CRONACA (E DOMANDE) SU UN'AVVENTURA TELEVISIVA

Inaspettatamente, arriva improvvisa la chiamata dalla Fondazione don Primo Mazzolari, del cui Comitato Scientifico faccio parte, che mi invita a partecipare alla trasmissione A sua immagine, trasmessa la domenica su RAI UNO.

Seguono a poche ore le chiamate dei collaboratori della trasmissione: accordi sull'arrivo, tempi dell'intervento, temi da affrontare, organizzazione del viaggio.

Tutto gentilissimi, tutti disponibili, tutto organizzato a puntino.

Non ho mai visto la trasmissione (non ho la televisione) ma, caricata come un somarello, porto una discreta quantità di volumi mazzolariani, una decina, compreso un numero della rivista Impegno, curata dalla Fondazione, che rappresentano ampiamente tutta la nostra ultima produzione.

All'arrivo a Saxa Rubra, consiglio al conduttore di fare almeno vedere i libri per mezzo di veloci carrellate mentre noi parliamo in studio: mi risponde con molta gentilezza che non è possibile, perché "non lo facciamo mai".

Durante la trasmissione capisco meglio: la divulgazione culturale non è contemplata, si tratta di "vendere" velocemente un personaggio certamente televisivamente anomalo come don Mazzolari, di renderlo appetibile a un pubblico vasto, che si considera poco avvezzo alla concentrazione su un tema o su un pensiero. Vengono, a onore del vero, sbrigativamente mostrati un volume del Diario mazzolariano e il mio ultimo libro Don Primo Mazzolari. Con Dio e con il mondo, Edizioni Qiqajon. 

La presentazione avviene attraverso differenti materiali: testimonianze da Bozzolo, qualcuno che ha conosciuto don Primo; la registrazione della voce mazzolariana e di una bella intervista a mons. Loris Capovilla, segretario di Giovanni XXIII, il papa che salutò Mazzolari come "tromba dello Spirito Santo in terra mantovana"; spezzoni di un film non del tutto felice dedicato alla figura del prete lombardo... e infine anche con il mio contributo di "esperta mazzolariana".

Domande non banali del conduttore: nove censure da parte della Chiesa perché? Come rispose Mazzolari? La scelta dei poveri e l'accoglienza ai lontani cosa significavano?

Dei dieci minuti pattuiti, quattro li uso per stringare la intensa appassionata fede mazzolariana in Cristo e nella Chiesa, la sua pronta obbedienza ai richiami "perché fuori saremmo condannati alla sterilità", il desiderio di continuare a esprimersi con la sua parola franca ed esigente ("Stare in piedi per meglio servire"). Cinque o sei per affermare che la scelta dei poveri e l'accoglienza dei lontani significavano dialogo con i comunisti sui temi della pace e della giustizia: chiarisco che comunismo negli anni quaranta e cinquanta non significava per il popolo che vi aderiva volontà liberticida e totalitaria ma sogno di una società che riscattasse dalla povertà. Pur rifiutando senza sconti il portato materialista dell'ideologia (un suo famoso slogan: "Combatto il comunismo, amo i comunisti"), Mazzolari sosteneva che in quanto a istanze di giustizia i cristiani non potevano essere secondi a nessuno. E poi il tema della pace, ultimo strenuo imperativo mazzolariano negli anni della guerra fredda e del rischio atomico...

Gli argomenti sarebbero da approfondire ma c'è la messa, poi altri filmati, poi l'Angelus del Papa, poi il commento all'Angelus... poi finalmente mi viene rivolta una nuova domanda sulla "immagine di Chiesa" che Mazzolari nutriva.

So di avere sette o otto minuti, inizio con la sua esigenza di "riforma", con la gioia per il "respiro materno" colto nei primi gesti di Giovanni XXIII, con il suo entusiasmo per all'annuncio del Concilio Vaticano II ... Al terzo minuto basta, non c'è più tempo, occorre tornare a Bozzolo per la testimonianza di una signora che, giovane fanciulla, era stata aiutata a fare un tema da Mazzolari. Purtroppo anche a lei non viene permesso di concludere il pensiero. Sigla.

Infinite grazie da parte di tutti, complimenti, si dice che ho i "tempi televisivi", finalmente una donna in un luogo prettamente maschile e... clericale.

Prima domanda: sarà giunta allo spettatore l'immagine mazzolariana di una Chiesa "casa di tutti" che non ha dentro "nessuna strettezza", luogo per eccellenza dell'accoglienza e dell'ascolto, e di un ascolto non unidirezionale gerarchia – laicato, realtà in cui si impara incessantemente a vivere l'amore per Dio e per il mondo?

Seconda domanda: siamo sicuri che utilizzando tempi più pacati, un dialogare più disteso, documenti meno affastellati, il risultato sarebbe meno efficace e soprattutto meno gradito allo spettatore?




Mariangela Maraviglia

                                                                                                  

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