Recensione a:

Enzo Gualtiero Bargiacchi, Ippolito Desideri S.J. alla scoperta del Tibet e del buddhismo

Edizioni Brigata del Leoncino, Pistoia 2006


Sono ormai diversi anni che il pistoiese Enzo Gualtiero Bargiacchi, ricercatore, viaggiatore e critico, dedica i suoi studi a un illustre concittadino per troppo tempo misconosciuto: il gesuita del 1700 Ippolito Desideri, uno dei primi missionari che si siano inoltrati nelle regioni del Tibet.

Pochi anni fa Bargiacchi aveva dato alle stampe un ampio saggio in cui ricostruiva la sfortunata storia della relazione da Desideri redatta dopo il suo ritorno dall’avventuroso viaggio in Asia e per lungo tempo dimenticata (si veda La relazione di Ippolito Desideri fra storia locale e vicende internazionali, in “Storia locale. Quaderni pistoiesi di cultura moderna e contemporanea”, 2[2003]).

Più recente è il volume edito dalla Brigata del Leoncino con il titolo Ippolito Desideri S. J. alla scoperta del Tibet e del buddhismo, primizia di una più ampia biografia a cui lo studioso pistoiese sta attualmente lavorando.

Volume agile e nello stesso tempo rigoroso, il libro fa rivivere, sulla scorta delle fonti e dei manoscritti originali che Bargiacchi conosce e padroneggia completamente, l’avventura desideriana e insieme il profilo religioso e intellettuale del suo protagonista e la sua singolare capacità di addentrarsi in mondi culturali lontanissimi, inesplorati fino ai suoi tempi.

Nato nel 1684 a Pistoia (la casa corrisponde oggi al numero 6 della via Pietro Bozzi), avviato precocemente alla carriera religiosa, il giovane Ippolito vestì l’abito dell’Ordine dei gesuiti nel 1700 e studiò al prestigioso Collegio Romano, dove si mise ben presto in luce per le sue capacità linguistiche, logico-filosofiche e teologiche. Tali capacità facilitarono senza dubbio il positivo responso al suo «interno impulso» alla missione in Tibet, dove i gesuiti intendevano costituire avamposti di predicazione che potessero essere anche strategici punti di contatto con la loro missione cinese.

Desideri si mise in viaggio da Roma il 27 settembre 1712; giunto a Genova, si imbarcò alla volta del Portogallo da cui, circumnavigando l'Africa approdò a Goa, sulla costa indiana.

Da questa città, dal 1500 una delle più importanti basi portoghesi per il commercio e le missioni, continuò il suo viaggio fino a Delhi, dove gli venne assegnato un compagno di viaggio, il portoghese padre Manoel Freyre, con l’incarico di superiore.

Il 13 novembre del 1714 i due giunsero a Srinagar, capitale del Kashmir, «grandissima e deliziosissima città»; da qui attraverso il passo dello Zoji-la, selvaggio corridoio fra Himalaja e Karakorum, arrivarono a Leh, nella regione del Ladakh il 26 giugno del 1715. L’ultimo tratto di viaggio fu compiuto con il seguito di una principessa mongola che doveva rientrare a Lhasa, la città sacra del Tibet, dopo la morte del marito: la carovana vi giunse il 18 marzo 1716 dopo un viaggio denso di fatiche e di pericoli.

Accolto a corte con molta benevolenza, Desideri pensa di poter avviare una missione di lungo periodo. Studia la lingua tibetana – di cui non esistevano vocabolari e grammatiche - per poter leggere i testi principali del lamaismo, si impegna nella comprensione della religione lamaista, pensa di rimanere in Tibet per tutta la vita, ma la Congregazione de Propaganda Fide affida la missione ai cappuccini e i gesuiti sono costretti a richiamare il loro missionario.

Desideri scriverà molte lettere appassionate tentando di salvaguardare il suo mandato in Tibet ma il 28 aprile 1721 sarà costretto a lasciare Lhasa.

Il suo ritorno in Europa non sarà immediato: consapevole dell’apporto che la sua esperienza e i suoi studi possono offrire sosterà alcuni anni come missionario in India, prima a Delhi e poi a Pondicherry, per rientrare nel 1728 a Roma dove morirà nel 1733 a soli quarantotto anni per una malattia, un «mal di petto» non precisamente identificabile.

L’interesse della vicenda di Desideri, come ben illustra Bargiacchi con dichiarata ammirazione per il gesuita pistoiese, risulta molteplice.

Il gesuita appare dalla relazione da lui redatta straordinario osservatore di uomini e ambienti: descrive con vivacità e penetrazione la flora e la fauna, i costumi, le arti e le ricchezze dei luoghi che attraversa; è narratore avvincente delle numerose traversie del viaggio, tanto da apparire un efficace precursore della «moderna letteratura di viaggio»; si rivela sensibile critico degli usi perpetrati dai suoi correligionari, come prova la bella pagina sul traffico di schiavi in Mozambico, in cui denuncia la facilità con cui – purché si paghi una tassa – si possono battezzare persone di colore «ancorché non abbiano alcuna istruzzione e non intendan la lingua», per poterli  poi vendere come schiavi (p. 14).

Ma l’interesse maggiore dell’avventura desideriana sta nel metodo dell’inculturazione con cui il pistoiese intendeva portare avanti la sua missione, nel solco dei generosi tentativi che avevano già visto all’opera i gesuiti Matteo Ricci in Cina e Roberto De Nobili in India.

La strategia di questi grandi missionari si fondava su uno studio approfondito della religione locale, sull’accettazione di riti e termini teologici che apparissero in accordo con la fede cattolica, e sulla confutazione rispettosa e motivata di quanto invece non lo era con i massimi esponenti delle gerarchie religiose locali.

Anche Desideri, come i suoi insigni predecessori, si accosta alla cultura dei luoghi attraversati e la studia con particolare talento arrivando a possedere la padronanza delle lingue persiana, urdu, tamil e, naturalmente, tibetana, idioma nel quale scrive anche diversi volumi.

Bargiacchi sottolinea come il missionario pistoiese con i suoi studi sia riuscito a penetrare il difficile - e lontano per una mentalità cattolica - concetto buddista della «vacuità» e a «scoprire che per i tibetani il mondo e tutto ciò che in esso esiste è solo lo stato contingente e mutevole di un processo continuo, infinito ed eterno, del quale “non ammettono in conto veruno alcuna causa primaria, universale, increata e indipendente e da cui il tutto dipenda […]”» (p. 55).

Una distanza indubbia e profonda dai principi della religione cristiana, che doveva costituire per Desideri la base di un confronto appassionato e prolungato, interrotto forzatamente dal richiamo in patria.

I tentativi dei gesuiti di accogliere la cultura del luogo di missione incontravano infatti in quegli anni ferme opposizioni - i riti cinesi e malabarici, già condannati fin dal 1645 ebbero reiterate proibizioni nella prima metà del Settecento - che motivavano la preferenza di Propaganda Fide per i più rassicuranti metodi dei missionari cappuccini.

Desideri vivrà gli ultimi tempi della sua vita nel dispiacere «per non poter sviluppare quei temi di ricerca e di confronto con le concezioni buddhiste che, nella sostanza dei fondamenti, avvertiva resistere alle sue sfide intellettuali» (p. 110), quasi antesignano di quella specifica attenzione che sarà condivisa nel Novecento da teologi cattolici del calibro di Henri de Lubac e, soprattutto,  Romano Guardini.

Scrive il primo citando il secondo: «A parte il Fatto unico, in cui noi adoriamo la traccia e la Presenza stessa di Dio, il buddismo è senza dubbio l’evento spirituale più grande della storia. Il suo fondatore “non ha solo voluto divenire migliore o trovare la pace distaccandosi dal mondo, ma ha messo mano all’impresa inaudita di travalicare i limiti dell’esistenza umana pur rimanendovi dentro; ciò che egli intende per nirvana, per risveglio supremo, non è ancora stato cristianamente compreso e valutato da alcuno. Chi volesse farlo dovrebbe essere perfettamente affrancato attraverso l’amore di Cristo ed essere nel medesimo tempo unito molto rispettosamente a quest’uomo misterioso del VI secolo avanti Cristo”» (Henri de Lubac, Aspetti del buddismo, Jaca Book, Milano 1980, pp. XVII-XVIII).

L’avventura di Ippolito Desideri non sembra dunque una vicenda riservata agli amanti della storia, della teologia o dei racconti di viaggio, ma appare quanto mai attuale in una età come la nostra in cui il confronto interreligioso si impone come necessità esigente e ineludibile.




                           

                                                 
Mariangela Maraviglia

                                                                                                  

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