PURGATORIO SENZA LIMITE DI PENA.

CRONACA E RIFLESSIONI SU UNA NOTTE AL PRONTO SOCCORSO DI PISTOIA


La prima sensazione è di essere stata miracolata. Sono stata investita sulle strisce, non sono morta, mani generose di volontari della Misericordia mi hanno impacchettato e condotto al Pronto Soccorso, mi sembra di non essere troppo rotta. Non ho avuto paura ma improvviso mi assale un tremore incontrollabile, da battere i denti.

Vengo posta nel corridoio-contenitore di corpi del Pronto Soccorso dell’ospedale pistoiese. Accanto, decine di persone che si lamentano, con voci diverse e differenti modulazioni di gemiti, sospiri, mugolii.

Labilità del confine tra la vita e la morte, preziosità di ogni momento che ci è regalato nel teatro quotidiano del mondo, valore e senso della propria umana vicenda. La prima ora passa così, pensieri che scavano le poche essenziali esperienze: gli affetti, gli impegni, la scommessa della fede.

Mi è stato imposto di non permettermi il più piccolo movimento con la testa, del resto impedito da uno stretto collare che proibisce qualsiasi spostamento che non sia quello, minimo, richiesto dalla respirazione.

Obbediente attendo. Capisco i tempi lunghi, stanno arrivando i “codici rossi”, persone meno fortunate di me hanno la precedenza nei controlli e nell’attenzione di tutti.

Tornano i volontari della Misericordia: “Ancora qui, non le hanno fatto nulla?”. Torneranno, i miei soccorritori, tre o quattro volte nella notte, mi faranno, gentili e dispiaciuti, ripetutamente  la stessa domanda.

Non c’è trascuratezza evidente nel personale in sevizio: infermieri e inservienti rispondono assolvendo alle richieste ‘possibili’. Sì a un dialogo con il marito che da ore staziona fuori dal corridoio; un’ attesa di ‘solo’ mezz’ora per poter avere lo strumento adeguato alla risoluzione di   un’impellenza fisiologica.

Come tutti i presenti non gravi ottengo occhiate cortesi, oppure distratte, in un caso calde attenzioni, segno di un’umanità coltivata, di una professione ancora amata

Ma su tutto domina incontrastato un condiviso sentimento di impotente ignoranza: nessuno sa dare una indicazione, tentare una previsione, azzardare una ipotesi sull’immediato futuro di ognuno.

“Sono qui dalle 17, quindi da sei ore, potrei sapere quando sarò visitato?”; “Io sono qui da otto…”, “Io da sette…”

La risposta è sempre la stessa: “Purtroppo non sappiamo niente…Purtroppo non possiamo prevedere niente… Purtroppo dovete avere pazienza”.

Ma i dottori ci sono? Dove sono? Chi sono le tante figure che passano e si susseguono nel corridoio? Non lo sappiamo, buio totale, è possibile essere chiamati dopo cinque minuti come dopo otto ore.

Qualcuno afferma che si tratta di una giornata particolare, ma la voce umana e amica riconosce che ‘quella’ particolarità è divenuta ormai quotidianità, che ‘quella’ situazione si ripropone ogni giorno riproducendo una condizione di ordinaria disumanità. Dieci, venti, trenta sofferenti giornalmente parcheggiati per ore nell’attesa di chi, non si sa quando (se?), arriverà: atmosfere letterarie kafkiane e beckettiane rivissute in un assurdo banalmente ‘normale’.

Chiedo anch’io, più volte, con gentilezza: faccio presente che ho la testa bloccata da una, due, tre ore, la vista costantemente offesa dall’illuminazione abbagliante del soffitto (vengo gentilmente spostata ma i lumi sono ravvicinati e implacabili), che la mia condizione eguaglia certe raffinate torture o la sorte dei carcerati con la luce perpetuamente accesa l’intera notte. Sguardi silenziosi, comprensivi o annoiati, ugualmente inefficaci.

Finalmente, dopo quasi quattro ore, né le variazioni sul senso della vita né le memorie letterarie giungono in soccorso. Mi metto deliberatamente a gridare che non ce la faccio più, che non è giusto essere trattati così, subire una tale tortura senza neppure poterne prevedere la fine, urlo perfino che mi droghino con un calmante se ancora per ore dovrò attendere immobile.

Dopo cinque minuti vengo trasportata di fronte al medico (dottoressa giovane e carina): un rapido sguardo, due domande e mi viene tolto il collare, posso finalmente muovere la testa.

Vengo portata via, solo su mia richiesta vengo a sapere a quali analisi si ritiene opportuno sottopormi e per quali motivazioni.  

E’ mezzanotte, il peggio è passato: per le analisi e le dimissioni dovrò attendere soltanto altre tre ore.

In tutto sei ore e tre quarti, quasi sette ore: scoprirò più tardi che sono stata fortunata, per molti l’attesa si è protratta per un tempo assai più lungo.

      

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La situazione è senz’altro specchio dei disagi e delle disfunzioni che vive oggi il nostro paese.

Amici medici mi suggeriscono che negli ultimi anni si sta facendo un uso improprio del Pronto Soccorso da parte di una platea eccessiva di utenti.

L’impressione condivisa da chi malauguratamente debba utilizzare quel servizio è di trovarsi di fronte a gravi e complessive carenze, sia nella quantità di personale, sia nella qualità dell’ intervento: carenze che si traducono nell’allungarsi illimitato dei tempi di attesa, nel parcheggio sfibrante di persone sofferenti in un ‘non luogo’ inospitale, nella oscurità inaccessibile di risposte rispetto al proprio immediato futuro.

Persa la dignità di persone pensanti e con diritto minimo all’informazione su quanto le concerne, ridotti a oggetti da riparare, “cose lasciate in un angolo” e momentaneamente “dimenticate”, si vive una condizione di moderno terreno purgatorio senza  indicazione di limite di pena.

Tutti protestiamo in privato, nessuno più alza la voce pubblicamente perché tanto “non c’è niente da fare”. Ulteriore amaro esempio di una distanza tra il cittadino e le istituzioni che cresce esponenzialmente, che a sua volta alimenta sfiducia e disimpegno, in una spirale maligna che mina sempre di più il nostro vivere insieme, la nostra possibilità di costruire una società buona e ospitale.




Mariangela Maraviglia

                                                                                                  

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