
Lettere giovanili (1923-1936) a Madeleine Viel, alla madre, ai fratelli Lorenzo e Angelo, a pittori toscani, a Luc Dietrich e ad altri corrispondenti, presentazione, traduzioni e corredo critico a cura di Manfredi Lanza e Gabriël Maes,
Edizioni Plus Pisa University Press, Pisa 2006, pp. 283.
Lanza del Vasto (San Vito dei Normanni 1901- Murcia, Spagna, 1981), pseudonimo di Giuseppe Lanza attinto alla antica genealogia nobiliare della famiglia, non è nome molto conosciuto in Italia, nonostante la casa editrice Jaca Book fin dagli anni Settanta abbia pubblicato alcuni dei titoli più significativi dell’autore, come il romanzo Giuda (1976), Che cosa è la nonviolenza (1979), L’Arca aveva una vigna per vela(1980), Introduzione alla vita interiore (1989).
Lanza si era fatto conoscere in Francia, per il volume Pellegrinaggio alle sorgenti (1943, trad. it. Jaca Book 1979), diario del viaggio a piedi dell’autore in India negli anni 1937-1938, dove aveva incontrato Gandhi e si era fatto suo discepolo e promotore della filosofia gandhiana e del messaggio nonviolento in Occidente.
Negli anni Quaranta e Cinquanta Lanza e i suoi seguaci fondarono diverse comunità agricole autarchiche ed egualitarie, chiamate biblicamente Comunità dell’Arca, ideali cellule di una società rinnovata, contrassegnata da una vita frugale e tesa all’essenzialità e alla solidarietà.
Si fecero protagonisti di numerosissime iniziative nonviolente soprattutto contro le torture e i massacri perpetrati dai francesi durante la guerra d’ Algeria, contro le centrali nucleari, per il riconoscimento del servizio civile alternativo alla leva militare.
Nel 1963, nel corso del Concilio Vaticano II Lanza fece un digiuno di quaranta giorni chiedendo una parola forte sulla pace da parte della Chiesa e riconobbe nell’enciclica Pacem in Terris un’espressione significativa delle attese sue e di quanti condividevano il suo percorso.
Cristiano con lo sguardo aperto agli insegnamenti di altre sapienze, apostolo di una vita che sapesse unire estrema sobrietà, armonia e bellezza, non sorprende che abbia conosciuto, visitato e intrattenuto rapporti epistolari con Sorella Maria di Campello, che nel suo eremo aveva costruito un piccolo “paradiso” di “caritas et amor” (cfr. M. Maraviglia, L’amicizia spirituale di Giovanni Costetti e Giuseppe Lanza del Vasto con sorella Maria dell’eremo di Campello, in Lanza del Vasto e le Arti Visive, Atti della Giornata di studio del 29 settembre 2005 a San Vito dei Normanni, Schena editore, Fasano 2007, pp. 40-62).
Una biografia estremamente significativa e una vicenda di grande rilievo per la storia e la cultura del secolo appena trascorso, e sicuramente da approfondire per le importanti suggestioni che presenta, quella del pugliese di nobili ascendenze siciliane.
Va accolta con particolare gratitudine, quindi, la pubblicazione di queste Lettere giovanili che dobbiamo alla attenta cura di un profondo studioso di Lanza, Gabriël Maes, che ne curerà anche l’edizione francese, e di Manfredi Lanza, nipote di Giuseppe, che regala al lettore un esauriente e vivace corredo critico, talvolta accompagnato da una irrituale libertà di giudizio nei confronti del pur stimato avo, propria dell’appartenente alla famiglia.
Il presente documento permette di accostare il personaggio nel suo periodo giovanile, dai ventidue ai trentacinque anni, nell’affannosa e inquieta ricerca della sua strada attraverso percorsi spesso decisamemente eterogenei rispetto all’esito profondamente religioso e severamente etico della sua vocazione realizzata.
Dirà lui stesso di questo periodo: «[…] la mia conversione non fu passionale, ma avvenne per una esigenza della ragione: fu una conversione per costrizione logica e dall’intelligenza non si può passare direttamente all’atto […] Ci vollero dieci anni perché la conversione scendesse dalla testa al cuore e dal cuore al corpo, e che la mia vita fosse quella di un convertito» (in R. Pagni, Ultimi dialoghi con Lanza del Vasto, Paoline, Roma 1981, p. 26).
La vita giovanile di Lanza si svolge tra l’Italia e la Francia, spesso tra Firenze - dove abita una casa di famiglia nello splendido paesaggio collinare di Pian de’ Giullari - e Parigi, con frequentazioni di ambienti intellettuali e artistici e amicizie con figure significative e di rilievo della cultura del tempo, come i più volte menzionati Charles Du Bos e Gabriele Marcel.
Il giovane conduce una esistenza dal carattere romantico e bohemien, contrassegnata da aspirazioni artistiche e letterarie molteplici: è poeta, narratore, filosofo, critico letterario, incisore, cesellatore di gioielli, ma si vuole anche teologo e, con arduo intendimento, tenterà di dare alle stampe un definitivo Trattato sulla Trinità che non sarà mai compiuto. Saranno pubblicati invece alcuni suoi libri di versi, tra i quali Conquiste di vento, edito dalla fiorentina Vallecchi nel 1927, mentre il suo titolo di poesia più riuscito, Le chiffre des choses, pur elaborato in questo periodo, sarà pubblicato più avanti, nel 1942 (Robert Laffont, Marsiglia).
Di rilievo l’opera di sostegno e di promozione in cui Lanza si prodiga, insieme al pittore reggiano Giovanni Costetti altro gandhiano d’Occidente ammiratore e corrispondente di sorella Maria di Campello - nei confronti di giovani artisti di cui intravede e valorizza la “primitiva” purezza, la capacità di far rivivere le «essenziali virtù spirituali che hanno fatto grandi e gloriosi in tutto il mondo i nostri antichi maestri» (p. 53).
Significativa anche l’attitudine, fin dagli anni giovanili, alla guida e perfino alla redenzione delle vite altrui, come dimostra la sua volontà di magistero nei confronti di giovani in difficoltà o in ricerca, primo fra tutti lo scrittore e fotografo Luc Dietrich (1913 - 1944), il grande amico con il quale condividerà tratti di vita e intratterrà un corposo carteggio.
Sono lettere quelle qui pubblicate in cui dominano spesso gli affanni della quotidianità: la richiesta di denaro è ricorrente, sia al fratello Lorenzo, che aveva iniziato ‘normali’ attività di lavoro e di vita, sia alla madre, costretta ultracinquantenne a impiegarsi come infermiera per le emergenti ristrettezze familiari.
Ma il rapporto con la famiglia - oltre alla madre e a Lorenzo, il fratello Angelo, mentre il padre si era presto separato - è saldo e affettuoso, e Lanza contribuisce con saggezza a districare drammi e ad accompagnare debolezze presenti nel nucleo familiare.
Gradualmente emerge, talvolta per brevi flash, l’esigenza di interiorità, la percezione di una vocazione ad ‘altro’, l’assunzione di una linea di condotta improntata a severità di vita, ed è una maturazione lenta, non lineare, faticosa e dagli esiti non scontati, quella testimoniata dalle presenti lettere.
Nel tempo si forma la capacità di giudizio maturo sulle vicende umane e politiche. Di particolare rilievo la distanza dal regime fascista, che cresce, fino a esprimersi netta e implacabile, nonostante il giovane viva e dichiari costante estraneità all’impegno politico attivo. Scrive con preveggenza nel settembre 1936: «Qui tutto appare pulito, rapido, preciso, nuovo, prosperoso. Il borghese si pavoneggia ed esulta, il popolo è calmo e gioviale e si spreca in saluti romani. Le scelleratezze sono occultate e si preparano i disastri tra la soddisfazione generale» (p. 355).
Fondamentali nel percorso esistenziale di Lanza i viaggi a piedi e in bicicletta, vera e propria sorta di pellegrinaggi che alle pur presenti finalità estetica, contemplazione delle bellezze, e antropologica, conoscenza di mondi umani e sociali, antepongono la pratica ricerca di un vigore fisico perseguito come malleveria di un agognato vigore spirituale.
Scrive nel 1933 alla mamma alla partenza del primo itinerario, che lo avrebbe condotto insieme a un amico a percorrere strade e paesi dell’Italia centro-meridionale: «[…] pensiamo che questo viaggio debba avere un’importanza decisiva per il nostro spirito e ci siamo dati una regola di vita monastica cui ci atterremo per tutti questi mesi» (p. 144).
E all’amico Luc, in riferimento alla vita sobria ed essenziale che stanno conducendo: «E’ una saggezza da riscoprire, l’antidoto alla nostra epoca, il contrario del rumore e della fretta, il contrario del “Progresso”, il regresso verso l’origine […] Tutto questo immane sistema tanto brutto, tanto pretenzioso, insipido, ingombrante […] ci appare, considerato da qui, del tutto insignificante e ridicolo […] Ciò che produce di tanto utile è superfluo; di tanto comodo ci ha sempre avvelenato l’aria, oscurato il sole e guastato il silenzio. Quanto occorre per sbarazzarsi della fame, del freddo e del sonno è a disposizione nel mondo esterno […] La libertà, l’aria e il moto necessari al corpo e allo spirito più del pane sono disponibili gratuitamente. Il prendere sonno al tramonto nel momento in cui l’orizzonte vacilla, lo svegliarsi all’alba al richiamo della prima allodola e al fremito della rugiada, lo schiudere le ciglia alla radice delle erbe, il contemplare i semi rosa e le gocce tremolanti, tutto ciò rappresenta un capitale di cui siamo dotati senza contropartita e che ci era stato sottratto dagli uomini delle città, i quali non ci hanno dato nulla in cambio» (p. 153).
Parole che preludono a quel sogno di vita libera e armoniosa, in cui la durezza ma anche la poesia della natura sappia sostituire il dominio della tecnica, che si concretizzerà nella vita delle comunità dell’Arca. Ma per l’avvio di questa avventura sarà essenziale il viaggio in India, che inizierà nel dicembre 1936 e di cui Lanza avvisa i suoi più cari nelle ultime lettere del presente carteggio.
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