L’AMORE PER LA VITA PER VINCERE LA SPIRALE DELL'ODIO

Recensione a:
M. Calabresi, Spingendo la notte più in là. Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo,
Mondadori 2007, pp. 131
E’ un piccolo grande libro che cattura e convince questo di Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi, ucciso nel 1972 da militanti dell’estrema sinistra - i processi hanno decretato da Leonardo Marino e Ovidio Bompressi, con Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani come mandanti dopo una lunga criminalizzante campagna di stampa promossa dal giornale Lotta Continua, che lo aveva consegnato all’ “odio di classe” come omicida dell’anarchico Giuseppe Pinelli.
Un libro che si legge tutto d’un fiato ma che non è stato scritto altrettanto celermente, se sono stati necessari all’autore molti anni di elaborazione del lutto, del risentimento, della memoria. E che colpisce non tanto per la drammaticità della vicenda da molti ricordata e da tutti conosciuta, ma per i sentimenti, la dignità, la qualità umana delle persone coinvolte, una famiglia che ha rifiutato di farsi catturare dalla spirale dell’odio e, senza rinunciare minimamente alla ricerca della giustizia, ha scelto ‘semplicemente’ di vivere.
Mario, quando il padre viene ucciso, ha meno di due anni, un fratellino più piccolo e un altro in grembo della madre, Gemma Capra, una ragazza di venticinque anni che, per mantenere i figli, si mette a insegnare religione alle scuole elementari. Capace di accogliere i doni della vita, e capace ancora di amare, a dieci anni dalla morte di Luigi Calabresi si sposa e avrà un altro figlio da quello che sarà per Mario e per i suoi fratelli un padre straordinario. Si tratta di Tonino Milite, pittore “di sinistra” e poeta, che, tra l’altro, ha messo a punto, insieme al suo maestro Bruno Munari, la bandiera della pace: “Padre/ un giorno/ dopo l’altro,/ per l’amore/ eletto./ Amati da subito/ misteriosamente miei” (p. 86), ha scritto per i figli.
Guardare avanti, rispondere alla generosità della vita senza rinunciare al valore della memoria, potrebbe essere il motto ideale di questa famiglia desiderosa, con successo, di abbattere steccati e maschere che bloccano i rapporti e le vite, privilegiando la realtà e i valori delle persone.
Frammenti di storia familiare si intersecano con ricordi spesso amari di una biografia comunque segnata: le cattiverie dei compagni (gli altri bambini che ricordano con crudeltà al piccolo Mario che non è vero che ha un padre perché il suo è stato ucciso), lo stupido ideologismo di ieri e di oggi (le accuse alla vedova “riempita di soldi dallo stato”; le scritte anche recenti sul “Calabresi assassino”), il colpevole ritardo delle istituzioni nel riconoscere il valore di una figura che fin dal 1975, grazie all’inchiesta del giudice Gerardo D’Ambrosio, uno dei successivi protagonisti di ‘Mani pulite’, era stata riconosciuta totalmente innocente.
E accanto alla propria vicenda, la ricerca e la rievocazione di altre vittime del terrorismo, di altri dolori, da capire, da confrontare con il proprio per interrogarsi e interrogare su una stagione di follia che non è del tutto trascorsa in menti malate, e che non è neppure cancellabile con sbrigativi colpi di spugna, perché “per voltare pagina occorre farsi carico delle vittime” (p. 96).
“Il Paese sembra attraversato da un analfabetismo di sensibilità” (p. 71), scrive a un certo punto Calabresi nel commentare le tante voci sul “diritto a rifarsi una vita” dei terroristi e il parallelo abbandono o disinteresse per le vittime da parte dello Stato.
Tutto rievocato con il tono fermo e insieme pacato di chi sa tenere la barra dritta tra richiesta di giustizia e nessuna concessione al rancore.
Dichiarato dal figlio è l’esempio e il magistero della madre: « “Ma come hai fatto?” le chiedo. “Ho scommesso sulla vita, cos’altro potevo fare a venticinque anni con due bambini piccoli tra le mani e un terzo in arrivo? Mi sono data da fare tutti i giorni, unico antidoto alla depressione, e ho cercato di vaccinarvi dall’accidia, dall’odio, dalla condanna a essere vittime rabbiose. Questo non significa essere arrendevoli o mettere la testa sotto la sabbia. Significa battersi per avere verità e giustizia e continuare a vivere rinnovando ogni giorno la memoria. Fare diversamente significherebbe piegarsi totalmente al gesto dei terroristi, lasciar vincere la loro cultura della morte”» (p. 128).
E’ lei che invita Mario ad accettare l’assunzione come giornalista nello stesso giornale, La Repubblica, in cui collabora Adriano Sofri: in nome del non condizionamento, della libertà interiore, anche nella convinzione della giustezza delle sentenze di condanna pronunciate dalla magistratura.
E’ la madre la responsabile esemplare di un percorso ideale che ha permesso ai figli di “spingere la notte più in là”, come recita il bellissimo verso di Tonino Milite che dà il titolo al libro.
“Scommettere tutto sull’amore per la vita”, non far soffocare, non umiliare la memoria del padre “nelle polemiche e nella rabbia”: non sembra una formula troppo semplice se ha nutrito giovani esistenze permettendo loro di riemergere da ‘anni di piombo’ che potevano definitivamente soffocarle.