Recensione a:

Enzo Gualtiero Bargiacchi, La relazione di Ippolito Desideri fra storia locale e vicende internazionali, “Storia locale. Quaderni pistoiesi di cultura moderna e contemporanea”, n. 2, dicembre 2003, pp. 4- 103.


Storia di una (s)fortuna secolare, si potrebbe intitolare l’ampio ed esaustivo saggio di Enzo Gualtiero Bargiacchi a cui è interamente dedicato il secondo volume della rivista pistoiese di approfondimento della storia e della cultura moderna e contemporanea che ha da poco iniziato le sue pubblicazioni.

Con passione autentica e singolare acribia documentaria l’autore ricostruisce le intricate vicende che hanno determinato una sorta di lunga congiura del silenzio nei confronti dell’opera del gesuita pistoiese Ippolito Desideri, uno dei primi missionari che si siano inoltrati nelle regioni del Tibet e certamente il primo che abbia tentato di penetrare i fondamenti di un sistema religioso tanto lontano dal cristianesimo, in quegli anni saldamente rappresentato dalla teologia di S. Tommaso.

Inviato in missione nel 1712 dai suoi superiori nell’ambito di quei generosi tentativi che avevano già visto all’opera i gesuiti Matteo Ricci in Cina e Roberto De Nobili in India, il giovane Desideri – era nato nel 1684 – giunse a Lhasa, sacra e allora misteriosa capitale del Tibet, nel 1716.

Impadronitosi perfettamente della lingua tibetana, si pose con singolare attitudine e simpatia a studiare la religione buddista nell’intento, come fu scritto più tardi, di «veder chiaro dove oggi molti non trovano che tenebra».

La sua ricerca fu forzatamente interrotta per il trasferimento della missione del Tibet dai Gesuiti ai Cappuccini da parte delle autorità ecclesiastiche romane. Lasciato il Tibet nel 1721, Desideri – consapevole dell’apporto che la sua esperienza e i suoi studi potevano offrire - rimase alcuni anni in India, per rientrare nel 1728 a Roma, dove morì nel 1733 a soli quarantotto anni.

Tornato in Italia Desideri riuscì a redigere una relazione assai ampia sul suo viaggio, che si andava ad aggiungere alle opere già composte in lingua tibetana, tutti scritti che non vedranno la luce per oltre due secoli. È a questi, in particolare alla relazione dimenticata e sepolta negli archivi, che Bargiacchi dedica il suo presente impegno, mentre continua ad approfondire la figura del gesuita pistoiese per la preparazione della sua biografia e di ulteriori contributi di carattere teologico-filosofico.

La dimenticanza appare tanto più colpevole se si confronta con il riconoscimento unanime del valore dell’impresa di Desideri da parte degli studiosi che ne hanno accostato la figura. Basti qui ricordare i giudizi dell’ esploratore-geografo svedese Sven Hedin, che agli inizi del Novecento parla di Desideri come di «uno dei più brillanti viaggiatori che abbiano mai visitato il Tibet e, tra gli antichi, di gran lunga il più importante e il più intelligente di tutti» (p. 7) e di Luciano Petech, studioso della storia del Tibet, e infine curatore negli anni Cinquanta del Novecento della relazione del gesuita, che definisce «una delle più lucide e profonde menti che l’Asia abbia mai visto prevenire dall’Europa» (p. 7).

Bargiacchi conduce il lettore in una avventura affascinante che dal chiuso degli archivi si apre su audaci spedizioni, tocca interessi coloniali e perfino intrighi internazionali, prendendo talvolta i colori del romanzo giallo, come è stato già notato da Maria Mancini, della Società Geografica Italiana, durante una presentazione del volume in esame (Roma, Villa Celimontana, 25 novembre 2004).

Carteggi inediti, ricerche accuratissime e minuziose, analisi d’archivio condotte impeccabilmente dall’ autore sono alla base di questa ricostruzione, che vede protagonisti o attori studiosi locali ed esperti di fama internazionale, studiosi di lingue orientali e promotori delle neonate discipline dedite alla tibetologia e al buddismo, geografi e teologi.

Un breve sguardo alla vicenda permette di cogliere la singolarità e la complessità della storia ricostruita da Bargiacchi.

Chiusa per secoli negli archivi, la relazione viene scoperta a metà Ottocento dal letterato pistoiese Gherardo Nerucci nella raccolta del collezionista Filippo Rossi Cassigoli.  Il coinvolgimento e l’interessamento di studiosi di scienze orientali come Carlo Puini e Angelo De Gubernatis fanno ritenere che la pubblicazione sia realizzabile e vicina. Verrà invece ostacolata dalle mire venali di Rossi Cassigoli, che venderà il prezioso documento alla Hakluyt Society di London, la quale a sua volta non riuscirà ad editarla per le implicazioni di quel «great game», la «grande partita» in cui sono impegnate a scopi coloniali nell’Asia centrale le grandi potenze imperiali (Gran Bretagna, Russia, Cina), e che ha come esito – tra l’altro – l’interesse inglese ad oscurare tutte le esplorazioni precedenti a quelle da loro promosse in quegli anni.

Neppure la morte di Rossi Cassigoli e l’acquisizione della sua collezione da parte della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze riuscirà a favorire l’edizione della relazione, che vedrà invece la luce sotto forma di lunghi brani pubblicati in un’ampia monografia sul Tibet curata da Puini nel 1904. Un’operazione priva di rigore filologico, che farà scrivere più tardi a Luciano Petech: «Spezzettata, mutilata di numerosi passi, messa in disordine, limitata all’unico ms F, la Relazione uscì piuttosto malconcia dalle mani del suo editore» (cit. a p. 47).

Tale lavoro, sia pur con limiti evidenti, contribuirà a far nascere un vasto interesse intorno all’opera del missionario pistoiese, della cui famosa relazione vengono rinvenute due versioni manoscritte autografe pronte per la stampa (da allora individuate con le lettere A e B).

Si giungerà così nel 1932 alla prima pubblicazione ad opera del medico e viaggiatore torinese Filippo De Filippi: una edizione che avrà tanta risonanza presso gli specialisti internazionali quanta poca attenzione nell’Italia provinciale e nazionalistica del ventennio fascista.

Ma ormai, mentre si moltiplicano le spedizioni geografiche e archeologiche, mentre si vanno sviluppando e raffinando gli studi orientali, si coglie sempre meglio l’importanza delle acquisizioni dovute al gesuita pistoiese. Così avverrà per l’orientalista Giuseppe Tucci, promotore degli studi di tibetologia in Italia, sotto la cui direzione scientifica verrà pubblicata finalmente con rigore filologico la relazione desideriana, insieme alla quasi totalità degli scritti del missionario (saranno stampati come tomi V, VI, VII dell’opera I missionari italiani nel Tibet e nel Nepal, a cura di L. Petech, La Libreria dello Stato, Roma 1952-1956).

Ormai Desideri ha spazio nelle opere sulla storia del Tibet e sulle sue esplorazioni, così come nei racconti dei viaggiatori e ne sono riconosciuti i molteplici contributi in ambito geografico, storico e antropologico. L’attenzione si allarga man mano anche alle sue opere in lingua tibetana, in cui il gesuita dimostra, secondo Bargiacchi, una straordinaria conoscenza e penetrazione del pensiero buddista e un’attitudine al dialogo che ne tracciano una distanza evidente da tanti suoi confratelli del passato e del presente: interessante per questo implicito e talvolta esplicito confronto la sezione del saggio che l’autore dedica a un peraltro appassionato studioso e divulgatore dell’opera di Desideri, il gesuita Giuseppe Toscano.

Bargiacchi dà particolare rilievo alla capacità di Desideri di cogliere elementi essenziali della spiritualità buddista, sulla scorta in verità di altri suoi estimatori sopra ricordati come Hedin, De Filippi, Tucci, nonché lo storico delle religioni Raffaele Pettazzoni.

In particolare egli trova «compreso e descritto non solo con enorme anticipo su tutti, ma addirittura in maniera insuperata» (p. 30) il difficile concetto buddista della «vacuità» e sottolinea come Desideri arrivi a scoprire che «per i tibetani il mondo e tutto ciò che in esso esiste è solo lo stato contingente e mutevole di un processo continuo, infinito ed eterno, del quale “non mettono in conto veruno alcuna causa primaria, universale, increata e indipendente e da cui il tutto dipenda”» (p. 31).

Il gesuita avrebbe dunque colto approfonditamente il pensiero lamaista fino a comprendere, come ha affermato lo stesso Tucci, che il buddismo «ad onta dei suoi idoli, è una religione senza Dio» (cit. p. 31) ?

Così pensa anche Bargiacchi, ma il confronto su tale delicata questione è appena iniziato, come prova la diversa lettura di Massimiliano Polichetti, del Museo Nazionale d’Arte Orientale, in occasione della presentazione del saggio precedentemente ricordata: nella sua interpretazione Desideri avrebbe intrapreso un cammino di comprensione del pensiero buddista che i limiti della sua cultura teologico-filosofica – il «tabù ontologistico» proprio del pensiero occidentale – non gli avrebbero permesso di percorrere fino in fondo.

Tanto basta per cogliere la necessità – da Bargiacchi ricordata a conclusione del  suo saggio – di una riedizione con criteri filologicamente curati delle opere di Desideri, ormai non più disponibili: certamente perché gli studiosi possano avere strumenti di confronto adeguati, ma anche perché il gesuita pistoiese ha affrontato un tema enorme, la cui valenza appariva impensabile in quegli anni e che ci sta ancora davanti.    

Se, come sottolinea Bargiacchi, l’istanza alla conoscenza e al dialogo è propria di una «fede che cerca» (Luigi Sartori, cit. a p.97) – acquisizione condivisa nella Chiesa del Concilio Vaticano II -, la necessità di specifica attenzione al buddismo era già stata segnalata fin dagli anni Trenta del Novecento da un teologo cattolico sensibile come Romano Guardini e alcune esperienze spirituali contemporanee - di apertura e reciproca ‘impollinazione’ tra cristianesimo e buddismo - sembrano indicare la vitalità di un incontro che ha avuto i suoi prodromi nell’avventura tibetana di Ippolito Desideri.

Con interesse storicamente motivato ma anche con l’attenzione che nasce da un confronto più che mai attuale attendiamo dunque di leggere la biografia e gli studi promessi da Bargiacchi.




                           

                                                 
Mariangela Maraviglia

                                                                                                  

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