
Recensione a:
Michele Do, Per un'immagine creativa del cristianesimo, a cura di Clara Gennaro, Silvana Molina, Pietro Racca, sl, sd.
[I curatori ricordano che va rispettata in modo assoluto la volontà di don Michele che i testi non siano stampati da qualsivoglia casa editrice, o riprodotti senza autorizzazioni, ma circolino solo pro manuscripto tra amici. Il libro si può reperire presso: parrocchia Cristo Re, piazza Cristo Re, 12051 Alba. Tel. 0173283551]
“Ignazio [appellativo di don Primo Mazzolari] mi è sempre presente: sostiene e alimenta la mia passione e la mia giornata sacerdotale. Egli sarebbe forse sorpreso nell’apprendere quanto ci ha donato di purezza e di passione evangelica, e nel comprendere quanto lo amiamo”.
Queste parole di don Michele Do venivano trascritte e comunicate da sorella Maria di Campello a don Primo Mazzolari in una lettera del 24 dicembre 1954. Il “solitario della montagna”, come lo chiamava Maria, dal suo rifugio in Val d’Ayas, confessava con tali espressioni la forza e il conforto che gli venivano dalle letture e dall’esperienza mazzolariane. In quegli anni don Michele viveva ormai da tempo come rettore della chiesetta di Saint Jacques di Champoluc in Valle d'Aosta, allora un villaggio sperduto, senza strada, che contava un centinaio di abitanti.
Nato a Canale d’Alba il 13 aprile 1918, scomparso il 12 novembre 2005, don Michele Do aveva compito gli studi prima nel seminario di Alba e poi presso l'Università gregoriana di Roma dove aveva conseguito la licenza in teologia. Aveva preso parte attiva alle vicende della resistenza partigiana e nel 1945, dopo una breve esperienza di insegnamento in seminario, aveva chiesto di potersi ritirare in qualche posto solitario per poter riflettere e ripensare alla sua visione del cristianesimo. Rimase rettore di Saint Jacques fino alla pensione, quando si ritirò nella Casa Favre, sopra il villaggio, una locanda-fraternità, luogo di amicizia e di incontri fecondi. Suoi compagni di cammino e più volte presenti ai convegni di casa Favre furono David Maria Turoldo, Umberto Vivarelli, Giuseppe Acchiappati, Ernesto Balducci, gli anglicani Murray Rogers e sua moglie e tante altre figure, anche di non credenti, “sinceri cercatori della verità”, come avrebbe detto sorella Maria.
Di questa figura, che aveva fatto del riserbo e del nascondimento una cifra della sua libertà, è ora possibile accostare il pensiero attraverso la pubblicazione del presente volume, che rispettando la volontà di don Michele - raccoglie meditazioni e riflessioni che egli offriva agli amici che giungevano a Saint Jacques per nutrirsi della sua parola. I curatori Clara Gennaro, Silvana Molina e Pietro Racca, vicini al prete piemontese ma anche forniti di professionalità in ambito storico, filosofico, teologico, hanno operato una scelta quanto mai opportuna di testi eloquenti ed espressivi. Giancarlo Bruni, che con don Michele ha condiviso esperienze e riflessioni, arricchisce il volume con un contributo centrato sull’immagine di “Chiesa da amare” elaborata dal rettore di Saint Jacques, che costituisce l’unico testo da questi firmato in vita (cf. M. Do, Amare la chiesa, Qiqajon, Magnano 2008).
Don Michele va inscritto, non diversamente da Mazzolari e da Maria di Campello di cui si considerava figlio spirituale, nell’ambito di quella multiforme e spesso nascosta realtà ecclesiale che continua a elaborare istanze di rinnovamento e percorsi di vita evangelica nel corso del Novecento, nonostante la “gelata” di lungo periodo costituita dalla repressione del modernismo.
Lettore di autori modernisti e in giovinezza in contatto con figure di inquieti innovatori - in primo luogo Ferdinando Tartaglia, dalle cui ardue sperimentazioni non fu comunque tentato -, don Michele è stato protagonista di una ricerca instancabile di Dio, di una rilettura del cristianesimo che risultasse intimamente convincente di fronte alle complesse problematizzazioni della modernità. Scrive Clara Gennaro, concordando con Enrico Peyretti, che il prete piemontese “del modernismo, più che i problemi della conciliazione con la modernità (scienza, diritti, socialità, politica, tecniche), sentiva fortemente il bisogno di ri-leggere e ri-esprimere le fonti e la scaturigine profonda dell’essere cristiano” (p. 14). Giudizio ampiamente condivisibile e che nello stesso tempo prospetta implicitamente la necessità di uno scavo nella relazione tra don Do e quei fermenti di novità che, condannati con l’attributo generico di modernismo, non cessano tuttavia di essere avvertiti per decenni nella Chiesa del Novecento, fino a essere in parte accolti nel dibattito del concilio Vaticano II.
Alle origini della ricerca religiosa di don Michele, di cui questo testo restituisce pagine preziose, è l’esigenza di assumere le provocazioni e le tensioni del tempo moderno, superando l’aridità della impostazione scolastica essenzialistica e manualistica dominante nella cultura cattolica dei suoi anni. Don Michele prende sul serio l’istanza moderna della centralità dell’uomo e del valore della ragione, comprende la dimensione drammatica della ricerca umana, segnata dal dubbio e dalla tentazione del nulla, coltiva un’attenzione specifica per quelli che considera “nobili” ateismi contemporanei attraverso l’amicizia di figure di non credenti dotati di alto spirito etico e attraverso la letteratura di Camus, Mauriac, Sartre, Dostoievskij. Tuttavia è convinto che la ragione non è criterio ultimo della verità così come l’uomo non può essere misura ultima di tutte le cose (“la ragione quando assolutizza se stessa mortifica la profondità e l’ampiezza del reale, commette un peccato contro la realtà, mistifica la realtà” [pp. 208-209] ): la sua scommessa è che anche l’uomo moderno ha un irrinunciabile bisogno di assoluto e, al contrario dei “maestri del sospetto”, è convinto che l’uomo che non si interroga non nasce alla sua umanità: “Quando nella vita si cancella il senso del mistero, del sacro, l’esigenza di fondamento, la vita cade necessariamente nell’insignificanza, nell’inconsistenza e nell’infinita vanità del tutto” (p. 340). La sua citazione costante, homo viator spe erectus, l’uomo che cammina eretto nella speranza, racchiude il senso di un percorso che, nell’accoglienza del mistero, nell’ascolto delle voci dei mistici e degli spirituali, intravede le tracce del divino disseminate nel mondo fino a riconoscere in Gesù la “icona Dei” insuperabile: “Sento con una sicurezza assoluta che l’immagine che Gesù ci ha dato di Dio […] è l’unica immagine meritevole di essere vera […] la più degna del mio dono totale” (p. 136).
Intorno a questa immagine di Dio don Michele ha consumato la sua vita, offrendo un contributo che è esperienza vissuta e sofferta piuttosto che pensiero teologico articolato sistematicamente: “Dico solo le parole per cui sono disposto a vivere e a morire”, soleva affermare.
Il Dio di Gesù è il “Dio delle icone”, il quale, al contrario del Dio della legge che impone dall’alto e castiga, opera per mezzo dello Spirito nell’interiorità dell’uomo per condurlo alla sua immagine vera. Ne risultano letture rinnovate e creative dei diversi ambiti della vita cristiana: la redenzione e la salvezza si configurano piuttosto come un cammino di interiorizzazione della pura immagine di Dio che frutto di sacrificio espiatorio; la Chiesa, non più mediatrice di una salvezza estrinseca, appare lo spazio in cui si consuma l’esperienza trasfigurante dello Spirito e si realizza la “comunione dei santi e delle cose sante”; il sacramento non è tanto segno magico quanto cifra della grande esperienza di Dio nello spirito di Gesù; il peccato, piuttosto che trasgressione di una legge, appare rinuncia all’avventura luminosa e trasfigurante della “divina poiesis”, abdicazione alla quotidiana fatica di incarnare il sogno di Dio nella realtà.
Sulla scorta delle “schegge di luce” colte in molteplici maestri - Blondel, Teilhard de Chardin, Bardjaev, Florenskji, Clement, le Saux, Panikkar, Schweitzer, Weil ; con sguardo tenacemente cristocentrico e insieme aperto alla comunione universale con i “santi di ogni tempo e di ogni luogo”, don Michele Do ripercorre l’intero messaggio cristiano con profondità, originalità, coraggio. Come Mazzolari ma procedendo nella elaborazione spirituale “oltre” Mazzolari è convinto che il messaggio cristiano, non più oggi prescrivibile per via autoritativa o esteriore, può piuttosto contare sulla sua capacità di “toccare” nell’intimo le coscienze, sulla sua capacità di offrire una proposta di bellezza e di senso a quel “pellegrino dell’assoluto” che abita ineludibilmente in ogni uomo.
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