delle voci critiche sia capace di ingannare e sfruttare i più deboli, di quanto il “salvarsi da soli” generi disperazione e isolamento senza speranza.
La fede
Milani sottolinea che “come maestro civile” sta “dando una mano” a migliorare le leggi, che stanno comunque “avvicinandosi alla legge di Dio”. Solo un accenno, ma sufficiente per ricondurci a quella ‘assenza di mediazioni’, a quella coincidenza tra fede e storia riconosciuta da molti interpreti come esito essenziale della vicenda interiore di Lorenzo Milani.
La fede assoluta e inappellabile nell’unico disegno di Dio, di un Dio che misteriosamente ma indiscutibilmente guida la storia, fa sì che in lui la “storia profana” diventi tout court “storia sacra”, che la “parola umana” coincida con la “Parola” di Dio (Michele Ranchetti), che l’impegno a offrire strumenti per capire, preceda o coincida con il ministero della evangelizzazione.
Famosa e sferzante l’espressione contenuta in Esperienze pastorali: “Da bestie si può diventare uomini e da uomini si può diventare santi. Ma da bestie santi d’un passo solo non si può diventare”.
Certamente in Milani la scuola è strettamente connessa con il ministero presbiterale, legame non compreso dai suoi confratelli e neppure dal sacerdote a cui più è stato accostato come prete “scomodo” e “coraggioso”, don Primo Mazzolari, il predicatore instancabile che negli anni Cinquanta pubblicava il quindicinale “Adesso”, da Milani letto e apprezzato.
Anche il concilio Vaticano II facendo proprie le riflessioni delle “teologie delle realtà terrestri” avrebbe spiegato che i compiti politico, scientifico, educativo erano propri dei laici ma Milani è l’uomo degli assoluti, non l’uomo delle distinzioni.
“L’amore di Dio e l’amore del prossimo, una cosa sola”, disse don Raffaele Bensi, il suo confessore, sul letto di morte. “Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto”, ha scritto Milani nel suo testamento, riferendosi ai suoi ragazzi.
Tenuti fermi questi due assoluti, il prete di Barbiana si muove con grande libertà; fedelissimo all’essenziale della fede, si sente libero di denunciare con la sua critica corrosiva orpelli, fasto, formalismi, compromessi che ne oscurano bellezza e credibilità.
La sua grande franchezza apparve spesso eccessiva, inaccettabile e la pagò duramente: un’altra delle evidenti inattualità rispetto ai troppi silenzi, alle troppe acquiescenze che contraddistinguono oggi la vita della Chiesa. Che sembra accontentarsi della rumorosa adesione dei movimenti, delle carezze di chi la usa come vessillo identitario o alleato politico, che non appare provocata dallo “scisma” neppure tanto “sommerso” che interessa tanta parte del popolo cristiano.
Rileggere oggi don Milani significa forse lasciarsi interrogare su fronti diversi, essere spinti a recuperare pensiero, coraggio e voce critica contro tutte le opacità del mondo, della politica, della Chiesa.
Una provocazione alla purezza, all’assoluto, a ideali grandi in tempi di povertà: una lettura di don Milani oggi può avere anche l’effetto di un bagno rigeneratore.
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