
DON MAZZOLARI E DON MILANI PROFETI DI PACE:
Come presentare il magistero di pace di due figure come Primo Mazzolari e Lorenzo Milani?
Per rispondere a questa domanda mi sembra necessario ripercorrere brevemente la loro vicenda esistenziale e inserirla sinteticamente nel contesto della storia del loro tempo: gli anni Trenta - Cinquanta del Novecento per Mazzolari, gli anni Quaranta - Sessanta per Milani.
Le due figure sono diverse e distinte, la loro ricorrente associazione nella vulgata successiva[1] non significa vicinanza effettiva di impostazione e di prospettive.
Certamente appaiono entrambi protagonisti di una Chiesa, in particolare di un clero, che scopre il desiderio di parlare in una Ditta, la Chiesa, nel linguaggio sferzante di Milani, dove troppo si era abituati a tacere; un po’ gli antesignani degli anni tumultuosi e creativi del Concilio Vaticano II, evento che Mazzolari fa solo in tempo a intravedere[2] - muore infatti nell’ aprile 1959 e che Milani vive assai da lontano e ormai mortalmente malato, nella sua Barbiana, tra i suoi amati ragazzi.
La tangenza nella loro vita fu laterale e non essenziale per le loro rispettive vicende: Milani leggeva «Adesso» e volle anche pubblicare qualcosa sul quindicinale mazzolariano, Mazzolari recensì con espressioni di consenso lo studio milaniano Esperienze pastorali[3], ma non sentì suo quel primato della parola, dell’educazione come strumento propriamente pastorale che contrassegnava l’esperienza di Milani.
Comune appare la convinzione della vocazione implicitamente ma inevitabilmente anche politica di ogni cristiano, della necessità di un «rinnovamento cristiano della Chiesa e della società», per dirla con linguaggio mazzolariano, pagata con pesanti prezzi di incomprensione ed emarginazione.
Primo Mazzolari: un prete rurale immerso nella storia
La sua è la vicenda di un «prete rurale», come amava dire di sé, quotidianamente fedele al suo mandato pastorale, vissuto nell’esperienza concreta ai margini della storia e della politica, ma con il cuore e con la mente al centro delle questioni più scottanti e dolorose che segnavano la società del suo tempo.
Vissuto dal 1890 al 1959, con la sua intensa attività di predicatore, pubblicista, giornalista, scrittore, riuscì a formare intere generazioni di credenti e a instaurare un confronto e un dialogo con coloro che egli definiva “i lontani” (i comunisti in ambito politico, i protestanti in ambito religioso) in tempi in cui dominava invece la logica dello scontro e della contrapposizione frontale.
Fu antifascista e contrario al Concordato, in cui vedeva un asservimento della Chiesa al regime e la colpa di rivendicare una libertà solo per sé, mentre c’era «un diritto comune, una libertà comune da rivendicare».
Dopo aver partecipato alla Resistenza, favorendo e appoggiando la nascita di un movimento partigiano locale, si interessò attivamente della ricostruzione dell’Italia e del ruolo che la Chiesa e i cristiani dovevano svolgervi.
Pur condividendo analisi e concezioni tipiche della Chiesa del suo tempo, Mazzolari, sulla scorta di un forte rigore evangelico e di una profonda attenzione ai poveri, riusciva a elaborare e portare avanti messaggi fortemente innovativi e coraggiosi. Era per esempio d’accordo che i cattolici si unissero in un unico partito politico, la Democrazia Cristiana, ma il suo fine era la costruzione di una società cristianamente ispirata capace di realizzare una «rivoluzione cristiana» (nome anche di un suo libro famoso). Tributario dei pensatori francesi Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier, esprimeva una decisa opposizione al capitalismo, che considerava un modo di organizzare l’economia «disumano» perché dimenticava la centralità della persona nella organizzazione della società e la finalità sociale del lavoro e, soprattutto, perché non poneva limiti al possesso dei beni materiali: per Mazzolari invece il possesso doveva essere legato alle proprie «necessità di uso» e la ricchezza finalizzata al vantaggio del bene comune. «Il di più è dei poveri», scriveva il sacerdote, poiché le risorse della terra sono state date da Dio a tutti e «io rubo a Lui nei fratelli ogni qualvolta mi tengo di più del mio vero bisogno»[4].
Un’analoga novità di atteggiamento a partire da una posizione per molti versi tradizionale avviene nei confronti dei comunisti. Mazzolari condivide con la Chiesa dei suoi anni l’inconciliabilità totale tra cristianesimo e comunismo, l’irriducibile opposizione tra materialismo marxista e dottrina cristiana, ma nello stesso tempo - diversamente dalla Chiesa dei suoi anni - distingue tra l’ideologia marxista e le persone che la professano, da accogliere e con cui confrontarsi come fratelli: «Combatto il comunismo, amo i comunisti», scriveva commentando il decreto di scomunica del 1949. Di fatto fu tra i primi che formulò quella distinzione tra errore ed errante che venne poi fatta propria dalla Chiesa, in particolare nell’Enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII[5].
Le speranze politiche di Mazzolari erano destinate a consumarsi molto presto: la politica centrista di De Gasperi, l’assunzione della rappresentanza delle forze moderate e anticomuniste da parte della DC, un riformismo che non gli appariva abbastanza coraggioso lo spinsero a dare vita a un proprio foglio di intervento e di critica, il quindicinale «Adesso», che per dieci anni, dal 1949 al 1959, anno della sua morte, dette voce alle sue idee e alle sue battaglie.
Il giornale intervenne su questioni ecclesiali, sociali e politiche, sia a carattere nazionale che internazionale.
La pace: un itinerario di maturazione
Un tema che assume una rilevanza sempre crescente nella vita di Mazzolari, trovando ampio spazio sulle pagine di «Adesso», è quello della pace. Una preoccupazione che divenne impegno fondamentale dei suoi ultimi anni, quasi un assillo costante a mano a mano che egli ne coglieva la centralità per le sorti dell'umanità intera e l'intimo legame con la testimonianza evangelica: certamente uno dei nodi essenziali del suo particolare intervento politico.
Il percorso esistenziale di Mazzolari permette di evidenziare una graduale evoluzione, un vero e proprio rovesciamento di posizioni dall'iniziale interventismo giovanile al radicale pacifismo degli anni Cinquanta. A un convegno di Modena del 1951, a cui aveva invitato quelle che chiamava le «Avanguardie cristiane», gruppi e realtà minoritarie a cui egli affidava le sue speranze di rinnovamento ecclesiale e sociale, è lui stesso che delinea il suo itinerario interiore:
«Non crediate che chi vi parla in questo momento non voglia bene all'Italia. Nel '15 è partito interventista, nel '43 fu partigiano; oggi, si accorge con doloroso spavento che “la Patria è terra di nessuno”, che le guerre e le nuove ideologie l’hanno quasi divorata, che la borghesia non l'ha saputa rendere materna e amabile, e che le forzate immissioni di “valori occidentali” nella sua semplice cristiana struttura, invece di ravvivarla o galvanizzarla, ne accelerano lo svilimento»[6].
Un testo di particolare interesse per il nostro tema è Risposta a un aviatore del 1941. Si tratta di un lungo e articolato scritto in cui il sacerdote, rispondendo alle domande di un giovane circa l’obbligo di obbedienza all'autorità in caso di guerra, ripropone la tradizionale distinzione tra guerre ingiuste e guerre giuste che, «per quanto dure, dolorose e deplorevoli, vanno accettate e combattute virilmente», ma rivendica in modo nuovo il diritto della coscienza cristiana di giudicare e di disubbidire, rifiutando il «mito del dovere [...] accolto, venerato e predicato anche dai cristiani». «L'opposizione cristiana» diventa in queste pagine «l'unico modo di collaborare per un cristiano, che non può né confondersi né approvare incondizionatamente»; la «rivolta» all'autorità politica in nome del «bene comune» appare una esigenza imprescindibile: «Come cristiano quando disobbedisco per ordine morale, obbedisco; quando mi rivolto, ricostruisco», scrive il sacerdote poco più avanti. Mazzolari arriva qui a proporre da parte dei cattolici un «riesame» più benevolo del passato dell'obiezione di coscienza al servizio militare, problema presente nel mondo anglosassone e scandinavo, ma sostanzialmente nuovo per l’Italia dei primi anni Quaranta[7].
Ne II compagno Cristo - scritto in clandestinità ed edito nel 1945 pur applicando il principio della guerra giusta alla lotta di resistenza, e dunque accettando il legittimo uso della forza come mezzo per impedire violenze e prevaricazioni, rifiuta decisamente la logica dell'odio e della vendetta che fu all'origine di atti criminosi nel corso e alla fine della guerra di liberazione: «Spezzare la spirale dell'odio», denunciare «l'uso della violenza con pretesto di instaurare la libertà» saranno parole d'ordine fondamentali di «Adesso» fin dai primi numeri.
Il pensiero di Mazzolari, che si rispecchia poi nelle scelte del suo giornale, sembra oscillare, nel periodo 1949-'50, tra la riconosciuta legittimità della difesa, anche armata, e la necessità di un suo superamento, che presto si affermerà come l'unica possibile opzione nello scenario apocalittico di un eventuale conflitto atomico tra Est e Ovest, paesi a regime comunista e paesi a economia capitalista.
Nell'ottica della difesa «Adesso», al momento dell'adesione italiana al Patto Atlantico nel marzo 1949, accetta l’accordo come esigenza difensiva - condividendo la paura largamente diffusa in ambito cattolico di un pericolo proveniente dal mondo comunista -, ma non sposa acriticamente la causa dell'Occidente, sottraendosi a quella «convergenza privilegiata» che contrassegnò la politica della Santa Sede e dei cattolici al governo nell'Italia degli anni Cinquanta.
Nei momenti della massima contrapposizione ideologica e politica tra Oriente e Occidente, Mazzolari colse tutte le opportunità che si aprivano per favorire la rottura degli schieramenti precostituiti e partecipò a tutte le iniziative e gli interventi che sembrassero porre le basi per un dialogo: firmò l'appello di Stoccolma del Movimento di ispirazione comunista dei Partigiani della pace, che richiedeva l'interdizione totale delle armi atomiche; intervenne in dialoghi e dibattiti con il cattolico Guido Miglioli, da anni impegnato in prima persona nei movimenti per la distensione, e con il direttore de «L’Unità» Davide Lajolo e il cattolico Igino Giordani[8]. Anche al Convegno delle Avanguardie cristiane del 1951 il tema della pace fu centrale per quanto non del tutto compreso neppure dai partecipanti.
Una disponibilità al dialogo che non piacque né a gran parte del mondo cattolico, che gli mosse rilievi e obiezioni, né alla gerarchia, che non gli risparmiò rimproveri e censure: l’apertura ai comunisti appariva facile oggetto di strumentalizzazioni e, per i più, manifestazione di inguaribile ingenuità.
Difficoltà che non bloccarono la riflessione di Mazzolari: il suo impegno primario rimarrà quello della elaborazione e dell'affermazione di un «pensiero cristiano sulla pace», in cui i credenti siano protagonisti seri e audaci.
Tu non uccidere
II frutto più completo di quella riflessione sarà il testo Tu non uccidere, già pronto nel Natale 1952, ma pubblicato, anonimo per motivi di censura ecclesiastica, solo nel 1955.
Un testo dalla composizione quasi aforismatica, intessuto di pensieri che traggono origine dal Vangelo, da Padri della Chiesa antichi e moderni, da figure amate come il vescovo inglese John H. Newman, talvolta dal magistero pontificio, quando appare elemento di conferma delle istanze pacifiste. L’analogia domina sul pensiero teoricamente formulato, il frammento sulla organicità dei contenuti: ne risulta un testo di intensa suggestione e meditazione, capace di catturare un gran numero di lettori e di ottenere una rilevante fortuna editoriale[9].
Riprendendo e sviluppando in forma più ampia e completa temi che affrontava anche in una rubrica pubblicata in quegli anni su «Adesso», Pace nostra ostinazione, Mazzolari approfondisce in quel volumetto il rifiuto di qualsiasi guerra, decretandone la qualità teologica di «peccato» e la totale incompatibilità con il «Tu non uccidere» biblico ed evangelico.
«Cristianamente e logicamente la guerra non si regge: Cristianamente, perché Dio ha comandato: “Tu non uccidere” (e “Tu non uccidere” per quanto ci si arzigogoli sopra, vuol dire “Tu non uccidere”); e per di più si uccidono fratelli, figli di Dio, redenti dal sangue di Cristo; sì che l’uccisione dell’uomo è a un tempo omicidio perché uccide l’uomo; suicidio perché svena quel corpo sociale, se non pure quel corpo mistico, di cui l’uccisore stesso è parte; e deicidio perché uccide con una sorta di “esecuzione di effigie” l’immagine e la somiglianza di Dio, l’equivalenza del sangue di Cristo, la partecipazione, per la grazia, della divinità»[10].
Nella prospettiva mazzolariana la pace assume una cifra e un andamento cristocentrico:
«La sua rivoluzione è la scoperta del fratello, fatta con la carità; e frutto della carità è la pace. La sua legge è il perdono: e il perdono tronca gli impulsi di guerra […] Dove vale il Vangelo regna la pace […] dove si scatena la guerra il Vangelo è violato, anche se teologi pavidi o ingenui o prezzolati abbiano sfigurato talora le parole di Cristo per legittimare il carnaio»[11].
Alla luce degli scritti di eminenti teologi e dello stesso Pio XII, e considerate le condizioni belliche contemporanee - guerra atomica, chimica, batteriologica -, Mazzolari denuncia l’assoluta impraticabilità del principio della «guerra giusta» e l’inaccettabilità di una guerra anche difensiva: «Nella verità del nuovo comandamento, commisurato sull’esempio di Cristo (“come io ho amato voi”), “tu non uccidere” non sopporta restrizioni o accomodamenti giuridici di nessun genere. Cadono quindi le distinzioni tra guerre giuste e ingiuste, difensive e preventive, reazionarie e rivoluzionarie. Ogni guerra è fratricidio, oltraggio a Dio e all’uomo. O si condannano tutte le guerre, anche quelle difensive e rivoluzionarie, o si accettano tutte. Basta un’eccezione per lasciar passare tutti i crimini»[12].
La scelta che viene prospettata è l’opzione non violenta praticata da Gandhi, da lui conosciuto e apprezzato attraverso il rapporto con Sorella Maria dell'eremo di Campello, che lo aveva incontrato e aveva instaurato un carteggio con il Mahatma come pure con il parroco di Bozzolo[13].
Una scelta, quella non violenta che, lungi dal favorire qualsiasi tentazione di acquiescenza, rafforza la vocazione di resistenza al male del cristiano, disposto a sostituire «alla resistenza della forza la resistenza dello spirito», fino al sacrifìcio personale della vita.
«Il cristiano è contro ogni male non fino alla morte del malvagio ma fino alla propria morte, dato che non c’è amore più grande che quello di mettere la propria vita a servizio del bene e del fratello perduto. Vince chi si lascia uccidere non chi uccide. La storia della nostra redenzione si apre con la strage degli Innocenti e si chiude con il Calvario: una storia, se osservata bene, un po’ meno assurda della storia delle guerre»[14].
Il cristiano «è sempre un resistente, un resistente per vocazione, di fronte a qualsiasi male. Quindi ogni indifferenza, ogni compromesso col male è un peccato. La divergenza sta nel modo di resistere all’invasore […] La non-violenza non va confusa con la non-resistenza. Non-violenza è come dire “no” alla violenza. E’ un rifiuto attivo del male, non un’accettazione passiva. La pigrizia, l’indifferenza, la neutralità non trovano posto nella non-violenza, dato che alla violenza non dicono né sì né no. La non-violenza si manifesta nell’impegnarsi a fondo. La non-violenza può dire con Gesù: “Non sono venuto a portare la pace ma la spada”»[15].
In sintesi si può affermare che l’opposizione alla guerra è fondata in Mazzolari su due argomentazioni: la considerazione ‘teologica’ della guerra come ‘peccato’ e l’impossibilità ‘razionale’ di accettare la guerra moderna, visto il nuovo distruttivo dispiegamento di armi che la caratterizza. Anche la difesa, di per sé legittima e doverosa, deve essere intrapresa con altre forme che escludano l’uso delle armi. Una conclusione che riecheggia implicitamente nelle evangeliche parole della Pacem in terris di Giovanni XXIII: «E’ assurdo (alienum est a ratione) pensare che la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia» (127).
Come sottolinea Massimo Toschi, in Mazzolari «Il tu non uccidere biblico, radicato nel mistero di Cristo, assume una normatività assoluta, una normatività di tipo profetico, non giuridico, ma vincolante per i cristiani»[16].
Mazzolari parla in primo luogo ai cristiani: permane in lui il sogno di una “cristianità” risorgente e salvifica, cioè di un universo cristiano capace di recuperare i valori evangelici e di permeare di quelli il contesto sociale e politico. A questa cristianità egli continua a demandare il superamento della politica dei blocchi e la riappropriazione di valori morali, sociali, religiosi che possono rifondare su basi nuove la civiltà.
A differenza di Milani come vedremo tra poco Mazzolari non abbandona forse mai l’idea di un di più dei cristiani in politica, la convinzione che essi possiedano un patrimonio morale superiore che li rende capaci potenzialmente di elaborare le prospettive più efficaci per la salvezza sociale e per il conseguimento della pace.
Un’ipotesi che sembra sfumare in uno dei discorsi più belli, dedicato a Charles de Foucauld negli ultimi anni della sua vita. Qui egli propone nei confronti dei lontani, in questo caso i musulmani, «il momento di Nazaret», lo stile del nascondimento, l’essere «con loro» e «come loro».
L’accoglienza di una radicale esigenza di «fraternità tra i popoli» invita il prete cremonese ad abbandonare qualsiasi logica di difesa e di superiorità disposta a servirsi della «forza» e la condivisione con gli ultimi si fa totale, fino alla rinuncia a possedere, sia pure come cristianità ispirata evangelicamente, progetti risolutivi di intervento politico e sociale, verità più grandi e più alte da proporre e magari da imporre a tutti[17].
L’esperienza di Lorenzo Milani
Più sintetica credo possa essere la rievocazione della vicenda di don Lorenzo Milani, a differenza di Mazzolari assai conosciuto, letto e amato, almeno nella nostra terra toscana.
Nato nel 1923, morì il 26 giugno1967 a soli quarantaquattro anni: quest’anno, in occasione del quarantesimo anniversario della sua nascita sono molte le rievocazioni, gli articoli, i libri che vengono a lui dedicati.
Un ricco che si è fatto povero: potremmo così sintetizzare, utilizzando le sue stesse parole, la sua singolare e avvincente vicenda esistenziale.
Dalla sua famiglia ricca di beni materiali e di cultura, agnostica poiché la madre è di origine ebraica i tre figli saranno battezzati solo nel 1933 per motivi di sicurezza personale - Lorenzo non riceve educazione religiosa: si converte in pochi mesi negli anni 1942-43 con una decisione «misteriosa» che neppure la madre «può presumere d’avere capito»[18].
La conversione coincide con la decisione di farsi prete, come testimonia don Raffaele Bensi, figura chiave del cattolicesimo fiorentino di quegli anni, che fu confessore di Milani: «[…] incontrare Cristo, incaponirsene, derubarlo, mangiarlo, fu tutt’uno, ecco. Fino a pigliarsi un’indigestione di Gesù Cristo»[19].
L’ansia di testimoniare la verità, la mancanza di mediazione, l’assolutezza etica contrassegnano fin dall’inizio l’esperienza milaniana e rendono non facile né la vita in seminario, né le sue prime esperienze del giovane prete in una Chiesa fortemente segnata da uniformità e unanimismo, per usare un lessico mazzolariano, come quella del dopoguerra.
Ordinato prete nel 1947, viene nominato cappellano a San Donato di Calenzano.
La realtà di disoccupazione, miseria, sfruttamento largamente sperimentate da gran parte della popolazione portano Milani a compiere scelte di vita spartana, di condivisione solidale con i più svantaggiati. Ben presto, convinto che la base della povertà anche religiosa del suo popolo sia la povertà culturale, organizza una scuola suddivisa per vari livelli di apprendimento (per analfabeti, per il conseguimento della licenza elementare, per proseguire gli studi oltre l’obbligo scolastico).
Il fatto che nella scuola siano ammessi anche allievi ‘di sinistra’, che con loro si dialoghi in anni di contrapposizione frontale tra cattolici e comunisti si ricordi la scomunica ecclesiale emanata contro di loro nel 1949 - aliena molte simpatie al giovane cappellano. L’atteggiamento di franchezza critica che caratterizza Milani nei confronti della Democrazia Cristiana e di molte scelte pastorali genera inoltre una durissima ostilità da parte di confratelli sacerdoti e dei buoni cattolici ed è una delle principali cause del trasferimento del giovane cappellano a Barbiana nel 1954.
In questo luogo abbandonato se non da Dio certo dalla gran parte degli antichi abitanti, in cui mancano i servizi essenziali (acqua, luce, servizio postale, strada asfaltata) Milani trova una realtà di famiglie malandate, segnate da malattia, alcoolismo, talvolta precedenti penali.
Si mette subito a fare scuola serale per giovani contadini, mentre, rimeditando l’esperienza di Calenzano e in particolare le cause dell’allontanamento del popolo dalla Chiesa, scrive Esperienze pastorali, che uscirà nel 1958.
Nel 1957 crea una scuola di avviamento professionale per alcuni alunni della parrocchia che avevano concluso la scuola elementare. A partire dal 1962, con l’istituzione della media unica, Barbiana ospiterà fino a quaranta alunni respinti o in difficoltà nella scuola statale.
Sarà per e con l’esperienza della scuola che verranno realizzati i testi poi largamente conosciuti e discussi di Milani e dei suoi allievi, grazie ai quali Barbina diventerà protagonista di cronache e confronti molto vivi, spesso aspri sulla stampa nazionale.
Nonostante il morbo di Hodgkin che gli viene diagnosticato nel 1960, Milani vivrà anni infaticabili.
Quando nel 1965 «La Nazione» pubblica una Dichiarazione dei Cappellani in congedo della Toscana in cui tra l’altro si condanna la «cosiddetta» obiezione di coscienza come «un insulto alla Patria e ai suoi caduti», il prete di Barbiana scrive una dura Risposta ai cappellani militari che sarà pubblicata sul periodico comunista Rinascita.
Un testo che si inseriva all’interno di un forte dibattito a seguito dei primi processi agli obiettori di coscienza e a chi li difendeva (erano gli anni dei processi a Giovanni Gozzini e a Ernesto Balducci). Un testo che gli guadagnerà - oltre a durissimi attacchi della stampa della destra politica - decise critiche da parte del card. Florit, succeduto a Elia Dalla Costa nella conduzione della diocesi fiorentina, e un processo per incitamento alla diserzione e alla disobbedienza militare. Il processo, per il quale Milani preparerà una Lettera ai giudici come memoria difensiva, avrà come esito l’assoluzione «perchè il fatto non costituisce reato» in primo grado, la condanna nel processo di appello nell’ottobre 1967.
Lorenzo Milani è morto il 26 giugno di quell’anno. Poco prima della morte è riuscito a pubblicare insieme ai suoi alunni Lettera a una professoressa, destinata a diventare un vero e proprio manifesto per la scuola e l’ educazione negli anni della contestazione studentesca.
L'obbedienza non è più una virtù
E stato più volte rilevato che con le due lettere ‘ai cappellani militari’ e ‘ai giudici’, don Milani si è conquistato una solida fama di prete ‘pacifista’ e difensore dell'obiezione di coscienza, mentre invece tale problema è stato piuttosto per lui l'occasione di un discorso più ampio e continuo con i suoi alunni.
Confermano questa affermazione sia la lettera che egli scrisse a Michele Gesualdi che, chiamato primo tra i barbianesi al servizio militare, si rifiutava di partire[20], sia, ancora più ampiamente, una conversazione registrata e riportata più volte nei testi a lui dedicati, in cui afferma con la usuale inflessibile nettezza che «a noi dell' obiezione di coscienza non ci importa assolutamente nulla» e che essa «è una cosa insignificante»: «[…] la lettera ai giudici è una lettera sull’obbedienza, non è una lettera sull’obiezione di coscienza. […] Nobile cosa, ma non è fondamentale. Mentre sarebbe fondamentale che tutti i soldati avessero la coscienza di giudicare gli ordini che ricevono». I suoi ragazzi, precisava Milani, avrebbero fatto il servizio militare valutando ogni volta gli ordini ricevuti, «i singoli atti cattivi» e l'opportunità o meno di obbedirvi[21].
I due interventi vanno dunque collocati all'interno della scuola, visti come episodi di quella, come ulteriori occasioni di approfondimento critico e di consapevolezza civile.
Infatti insieme ai suoi alunni Milani commentò tutte le lettere, spesso ingiuriose, che riceveva in riferimento alla Risposta ai cappellani militari; insieme, con il lavoro collettivo proprio della scuola di Barbiana, fu scritta la Lettera ai giudici, nella volontà di dimostrare che proprio quei montanari senza voce erano divenuti ormai capaci di parlare e di farsi capire anche dai giudici e dai generali.
Per Milani il problema è fondamentalmente pedagogico e concerne il rapporto tra l'obbedienza e la disobbedienza, tra legislazione e innovazione, tra storia e futuro: i due testi diventano occasione di ulteriori riflessioni sulle responsabilità morali, personali e collettive, che costituivano il fondamento della scuola di Barbiana e che era stato visivamente sintetizzato nella scritta murale: «I care».
Non mancavano nei due documenti argomenti, già intravisti anche in Mazzolari, contro l’idea della «guerra giusta», né la decida affermazione dell’impossibilità di una guerra difensiva data la nuova disponibilità di armi atomiche, ma le tematiche appaiono più vaste e coinvolgono gli assetti sociali e le coscienze, come risulta dagli stralci particolarmente significativi riportati di seguito[22].
La critica all'idea di patria e il richiamo a una divisione più vasta che coinvolge i diritti dei popoli:
«Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri».
La unica legittimità dei metodi democratici per lottare contro l’ingiustizia:
«E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliori di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruenti: lo sciopero e il voto».
Va obbedita la legge giusta, combattuta quella ingiusta, riconoscendo la superiorità della coscienza su un ordinamento esterno:
«In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l'unico modo d'amare la legge è d'obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del più debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate [...] A Norimberga e a Gerusalemme son stati condannati uomini che avevano obbedito. L'umanità intera consente che essi non dovevano obbedire, perché c'è una legge che gli uomini non hanno ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Una gran parte dell'umanità la chiama legge di Dio, l'altra parte la chiama legge della Coscienza. Quelli che non credono ne all'una ne all'altra non sono che un'infima minoranza malata. Sono i cultori dell'obbedienza cieca [...]».
Occorre che ognuno si senta responsabile dei destini dell’umanità:
«E così (con Hiroshima) siamo giunti a quell’assurdo che l'uomo delle caverne se dava una randellata sapeva far male e si pentiva. L'aviere dell'era atomica riempie il serbatoio dell'apparecchio che poco dopo disintegrerà 200.000 giapponesi e non si ponte. A dar retta ai teorici dell'obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell'assassinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irresponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché non ha autore. C'è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di parole. Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo ne davanti agli uomini ne davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l'unico responsabile di tutto».
A partire dall’obiezione di coscienza dunque, Milani fa un discorso ben più vasto, che coinvolge un’idea di cittadinanza oggi potremmo dire ‘attiva’ e consapevole, l’esercizio del pensiero critico, il valore di una coscienza educata e libera.
Più che altrove forse si intravede qui l'utopia della costruzione di una società alternativa, presente comunque nella sua intera esperienza scolastica.
«La scuola - si legge ancora nella Lettera ai Giudici - siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall'altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione)».
E più avanti sottolinea come anche lui «come maestro civile» stia «dando una mano» a migliorare le leggi, che stanno comunque «avvicinandosi alla legge di Dio».
Una affermazione che è solo un accenno, ma sufficiente per ricondurci a quella «assenza di mediazioni», a quella coincidenza tra fede e storia talvolta riconosciuta come l'esito ultimo della vicenda interiore di Lorenzo Milani.
Ha scritto Michele Ranchetti: «Non esistono […] per Milani storie diverse, ad esempio una storia religiosa ed una storia civile, ma una sola storia, una e una sola storia sacra in cui si eseguono i disegni di Dio»[23].
Una affermazione che non posso in questa sede argomentare e discutere ma che mi sembra, nella sua apparente provocatorietà cogliere un punto cruciale e suggerire una lettura convincente della vicenda milaniana.
Mi interessa però aggiungere che in questo radicale cortocircuito, in questa caduta di una dialettica tra storia sacra e storia profana, cade anche la dimensione di cristianità che si individuava prima nel pensiero di Mazzolari.
I poveri in particolare i poveri che «sono stati a scuola» - e non i cristiani in quanto tali saranno per lui i protagonisti di un auspicato rinnovamento sociale e politico, di una società in cui giustizia e pace possano coabitare.
I poveri dunque, come categoria sociale, sembrano assumere in Milani un ruolo specifico, un protagonismo particolare, come i cristiani per Mazzolari.
Ma entrambi sono convinti che solo intravedendo orizzonti comuni, solo elaborando comuni progettualità, tutti, uomini e donne di buona volontà, credenti e non credenti, potranno contribuire alla costruzione di una società ‘buona’, a misura di persona.
In questi due protagonisti del Novecento cristiano la comune assunzione radicale del Vangelo, il comune profetismo vengono dunque declinati in prospettive parzialmente diverse, ma entrambe dense di insegnamento o di provocazioni lette alle luce delle attuali emergenze.
La consapevolezza che la lettura del Vangelo non legittima vecchie e nuove ideologie di ‘guerra giusta’, la pace come esigenza ineludibile su cui si gioca la stessa continuazione del genere umano, la convinzione che un ideale di pace implica un progetto di giustizia globale, l’impegno per l’educazione di cittadini consapevoli e coinvolti a livello sociale e civile: sembrano davvero indicazioni lungimiranti in tempi di “guerre preventive”, di individualistici scenari di frammentazione, di disfattismi a poco prezzo che contrassegnano lo scenario contemporaneo.
[1] Si ricordi per tutti il libretto di Nazareno Fabbretti, Don Mazzolari Don Milani I “disobbedienti”, Bompiani, Milano 1972
[2] Cfr. Il posto dell’uomo nel prossimo Concilio Ecumenico, in «Adesso», 1 marzo 1959, pp. 4-5.
[3] Cfr. L’educazione salvezza della parrocchia, in «Adesso», 1 luglio 1958, pp. 4-5.
[4] M. Maraviglia, Don Primo Mazzolari nella storia del Novecento, Studium, Roma 2000, p. 38.
[6] Il cronista di «Adesso», Cronaca del nostro incontro, in «Adesso», 15 gennaio 1951, pp. 3-4.
[7] Una parte di questo scritto è pubblicata in antologia in M. Maraviglia, Don Primo Mazzolari…, cit., pp. 93-96.
[9] Attualmente il libro è edito dalle Edizioni San Paolo.
[10] P. Mazzolari, Tu non uccidere, S. Paolo, Cinisello Balsamo 200310, p. 28.
[13] Sorella Maria, don Primo Mazzolari, L’ineffabile fraternità, Introduzione e note a cura di M. Maraviglia, Qiqajon - Comunità di Bose, Magnano 2007.
[14] P. Mazzolari, Tu non uccidere, cit., p. 53.
[16] M. Toschi, Il Vangelo e l’impegno per la giustizia, in Don Primo Mazzolari tra testiomonianza e storia, Il Segno, Verona 1994, p. 79.
[17] Cfr. P. mazzolari, La strada della pace (Charles de Foucauld), in Discorsi, a cura di P. Trionfino, Edizioni Dehoniane, Bologna, pp. 602-608.
[18] N. Fabbretti, Don Mazzolari Don Milani…, cit., p. 245.
[19] N. Fallaci, Vita del prete Lorenzo Milani. Dalla parte dell’ultimo, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1993, p. 71.
[20] Lettera del 28.9.1965 in Lettere di don Lorenza Milani Priore di Barbina, Nuova edizione con lettere inedite a cura di Michele Gesualdi, San Paolo, Cinisello Balsamo 2007, pp. 266-267.
[21] G. Pecorini, Don Milani! Chi era costui?, Baldini e Castoldi, Milano 1996
[22] I due documenti sono pubblicati in L’obbedienza non è più una virtù , Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1978, pp. 11-62.
[23] M. Ranchetti, Scritti dversi, a cura di F. Milana, I, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1999, p. 154.
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