Si esce dal cinema pensosi e non poco addolorati, consolati soltanto dalla consapevolezza di condividere con il regista preoccupazioni e angosce che appartengono a una parte almeno dell’Italia di oggi, cattolici e laici, accomunati da un senso amaro delle derive prima etiche che politiche del nostro paese.
Sì, Il caimano, ultima fatica di Nanni Moretti, ci racconta e racconta bene un paese che attraversa le fatiche della modernità o meglio della postmodernità , che mostra perdite etiche nette e nuove normalità imbarazzanti, non dissimili da altri paesi del mondo, ma che, a differenza di altri paesi, ha coltivato un’anomalia tutta singolare, capace di incarnare e alimentare alcune delle pulsioni peggiori dell’animo umano.
Moretti narra di un piccolo produttore fallito un grande Silvio Orlando - che, spinto da una giovane e combattiva regista, vuole fare un film su Berlusconi. Un uomo comune, il produttore, senza particolari doti, senza passioni politiche, ha realizzato in passato pessimi film di casareccia truculenza e sessuomania, non riesce a produrne di nuovi. Perdente nel lavoro, lo è anche nella vita privata: ama profondamente i figli e la moglie e non riesce ad accettare la separazione matrimoniale che questa gli sta infliggendo, non capisce la sua ansia di una nuova vita...
Attraverso il copione della giovane regista quest’uomo dalle poche qualità prende coscienza dell’anomalia berlusconiana: il denaro degli inizi dalla mai dichiarata provenienza; la collusione con il potere politico, la creazione di un potere mediatico pervasivo e sollecitante i più bassi istinti, la discesa in campo per difendere i propri interessi economici, le leggi ad personam, le offese al Parlamento europeo, il rifiuto di sottostare alle norme processuali accettando il normale decorso della giustizia, la rivendicazione di un diritto alla impunità in nome dell’elezione popolare.
Il regista invita a ripassare tanti capitoli e i più oscuri - dell’ascesa berlusconiana, ma soprattutto ne suggerisce il potere corruttore delle coscienze, la capacità di influire sulla biografia di una nazione.
Una corruzione realizzata con il denaro esemplata nella figura storicamente vera del giovane finanziere che viene letteralmente ‘comprato’ e, da integerrimo custode dell’ordine, diventa uomo di fiducia del cavaliere e ancora di più con le televisioni, capaci di costruire una nuova antropologia e un consenso adorante, che arriva fino all’estrema difesa popolare violenta del proprio eroe contro una magistratura colpevole di averne sanzionato finalmente gli illeciti comportamenti.
In questo senso rivelativa è la scena del Berlusconi adorato dal suo pubblico, compiaciuto delle sue ballerine nude e dei programmi frizzanti che può offrire per l’intera giornata alla felice casalinga; ancora più esemplare la figura del maturo attore impersonato da Michele Placido, indifferente alle regole, individualista, bugiardo, spudorato e banale perfino nella perversione.
A questa Italia involgarita e depauperata il regista non ha da contrapporre punti di riferimento saldi, non ha da offrire parole salvifiche. Mostra anzi i vizi del proprio mondo esilarante il ritratto delineato da Tatti Sanguineti del critico insipiente, rivalutatore del trash come ultima trasgressione -, porge soprattutto, attraverso gli occhi perplessi e sofferenti del protagonista, domande inevase su tanta contemporanea normalità: la ‘civile’ fine di un matrimonio, la ‘normale’ coppia di donne con figlia, concepita in Olanda con fecondazione (ovviamente) eterologa.
Al di là della denuncia politica, pur presente nel film, al regista interessa evidenziare - con sdegno o con un senso di sperdimento - nuove mentalità, nuove antropologie che in questi anni si sono venute costruendo in una realtà che ha perso riferimenti e valori tradizionali, una realtà in cui il terribile “caimano” si è inserito condizionandola e asservendola ai propri interessi con sapienza maligna.
Uno sguardo etico quello di Moretti, che ricorda quello di Pasolini quando, inascoltato da tutti, prediceva il potere dissolutore e omologante della televisione commerciale, allora nascente.
Pasolini invitava la Chiesa ad “attaccare violentemente” la televisione, “con furia paolina […] per la sua reale irreligiosità, cinicamente corretta da un vuoto clericalismo” (Scritti corsari). Non fu creduto né dalla ‘sua’ sinistra, a cui sembrò un profeta di sventura esagerato e apocalittico, né dai cattolici: avrà migliore fortuna Moretti?