
LA CENTRALITA' DELL'EDUCAZIONE IN UNA SOCIETA' "INSIDIATA DAL DEMONE DELLA FACILITA' [1]
L’incontro a cui mi avete invitato è per me occasione di una testimonianza che sento impellente in questi anni, e che nasce dall’osservazione quotidiana del mondo giovanile e più in generale dal riscontro che hanno in gran parte dei giovani le trasformazioni in atto nella nostra società.
Il mio è lo sguardo di una insegnante e di una donna che vive il proprio tempo e che osserva aspetti antropologici ed esigenze pedagogiche che sollecitano tutti ma in modo particolare il mondo delle donne: tra i loro molti compiti resta senz’altro essenziale, e forse oggi urgente come non mai, il compito di educare e responsabilizzare le nuove generazioni.
Offro qui solo alcune semplici sollecitazioni a pensare insieme e insieme ad attrezzarsi per svolgere un ruolo significativo e costruttivo del futuro: non ritengo indifferente parlare in ambiente cristiano perché come cristiani abbiamo una responsabilità specifica di fronte al mondo che si va costruendo.
Il mio intervento si articolerà in due punti: in primo luogo il problema della trasformazione della nostra società negli ultimi anni, come si presenta il mondo in cui i ragazzi oggi vivono e crescono; in secondo luogo l’individuazione di qualche linea di condotta, di qualche contributo e suggerimento educativo.
Alcuni osservatori laici, particolarmente capaci di cogliere lo spirito dei tempi, ci aiutano ad individuare aspetti allarmanti della realtà contemporanea.
Massimo Cacciari, filosofo: “La dimensione culturale in cui oggi viviamo è senza dubbio quella dell’‘individualismo compiuto’”; l’incapacità progressiva a ragionare in termini di ethos comune ha avuto come esito il prevalere dell’ “individuo in sé, nei suoi interessi, nel suo egoismo, e nella sua stessa ‘idiozia’” (Duemilauno. Politica e futuro, Feltrinelli, pp. 16-17).
Umberto Galimberti, filosofo e psicologo: nell’età contemporanea, dominata dallo sviluppo della tecnica, la decadenza dell’etica è inarrestabile, la sua insignificanza è compiuta, i suoi appelli non possono che ridursi a “invocazione” (si veda Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli).
Marco Lodoli, scrittore e insegnante in una periferia romana, guarda più da vicino la realtà giovanile. In un articolo dal titolo significativo I miei ragazzi insidiati dal demone della facilità, apparso su La Repubblica il 6 Novembre 2002, scrive :
“La nostra cultura ormai scansa ogni sentore di fatica, ogni peso, ogni difficoltà [...].
Impara l’inglese giocando, laureati in due anni senza sforzo, diventa anche tu ridendo e scherzando un uomo ricco e famoso[...]
Spesso i miei alunni, ragazzi di quindici o sedici anni mi dicono: ‘Io voglio fare i soldi in fretta e comprarmi tante cose’ e io rispondo che [...] bisognerà pure guadagnarseli in qualche modo questi soldi [...].
A questo punto loro mi guardano stupiti, quasi addolorati [...]
Sembra che nessuno mai li abbia avvertiti delle difficoltà dell’esistenza.
Sembra che ignorino completamente quanto la vita è dura [...] E per quanto io mi prodighi [...] mi sembra di non riuscire a convincerli.
Il mondo intero afferma il contrario, in televisione e sui manifesti pubblicitari tutti ridono felici e abbronzati e nessuno è mai sudato”.
Amara conclusione: “Così si diventa idioti [...] è un processo che coinvolge anche gli adulti, sia chiaro.
La Facilità promette mari e monti, e il livello mentale si abbassa ogni giorno di più, fino al balbettio e all’impotenza [...]
Ben presto per i lavori più complessi dovremo affidarci alla gente venuta da fuori” che attraverso sofferenze e fatica hanno coltivato “una volontà di riscatto”, mentre i nostri ragazzi “continueranno a sperare di diventare calciatori e vallette”
Una recente ricerca, condotta dal mensile Campus su un campione di mille ragazzi di sedici -diciassette anni, rilevava che ciò che più era giudicato negativamente negli insegnati era la trascuratezza nel modo di vestire (67%) mentre l’incapacità di coinvolgere durante le lezioni veniva solo al quarto posto (40%) (si veda La Repubblica, 13 ottobre 2003): indicatori certo non definitivi né assoluti ma a loro modo espressivi di alcune realtà sociali.
Mezzo di diffusione privilegiato e in qualche modo creatore di questa cultura emergente e condivisa è la televisione.
Non essendo questa la sede per alcuna analisi approfondita del fenomeno, ci affidiamo a un altro osservatore di tutto rilievo, l’autorevole critico televisivo del Corriere della sera Aldo Grasso (28 aprile 2004), il quale così si schierava recentemente, parafrasando una famosa frase della filosofa tedesca Hannah Arendt, contro “il male della banalità” propinato dalla programmazione televisiva:
“Seguendo alcuni programmi di successo sembra che l’italiano tipo sia una persona la cui unica scuola è la palestra, i cui interessi si riducono a come fare i soldi, al sesso, ai vestiti, le cui forme di comunicazione sono l’imprecazione, la scenata, la lagna, la lacrima facile, la rissa. Nessun’altra sollecitudine, nessun’altra preoccupazione, nessun’altra curiosità.
Questi messaggi si coagulano in una tendenza, esprimono il lessico di un branco, funzionano come marche di riconoscibilità: in questo modo la TV stabilisce degli standard attraverso cui noi vediamo, giudichiamo, ci comportiamo di conseguenza. L’apparire è ormai diventato un’operazione, un tirocinio, un’industria e l’apparenza tende a consacrarsi quale unica realtà. ‘As seen on TV’, come l’avete visto in tv. È questa la garanzia ultima e più autorevole che la persona o l’oggetto che ci stanno di fronte sono proprio quelli che cercavamo”.
Questa deriva culturale era già stata profetizzata negli anni ’60 ’70, in cui vedeva il suo esaurimento definitivo l’Italia di cultura contadina e tradizionale, da quel discusso e discutibile ma geniale scrutatore della società che fu Pier Paolo Pasolini: qualcuno ricorderà le sue campagne sul Corriere della sera contro l’omologazione culturale, il conformismo che appiattiva e annullava le differenze tra le persone e le tradizioni, la mutazione antropologica che stava avvenendo nel paese, l’apporto determinante che la televisione commerciale stava offrendo a questo cambiamento (ora su Scritti corsari, Garzanti).
Non fu creduto né dai suoi - alla sinistra sembrò un profeta di sventura, esagerato e apocalittico nelle sue analisi -, né dai cattolici, a cui pure in qualche modo tendeva la mano affermando che, nell’opposizione al materialismo emergente e vincente, cattolici e comunisti si trovavano dalla stessa parte.
Pasolini denunciava già allora, con intuizione ancora una volta fulminante e veritiera, un altro degli aspetti che oggi constatiamo con maggior sgomento: la “sacralità della merce e del suo consumo”.
Un tema che è centrale nel messaggio di un profeta di oggi, padre Alessandro Zanotelli, tornato da poco in Italia dai bassifondi di Nairobi (Kenia) per vivere nei bassifondi di Napoli (quartiere della Sanità). Le immagini terribili ed efficaci che egli propone nei suoi interventi invitano a riflettere su come noi, uomini e donne dell’occidente capitalistico, siamo invitati a diventare “tubi digerenti”, capaci di ingurgitare tutto ciò che il mercato propone; su come i supermercati siano diventati le “nuove cattedrali”, le nuove chiese dove vengono officiati i riti più sentiti.
Di fronte a queste derive etiche e antropologiche non si può fare a meno di registrare profonde latitanze dei poteri politici e religiosi, esiti di incroci nefasti tra sottovalutazioni o inavvertenze dei problemi, impotenze e autentiche connivenze.
Che i poteri politici di diversa ispirazione non siano stati e non siano capaci di porre argini alle pure regole del mercato, considerate anzi divinità intangibili soprattutto dalla caduta dei regimi comunisti, è problema internazionale che si inscrive all’interno di una generale subordinazione della politica all’ economia.
Che in Italia l’attuale potere governativo abbia nell’enfasi consumistica e nel potere televisivo la ragione stessa del suo successo è problema specifico del nostro paese: così non possiamo certo meravigliarci che, da una parte, l’invito a consumare di più sia diventato spot costante dei nostri media e richiamo ripetuto del nostro presidente del Consiglio, dall’altra codici di disciplina e comitati di controllo televisivo abbiano esiti “desolanti”, come emergeva nell’ultima ‘Giornata delle Comunicazioni sociali’ (Avvenire, 23 maggio 2004).
In riferimento ai poteri religiosi, e per quanto ci riguarda specificamente la Chiesa cattolica, non abbiamo forse assistito a una sottovalutazione della cultura materialistica emergente a partire dagli anni ’70 e dei cambiamenti antropologici che stava generando nelle masse popolari? (Magari limitandosi, come ha fatto recentemente il vescovo di Bologna, a individuare in qualche nome della cultura laica un magistero colpevole che va ben più ampiamente attribuito?)
Non siamo stati ciechi nel valutare il potere pervasivo e nefasto della televisione, non come strumento in sé, ma in ciò che stava diventando con l’avvento della televisione commerciale?
Non ci si limitava, nei vari documenti magisteriali, a condannare gli effetti di una cultura, per esempio il permissivismo sessuale, senza individuarne le radici e gli strumenti che di quella cultura erano e sono portatori?
Negli ultimi tempi si sta levando qualche voce per esempio in occasione della già ricordata ‘Giornata delle Comunicazioni sociali’ - secondo me ancora troppo debole, e mi chiedo se anche le ACLI non possano farsi sentire di più a questo proposito, anche in ambito ecclesiale.
Oggi il messaggio etico e antropologico che giunge a livello di massa presenta i toni del tutto facile, tutto normale, tutto possibile, tutto consumabile: soprattutto tutto uguale, in una incapacità radicale - rivendicata talvolta come valore, come tolleranza, come capacità di rispetto dell’altro - di distinguere tra bene e male.
Un esempio al femminile degli ultimi giorni: uno show televisivo, che la stampa italiana ha annunciato prossimo in USA, metterà in palio il bambino che una sedicenne sta per partorire tra cinque coppie che se lo contenderanno attraverso varie prove.
Ci sarà sempre qualcuno che dirà: “Se sono contenti tutti, che male c’è?”
“Che male c’è?” è una delle domande più tipiche dei ragazzi di oggi, propria di chi non sa più distinguere, ha perso le coordinate del vivere: con l’aggiunta “se sono d’accordo loro” va bene il decimo buco nell’orecchio, la più ampia e fantasiosa promiscuità sessuale, la visione tutte le sere del Grande Fratello, il consumo acritico di qualsiasi prodotto commerciale, la marijuana o, perché no, anche la cocaina assunta da tanti personaggi dello spettacolo e della politica...
L’orizzonte di molti adolescenti si muove all’interno di una diarchia composta da apparenza ed emozioni, in una ricerca di gratificazione immediata che esclude la possibilità di un progetto, la costruzione di una propria identità personale, il pensarsi e il pensare il proprio futuro: una vita all’insegna di “quel che mi piace, che mi dà emozione ora” escludendo la fatica del pensiero, dell’impegno, della pazienza.
Se questa è la fotografia di una parte almeno del mondo giovanile contemporaneo non possiamo negare la grande centralità del ruolo educativo: più importante che in passato, quando le regole erano già inscritte nel contesto in cui si viveva, quando la cultura condivisa, i ruoli sociali, la famiglia, la religione offrivano linee direttive che determinavano, costringevano in ruoli prederminati. L’esito era una minore libertà e talvolta molta infelicità personale e familiare - ma una indubbia semplificazione del ruolo genitoriale.
A questo proposito è interessante anche l’evoluzione avvenuta nella pedagogia contemporanea: se negli anni sessanta dominava la linea permissiva dei manuali del dottor Spock, ma anche di psicoterapeuti come Bruno Bettelheim e Alice Miller (tradotta poi dalle riviste femminili con la teoria dei ‘genitori amici’), oggi vengono riscoperte l’autorità, il valore delle regole, la necessità di imporre pochi ma precisi confini tracciati sempre da chi educa (della vasta letteratura disponibile in tal senso mi limito a indicare alcuni testi recenti e facilmente leggibili: Asha Phillips, I no che aiutano a crescere, Feltrinelli; Roberto Albani, Si fa come dico io, Pratiche; Giuliana Ukmar, Se mi vuoi bene dimmi di no, Angeli).
Nella centralità del ruolo educativo, resta ineludibile il ruolo della figura materna, anche se è salutare l’ampliamento della funzione maschile e paterna che in alcune famiglie si inizia a intravedere.
Tuttavia spesso è ancora la madre che si prende cura quotidianamente dei figli - mentre il padre generalmente interviene per le questioni più ampie, di più largo respiro - ed a lei spetta quella cura e fatica che, a seconda di come viene svolta, può fare la differenza di una educazione.
Impegno difficile, spesso impari, come ha scritto di recente una simpatica giornalista, Laura Laurenzi, che lo sta sperimentando sulla propria pelle: “Un lavoro duro, se cedi è la fine”.
Spesso il ‘cedere’ è ciò che avviene nelle famiglie più fragili.
L’abdicazione, la rinuncia, la propria debolezza si nascondono a se stessi con vari e diversi autoinganni: rinunciando a porre regole ai bambini “perché sono troppo piccoli” (l’esperienza di bambini variamente maleducati in luoghi pubblici, comprese le chiese durante le cerimonie liturgiche, è patrimonio comune); rinunciando a porle successivamente perché “essendo ormai grandi” devono imparare ad essere autonomi e a gestirsi da soli.
Chi non vuole rinunciare al lavoro educativo genitore in primo luogo, ma anche insegnante ed educatore a diverso titolo sa che ha di fronte una esperienza intrecciata di momenti negativi e positivi, di no detti con forza e di sì proposti e, precedentemente, vissuti senza stancarsi.
I no sono necessari per difendere chi sta crescendo dalla stupidità e dal vuoto: non tutta la televisione va vista; non tutto quello che si desidera va comprato.
E’ banale ripeterlo, ma non è di banale attuazione che la televisione può (e deve) essere scelta nei programmi migliori, nei tempi, può (e deve) essere guardata e commentata insieme: in questo senso si muovono le indicazioni più recenti di pedagogisti laici e cattolici.
Altrettanto importante è imparare a far distinguere ai figli tra i propri desideri profondi e quelli indotti, superficiali; imparare il valore dell’attesa, del differimento nella realizzazione di un desiderio per far apprezzare il valore che hanno le cose (ogni psicologo incontra ormai adolescenti non più capaci di desiderare per eccesso di oggetti; ed è esperienza comune la visione di bambini spossati e sopraffatti da una esorbitanza di regali di Natale o di compleanno).
Il rapporto educativo si gioca in un difficile equilibrio tra accettazione del conflitto - inevitabile - e capacità di negoziazione, di mediazione: tra no inderogabili e cedimenti talvolta necessari in base all’età e alle situazioni.
Ancora sul fronte del no è fondamentale instillare germi di resistenza interiore, risvegliare capacità critiche, oggi assopite dal consumo di media (il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi ha parlato recentemente di “torpore”): scuola e famiglia possono essere alleate in questo (purché quest’ultima non vanifichi il contributo educativo della scuola contrapponendosi alle sanzioni che essa propone, come avviene ormai da parte delle famiglie meno avvedute); ma alleanze possono essere ricercate fattivamente anche con altre agenzie educative: gruppi scout, oratori, gruppi di volontariato e di catechesi
Sul fronte dei sì occorre non stancarsi di proporre tutto ciò che si avverte come bello e di valore nella propria vita, quelli che sono i nostri valori di riferimento, senza illudersi che la sola testimonianza sia sufficiente a insegnare ciò che ci sta più a cuore. Sebbene resti essenziale la coerenza che mantiene una indubbia autorevolezza e senza la quale ogni messaggio è inutile oggi dobbiamo riconoscere che non basta più di fronte alle sirene, in genere più facili e accattivanti, del mondo esterno.
Ognuno proporrà ciò che sente più proprio e vero.
Per parte mia credo che si debbano proporre virtù che appaiono oggi rivoluzionarie: la sobrietà e la bellezza di una vita misurata, liberata, non appesantita da troppi oggetti e da troppi desideri effimeri, le istanze di giustizia da condividere con i più poveri del mondo, il valore della gratuità e la gioia che da tante esperienza gratuite può nascere.
Questo attraverso l’osservazione e la conoscenza di testimoni (prima citavo Zanotelli: ma tra le tante figure da far conoscere voglio almeno ricordare quella donna straordinaria che è stata Annalena Tonelli, la missionaria uccisa recentemente in Somalia).
Ma anche attraverso realizzazioni concrete e tangibili: con la mia esperienza personale di insegnante posso dire che il commercio equo e solidale, il modello del consumo critico, le adozioni ‘a distanza’ trovano sempre qualche entusiasta nelle classi in cui vengono presentate (su questi temi sono interessanti i testi curati dal Centro Nuovo Modello di Sviluppo per le edizioni EMI).
Piccole scelte possono essere vissute anche in famiglia, magari rinunciando a qualche regalo inutile: qualche famiglia cattolica ha iniziato a vivere con i figli la conversione dei regali di Comunione con offerte per i bambini poveri o per altri progetti di condivisione; qualche famiglia laica a convertire alcuni doni in offerte per un fratellino o sorellina ‘a distanza’.
Le potenzialità sono infinite, legate alla inventività e creatività di ognuno: a volte basta avere il coraggio di andare controcorrente per scoprire fonti di gioia inattese e di lungo termine. E a cui gli stessi giovani sanno talvolta rispondere con apertura ed entusiasmo sorprendenti.
Fondamentale mi sembra non aver paura di usare qualche volta con i nostri figli parole grandi, importanti, sconosciute o male usate nei mass media. Come queste di Annalena Tonelli:
“la vita ha senso solo se si ama. Nulla ha senso al di fuori dell’amore. La mia vita ha conosciuto tanti e poi tanti pericoli, ho rischiato la morte tante e poi tante volte. Sono stata per anni nel mezzo della guerra. Ho esperimentato nella carne dei miei, di quelli che amavo, e dunque nella mia carne, la cattiveria dell’uomo, la sua perversità, la sua iniquità. E ne sono uscita con una convinzione incrollabile che ciò che conta è solo amare. Se anche DIO non ci fosse, solo l’amore ha un senso, solo l’amore libera l’uomo da tutto ciò che lo rende schiavo, in particolare solo l’amore fa respirare, crescere, fiorire, solo l’amore fa sì che noi non abbiamo più paura di nulla, che noi rischiamo la vita per i nostri amici, che tutto crediamo, tutto sopportiamo, tutto speriamo.
Ed è allora che la nostra vita diventa degna di essere vissuta.
Ed è allora che la nostra vita diventa bellezza, grazia, benedizione.
Ed è allora che la nostra vita diventa felicità anche nella sofferenza,
Io amo pensare: non c’è che una sola tristezza al mondo: quella di non amare”.
[1] Intervento, rivisto dall’autrice, al convegno delle ACLI “Famiglia, maternità, lavoro: i molti impegni delle donne”, 9 maggio 2004