Recensione a:

Michele Do, Amare la Chiesa, prefazione di Enzo Bianchi, priore di Bose
edizioni Qiqajon Comunità di Bose, Magnano 2008, pp. 108

La vita di don Michele Do si è interamente dispiegata in un nascosto ministero pastorale nella parrocchia del piccolo borgo di Saint Jacques d’Ayas, in Valle d’Aosta.
In quel luogo appartato in cui chi scrive ha potuto incontrarlo poco prima della sua scomparsa, avvenuta il 12 novembre 2005, aveva vissuto nel corso della sua vita un’avventura comunitaria intimamente coerente con gli insegnamenti di Sorella Maria dell’eremo di Campello e di don Primo Mazzolari, che riconosceva esplicitamente come suoi maestri.
E come figlio spirituale, seguito e consigliato con affetto e talvolta con apprensione, ne parlano ripetutamente i due amici nel loro carteggio edito di recente (L’ineffabile fraternità. Carteggio -1925/1959), Introduzione e note a cura di Mariangela Maraviglia, Edizioni Qiqajon Comunità di Bose, Magnano 2007).

Saint Jacques era diventato nel tempo spazio vitale di incontro, accoglienza, scambio per amici come David Maria Turoldo, Giuseppe Acchiappati, Umberto Vivarelli, Ernesto Balducci e molti altri che si moltiplicavano nel tempo per un passaparola nascosto ma inesauribile ed efficace.

Affascinava la capacità di don Michele di essere «uomo di confine», di camminare «lontano dai luoghi comuni e ben perimetrati e vicino all’incrocio di molte vie», conservando «una presenza salda e veggente», come lo ricorda Giancarlo Bruni, vicino a lui fin dai primi anni del loro ministero. Affascinava la parola forte ed eloquente di don Michele, che risuonava nel calore dell’amicizia e si effondeva con libertà e parresia evangelica, come ha ricordato Enzo Bianchi in una delle prime rievocazioni volute da quanti hanno amato questo «solitario della montagna».

Don Michele non amava invece scrivere, e sarà da approfondire in sede storica il motivo di questa scelta che ne ha indubitabilmente circoscritto la possibilità di conoscenza da parte di cerchie più vaste.

Di fatto questo piccolo libro ripropone l’unico scritto pubblicato in vita da don Michele: si tratta di una relazione tenuta nel corso del convegno In memoria di Don Primo Mazzolari organizzato a Sotto il Monte nell’aprile del 1985 e poi pubblicata nel volume collettivo Don Primo Mazzolari. L’uomo, il cristiano, il prete, Cens, Milano 1886. Insieme a questo testo l’editore Qiqajon ripubblica una relazione tenuta probabilmente nel 1968 e apparsa su Il foglio 327 (2005) in occasione della morte di don Michele.

Due scritti sulla Chiesa esemplari di un amore attivo e operante per quella che si riconosceva come propria «casa», propria «madre», per usare il lessico mazzolariano; un amore teso alla ricostruzione di «un’immagine evangelicamente pura della Chiesa» (p. 32).

Nell’occasione del convegno mazzolariano il prete valdostano si dichiara estraneo alle rievocazioni, in cui avverte «il rischio della commemorazione e della sua comodità», intende invece partire dal magistero del parroco di Bozzolo per un confronto, una interrogazione attuale «sul mistero della chiesa».

Entrambi i testi esordiscono con sguardi critici sul vicino passato, sulla «chiesa della nostra giovinezza», la Chiesa del «persistente antimodernismo», segnata dal sospetto sull’umano e dalla «paura di Dio», dal suicidio dell’intelligenza in nome di un «autoritarismo dogmatizzante» che anteponeva «il primato dell’ortodossia» al «primato della verità».

È la Chiesa che ha allontanato Simone Weil, di cui don Michele ripropone le note parole: «Quando leggo il catechismo del concilio di Trento, non mi sembra di avere niente in comune con la religione che vi è esposta. Quando leggo il Nuovo Testamento, i mistici, la liturgia, quando vedo celebrare la messa, sento con una specie di certezza che questa fede è la mia. O meglio, sarebbe la mia senza la distanza frapposta tra essa e me dalla mia indegnità» (p. 41).

Diversamente dalla Weil, Mazzolari, nel ricordo del parroco di Saint Jacques, non cessava di raccomandare una fedeltà libera ma dall’interno dell’istituzione, una fedeltà che sapesse relativizzare il superfluo e coglierne l’intima essenza, la capacità di «essere sacramento dell’essenziale» (p. 68). «Dobbiamo restare dentro, – ci diceva - da uomini liberi, ma dentro. Dobbiamo resistere alle tentazione di andarcene. Fuori, saremmo condannati alla sterilità. Saremmo nubi senza acqua, cisterne screpolate» (p. 51).

Parole che illuminano tra l’altro sulla particolare misura di don Michele negli anni della contestazione ecclesiale, da lui rifiutata quando gli è sembrata facile e «senza radici», «una elegante oppure aspra discussione di gusci più che di sostanza» (p. 51).

Alla sostanza della Chiesa, perché alla sostanza della fede, si indirizza invece la sua incessante ricerca: una Chiesa «vista nell’evangelo, nelle attese del cuore umano, nella fatica degli umili, nel cuore di tutte le cose» (p. 59).

Sulla scorta di Mazzolari – e oltre Mazzolari – la sua riflessione si propone di rileggere in chiave spirituale realtà e strutture che gli appaiono bloccate e ridotte da letture puramente giuridiche e formalistiche.

Cruciale l’interpretazione che offre della categoria di redenzione: se letta come salvezza estrinseca operata da Cristo con il suo sacrificio espiatorio e sostitutivo, sottolinea don Michele, ne deriva una immagine di Chiesa come comunità mediatrice, a cui occorre appartenere perché «amministra la salvezza»; se letta come trasfigurazione, a opera dello Spirito, di tutto l’essere dell’uomo, di tutta la realtà cosmica in un cammino ascensionale verso la pienezza divina, anche la realtà della Chiesa si disloca decisamente: «La chiesa non è [più] una struttura da aggiornare o da restaurare, ma una Presenza da accogliere. È lo Spirito che è all’opera nel cuore della creazione e che, dal di dentro, fa crescere le cose fino a raggiungere la pienezza divina» (p. 72).

Così, sulla scorta di antichi e recenti maestri – da Ignazio di Antiochia a Nicolas Berdiaev, da Romano Guardini a Fëdor Dostoevskij, oltre naturalmente alla Bibbia, in particolare al Nuovo Testamento - dalla nascosta parrocchia di Saint Jacques giunge una proposta di vita cristiana densa di insuperate suggestioni teologiche ed ecumeniche.

Con linguaggio poetico, allusivo e insieme solidamente fondato, don Michele ci comunica l’intuizione profonda che nella pienezza dell’incarnazione vive la ricchezza della trasfigurazione, che Chiesa e mondo non sono realtà dualisticamente contrapposte perché tutta l’umanità vive nello Spirito un cammino ascensionale verso la pienezza del Regno. La Chiesa è per lui «il mondo trasfigurato nella bellezza» secondo la splendida definizione del pensatore russo Berdiaev, da don Michele molto amato fino agli ultimi anni della sua vita.

«Tutte le grandi realtà religiose lentamente e faticosamente emerse nel concilio e salutate con gioia e sorpresa dal mondo cristiano le avevamo già incontrate nell’esperienza di Mazzolari» (p. 58), scrive don Michele. A partire da Mazzolari egli prosegue quel cammino di ricerca cristiana e di «cattolicità sostanziale, come apertura rispettosa e cordiale a ogni uomo e a tutto l’umano» (p. 59) respirata nella canonica di Bozzolo.

Un percorso che appare di intatta spirituale vitalità nella non facile contingenza del cattolicesimo contemporaneo.



                           

                                                 
Mariangela Maraviglia

                                                                                                  

torna alla scheda bio- bibliografica