IL BAMBINO DI ANDERSEN OVVERO L'EDUCAZIONE NELL'ITALIA TELEVISIVA
E IL SILENZIO DEI CATTOLICI


Il demone della ingannevole “facilità”

“La nostra cultura ormai scansa ogni sentore di fatica, ogni peso, ogni difficoltà […]
Spesso i miei alunni, ragazzi di quindici o sedici anni mi dicono: ‘Io voglio fare i soldi in fretta e comprarmi tante cose’ e io rispondo che […] bisognerà pure guadagnarseli in qualche modo questi soldi […] A questo punto loro mi guardano stupiti, quasi addolorati […] Sembra che nessuno mai li abbia avvertiti delle difficoltà dell’esistenza. Sembra che ignorino completamente quanto la vita è dura […] E per quanto io mi prodighi […] mi sembra di non riuscire a convincerli. Il mondo intero afferma il contrario, in televisione e sui manifesti pubblicitari tutti ridono felici e abbronzati e nessuno è mai sudato”. Amara conclusione: “Così si diventa idioti […] è un processo che coinvolge anche gli adulti, sia chiaro. La Facilità promette mari e monti, e il livello mentale si abbassa ogni giorno di più, fino al balbettio e all’impotenza”[1].

“Seguendo alcuni programmi di successo sembra che l’italiano tipo sia una persona la cui unica scuola è la palestra, i cui interessi si riducono a come fare i soldi, al sesso, ai vestiti, le cui forme di comunicazione sono l’imprecazione, la scenata, la lagna, la lacrima facile, la rissa. Nessun’altra sollecitudine, nessun’altra preoccupazione, nessun’altra curiosità. Questi messaggi si coagulano in una tendenza, esprimono il lessico di un branco, funzionano come marche di riconoscibilità: in questo modo la TV stabilisce degli standard attraverso cui noi vediamo, giudichiamo, ci comportiamo di conseguenza. L’apparire è ormai diventato un’operazione, un tirocinio, un’industria e l’apparenza tende a consacrarsi quale unica realtà”[2].

Due brani di scritti apparsi su giornali italiani in anni non lontani: un educatore e scrittore, Marco Lodoli, in un articolo molto conosciuto e subito consegnato alla ‘gloria’ delle antologie scolastiche ci narra qualcosa della condizione (non solo) giovanile nella realtà italiana contemporanea; un  critico televisivo di lungo corso, Aldo Grasso, sintetizza una denuncia che, con più vasta e generale articolazione, aveva segnato l’ultima stagione della produzione popperiana[3] e dettato in precedenza alcune delle pagine più riuscite e sferzanti dei pasoliniani Scritti corsari[4].

Testi collegati tutti da un moto di allarme per la influenza esorbitante del mezzo televisivo nella educazione di intere popolazioni, per la sua comprovata capacità di veicolare comportamenti e valori, per il totalitarismo invasivo e inavvertito che induce all’acquisizione di modelli preconfezionati e superficiali, di apparente ingannevole “facilità”, di effettiva disarmante povertà.

Di fronte al dilagare di tali messaggi si è da tempo drammaticamente diffusa in un’ampia schiera di insegnanti la coscienza che la scuola si trova in una difficile impasse, che il proprio compito si pone in decisa controtendenza rispetto all’ universo culturale dominante, colonizzato da un insieme di valori che ‘remano contro’ tutto ciò che una istituzione educativa è chiamata a proporre: entusiasmo ma insieme impegno del conoscere, fatica dell’applicazione, ragionevolezza e pacatezza del proprio argomentare, esercizio del rispetto di sé e degli altri, investimento e progettazione di medio-lungo periodo, corresponsabilità ecologica verso i popoli e il pianeta, speranza di costruire e costruirsi come persone e comunità accoglienti e solidali.


La volgarizzazione della postmodernità

Certo sarebbe ingenuo attribuire al mezzo televisivo quel ribaltamento di valori in atto nella nostra società che molti osservatori indicano con il termine onnicomprensivo di “postmodernità”, rievocabile qui stringatamente con le etichette logorate ma ancora eloquenti di relativismo, nichilismo, consumismo, fine delle narrazioni, e registrabile nel progressivo imporsi del primato dell’emozione, della sensibilità, della “differenza”, dell’istante rispetto al progetto e alla costruzione ideale di lunga durata.

Elaborazioni filosofiche, trasformazioni sociali, catastrofi politiche, rivoluzioni economiche, l’inarrestabile processo di globalizzazione, hanno determinato quel mutamento d’epoca, sintetizzato con la felice formula della “modernità liquida” dal sociologo polacco Zygmunt Bauman[5].

Un mutamento, sia detto en passant, particolarmente costoso sul piano ecclesiale, perché ha determinato il definitivo tramonto di quel tempo della “cristianità” che, sia pure non senza ambiguità e contraddizioni, aveva permesso un riconoscimento e una penetrazione dei valori cristiani nella società, e ha introdotto quella novità che un indagatore brillante e lucido ha denominato di recente “presenza infranta della religione cristiana”[6].

Di questo mutamento la televisione è stata, se non l’ispiratrice, l’interprete più accreditata e il veicolo più efficace a livello di massa, ne ha fatto il convincente way of  life per le sue sterminate platee, impoverendo ulteriormente vaste maggioranze prive di strumenti e di cultura.

L’enfasi sull’emozione immediata, l’illusione di un eterno presente privo di memoria e di prospettiva, il circolo vizioso divenuto virtuoso di mercificazione e consumo di ogni realtà, l’appiattimento e la ‘parificazione’ di opposti valori in una melassa indistinta, falsamente democratica e fautrice ingannevole di “realizzazione” e “libertà” a buon mercato.

Si tratta di poche essenziali esemplificazioni della volgarizzazione televisiva su cui si esercitavano, già dalla fine del secolo scorso, molti osservatori acuti e preoccupati. Per limitarci a due nomi, Pierre Bourdieu metteva in guardia dalla amnesia strutturale della informazione televisiva, tesa a proporre una visione destoricizzata e atomizzata della realtà[7]; Giovanni Sartori nel suo Homo videns denunciava la cancellazione dei concetti a favore delle immagini nell’universo televisivo, con grave depauperamento (“atrofizzazione”) della capacità umana di astrarre e di capire[8].  


Un primato poco invidiabile

Sartori aveva certo presente, nella sua analisi impietosa, lo stato increscioso della televisione italiana, in cui anche il servizio pubblico ha riprodotto e rincorso la logica puramente commerciale della dominante televisione privata, affermatasi con forza incontrastata dagli anni settanta del Novecento.

Ne è risultata quella che, nell’opinione degli esperti, è oggi una delle televisioni peggiori al mondo, fenomeno singolare in una nazione che vede la programmazione televisiva – sia pubblica che privata – saldamente in mano a politici che, contestando e rifiutando a parole quella fine della “cristianità” a cui sopra si accennava, si dichiarano con grande enfasi saldamente ancorati e difensori dei “valori cristiani”.

L’analisi della programmazione televisiva di altri paesi permette di verificare agevolmente come, nella maggior parte delle nazioni europee, almeno la tv pubblica mantenga un tono e un linguaggio più misurato, spazi informativi ed educativi più ampi e curati, un’attenzione per la cultura e per l’arte nelle sue diverse espressioni nel nostro paese da tempo dimenticati.

Tuttavia, mentre da diversi anni – come provano i testi sopra citati – si moltiplicano le voci del tutto ‘laiche’ che denunciano i pericoli connessi con lo strumento televisivo e in particolare la scandalosa deriva italiana, il mondo cattolico, soprattutto nelle sue voci ufficiali, si distingue per una sostanziale sordina su questo fronte.

Non sono mancati moniti e avvertimenti particolari, accenni in documenti ufficiali, relazioni di organismi appositi, ma l’impressione ricorrente è quella di una eccessiva prudenza in proposito, di un richiamo quasi sussurrato e che comunque non è pervenuto né alla conoscenza del grande pubblico, né alle orecchie si suppone più attente degli educatori, dei parroci e dei fedeli.

In anni in cui si sono susseguite in ambito ecclesiale manifestazioni plateali, addirittura oceaniche, contro ciò che si giudicava attentare all’etica pubblica e privata – si pensi solo al Family day -, non si è mai ritenuto di dover sollevare, con impeto e convinzione paragonabili, una discussione sull’elettrodomestico che in Italia, da un quarantennio almeno, maggiormente mina la riflessione, la comunicazione, la relazione, e dunque la costruzione dei rapporti e la saldezza dei contesti sociali, in primo luogo la famiglia.

Anche il documento predisposto in occasione della Settimana Sociale 2010 si limita a un molto blando e generico richiamo - all’interno di una pur opportuna riflessione sulla crisi di autorità e sulla famiglia - “ai modelli che la ‘videopedagogia’ ha imposto come dominanti”, tendenti “a suggerire una falsa coincidenza fra produzione e consumo di senso, a dissipare i processi e i capitali della formazione in una nebulosa di sentimenti, affetti sfibrati e ‘allargati’, a minare la percezione interiore del tempo abituando a riconoscere solo quel che accade ‘qui e ora’, privando a priori di interesse e di senso quel che ‘dura’ ” (n.23).

Come educatrice, insegnante e genitore, e come osservatrice dei mutamenti antropologici in atto e delle emergenze educative impellenti, constato una sottovalutazione costante, una sorta di miopia di lungo periodo che non appare più oltre tollerabile, e rispetto alla quale una discussione auspicabilmente avviata alla prossima Settimana Sociale potrebbe rappresentare una quanto mai opportuna inversione di tendenza.


Un paese in stato di ipnosi?

Non si può negare che, anche negli ultimi mesi, le voci più incisive che si sono levate a denunciare il degrado culturale della televisione italiana siano state voci ‘altre’ rispetto all’area cattolica. Ci riferiamo a Lorella Zanardo e a Erik Gandini: la prima, con il suo prezioso Il corpo delle donne, documentario (poi libro) diffuso attraverso la rete e successivamente grazie a una capillare partecipazione a dibattiti, incontri culturali, assemblee scolastiche, presenze televisive (assai sporadiche); il secondo con il suo film-denuncia Videocracy, presentato con successo in occasione di vari festival internazionali di cinema ma il cui trailer è stato rifiutato – in coerenza con una ormai consueta censura di ogni voce critica - dai due massimi poli televisivi italiani, Rai e Mediaset[9].

Zanardo, utilizzando uno sguardo tipicamente ‘contemporaneo’ e ‘di genere’ - il corpo come strumento di comprensione del mondo –, assembla un collage di immagini del corpo femminile trasmesse dalla televisione italiana, nel corso di programmi di intrattenimento, in ore di massimo ascolto familiare. Ne emerge un quadro di stupefacente banalità e volgarità, la soppressione di ogni competenza professionale, la nullità della scrittura e dei dialoghi, la presenza ossessiva di uno stereotipo di donna univoco, mero oggetto di soddisfazione sessuale, frutto artificiale di una perfezione estetica chirurgicamente ottenuta; i volti veri, maturi, portatori di rughe e di sapienza, sono cancellati insieme all’articolazione del pensiero e alla elaborazione delle idee.

Videocracy offre la severa ricostruzione, efficacemente orchestrata e diretta, dell’immenso circo mediatico che è la televisione commerciale italiana, un eterno paese dei balocchi in cui la persona e i suoi valori perdono ogni significato, l’ “apparire” diventa l’unico comandamento, il successo, il denaro, il potere risultano l’inestricabile triade a cui è ‘doveroso’ aspirare in un paese disposto a tributare culto idolatrico a chi li abbia – comunque – conseguiti.

Perché si sono dovute attendere queste voci per l’esplicitazione di preoccupazioni, indignazioni, istanze che ogni persona pensante avverte da molti anni a questa parte? Perché ciò che è stato detto e ripetuto privatamente in conversazioni quotidiane da insegnanti, educatori, genitori, in particolare da donne e  uomini che agiscono nell’universo cattolico, ha dovuto aspettare lo sguardo penetrante e rivelativo di una manager di successo e di un giovane regista?

Colpisce che entrambi gli autori abbiano vissuto a lungo – e ancora attualmente vivano, nel caso di Gandini - fuori d’Italia: come se soltanto la permanenza lontano dal nostro paese potesse liberare dalla assuefazione alla cattiva televisione italiana; dalla convinzione che “non c’è nulla da fare perché sono gli italiani che vogliono così”; o da quella che Zanardo considera una delle più dannose risposte alla tv spazzatura: la logica élitaria dello spegnere il video, opzione privilegiata di chi ha i mezzi culturali per offrirsi e offrire ai propri figli delle alternative.

Di fatto ultimamente solo la denuncia di questi due per molti versi outsider ha avuto la forza di diventare notizia, interrompendo per un attimo l’ipnosi di un paese “drogato da una proposta mediatica [che impedisce] di prendere coscienza, di innalzare il livello di consapevolezza su cosa conta veramente nella vita”[10]. E ricordando che, in un’Italia in cui potere politico e potere mediatico sono intersecati nel più abnorme connubio che le democrazie mondiali conoscano, l’ottanta per cento della popolazione usa la televisione come unico mezzo d’informazione.

Perché, torniamo a chiederci, su questi fronti, così essenziali nell’introiezione di modelli e stili di vita, così cruciali nella costruzione delle antropologie e nella creazione della stessa realtà culturale, sociale e politica, il mondo cattolico – segnatamente nei suoi vertici gerarchici - si è distinto per un impegno tanto scarso, o comunque tanto poco pubblicamente eloquente?

Perché, proprio in un periodo segnato massimamente dalla allarmata consapevolezza e dai molteplici interventi relativi alla insorgente “questione antropologica”, si è scelto di non accogliere e valorizzare quanto moltissimi analisti andavano lucidamente e ripetutamente denunciando?

Sottovalutazione del pericolo?

Paura dell’accusa di “bacchettonismo” di fronte a un mezzo comunque ineludibile e vincente?

O forse perdurante fiducia, nella consegna del proprio messaggio morale, in una logica direttiva, universale, che si affida a verticistiche dichiarazioni di principio, considerate valide in ogni luogo e paghe di se stesse?

O, ancora, scommessa/investimento esclusivo su leggi “cattoliche” che, sole, possano determinare/obbligare comportamenti irreprensibili in ordine alle questioni fondamentali della vita e della morte?

Di fatto negli ultimi anni in Italia si è assistito, da parte di ampie fasce di mondo cattolico, al paradossale affidamento della salvaguardia della vita, della famiglia, dell’etica privata e pubblica al nemico più acerrimo: si chiedevano (chiedono) e si concordavano (concordano) leggi in difesa dei propri valori con quello stesso potere che deteneva (detiene) l’intero monopolio della televisione pubblica e privata. Contribuendo come nessun altro strumento (dis)educativo alla dissoluzione capillare e di massa di quei medesimi valori.

Non vorremmo davvero ipotizzare, come qualcuno sostiene, che si siano barattate leggi con compiacente acquiescenza: ma non possiamo non augurarci che il troppo lungo e ingiustificato silenzio cessi. E che la prossima Settimana Sociale rappresenti l’inaugurazione di un nuovo corso.

Opportunamente, in giorni recenti, voci più numerose, anche di ‘casa’ nostra, hanno iniziato a gridare, come nella famosa fiaba di Andersen, che “il re è nudo”.




Mariangela Maraviglia

                                                                                                  

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[1] M. Lodoli, I miei ragazzi insidiati dal demone della facilità, “La Repubblica”, 6 novembre 2002.   

[2] A. Grasso, La rete intelligente e la diversità culturale, “Corriere della sera”, 28 aprile 2004.

[3] K. R. Popper, Cattiva maestra televisione, Marsilio, Venezia 2002. 

[4] P. P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1990.

[5] Cf. Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2008. 

[6] A. Matteo, Presenza infranta. Il disagio postmoderno del cristianesimo, Cittadella, Assisi 2008.

[7] P. Bourdieu, Sulla televisione, Feltrinelli, Milano 1997.

[8] G. Sartori, Homo videns, Laterza, Roma-Bari 1997.

[9] Cf. L. Zanardo, Il corpo delle donne, Feltrinelli, Milano 2010; E. Gandini, Videocracy, Svezia 2009.

[10] L. Zanardo, Il corpo delle donne, cit., p. 168.