Pozzo di Giacobbe



24 - 29 novembre 2002

Fraterna Domus di Sacrofano

Corso di esercizi spirituali per giovani presbiteri

tenuto da S. E. mons MANSUETO BIANCHI

“LA SEQUELA DI GESU' NEL VANGELO DI MARCO” 






PRIMA MEDITAZIONE 

Marco 1, 16-20

16 Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 17 Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». 18 E subito, lasciate le reti, lo seguirono. 19 Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. 20 Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.


Un breve brano: il primo capitolo di Marco, con il racconto di due episodi di chiamata: il primo episodio riguarda i fratelli Simone e Andrea; il secondo episodio che riguarda i fratelli Giacomo e Giovanni. C’è una unità di luogo: la riva del lago; di ambiente: quello dei pescatori; alla sera, a conclusione della giornata; di tempo: andando un poco oltre. Non solo, ma ciascuno dei due racconti scandisce al suo interno tre momenti:

·      il primo momento è quello della indicazione di situazione (v. 16 e v. 19)

·      il secondo momento è quello della vocazione con chiamata verbale (v. 17e v. 20)

·      il terzo momento è quello della risposta, della sequela della persona di Gesù con il distacco dalla vita precedente (v. 17 e  v. 20)

Dunque due racconti di vocazione che potremmo dire schematizzati su questi tre momenti: la situazione, la chiamata, la risposta.

E’ come se uno stesso schema narrativo si riproponesse con immediata successione per due volte, quasi sacrificando originalità narrative, che pure avranno individuato l’una vicenda rispetto all’altra. Il racconto viene schematizzato fino al punto che le due narrazioni di vocazione possono essere quasi perfettamente sovrapponibili. E’ come se una stessa vicenda si riproponesse. Naturalmente i biblisti corrono subito a gridare al genere letterario; siamo di fronte al genere letterario di vocazione. Questi tre momenti sono momenti caratteristici di un racconto di un genere letterario: il genere letterario di vocazione e quando noi diciamo “genere letterario” immediatamente, forse scontatamente, riduciamo la vicenda a un fatto letterario. Diciamo: è un genere letterario, è un abito e trattiamo il tutto come se fosse abito, dimenticando che quell’abito veste un corpo e perdendo di prospettiva e di visione il corpo, interessati all’abito. Siamo di fronte al genere letterario di vocazione, ma che cosa è un genere letterario? Un genere letterario non è dare una forma letteraria magari ripetitiva, standardizzata, ma non è dare una forma letteraria al nulla. E’ invece tipicizzare un evento, è in un certo senso rendere aperto un evento, renderlo paradigmatico, per cui siamo di fronte ad uno schema di chiamata che già in questo inizio di vangelo di Marco si ripropone identicamente, in modo tale da poterlo sovrapporre per due volte per dirci che questo avvenimento è un avvenimento aperto, che tende a riproporsi lungo l’asse evolutivo della storia di Gesù, così come lungo l’asse evolutivo del cammino della Chiesa ed è la chiamata ad essere discepoli. Un racconto, uno schema narrativo aperto, quasi per dire al lettore, quasi per dire a te: “Guarda! Questo evento può accadere nella tua vita”. In questo avvenimento tu puoi entrare. Questo tipo di incontro e di rapporto è proponibile anche per la tua esistenza. Tu, se vuoi, puoi decifrare la tua vita; puoi in un certo senso leggere la tua vita a partire dalla brevità, ma anche dalla decisività di questo alfabeto, che è la narrazione dell’incontro e la chiamata al discepolato. E bisogna anche per un momento contestualizzare il brano che abbiamo letto. Il versetto immediatamente precedente: il versetto 14-15, nel vangelo di Marco, ci riproponeva come un sommario l’annuncio del Regno, portato da Gesù. “Gesù si recò nella Galilea, annunciando il Vangelo di Dio e diceva: “Il tempo è compiuto, il regno di Dio è diventato vicino! Convertitevi e credete al vangelo!”. Ma che succede alla vita della gente quando entra nel tempo compiuto? Che cos’è il Regno di Dio? Che cosa vuol dire “convertirsi e credere al vangelo”?  “E andando lungo il mare di Galilea incontrò due fratelli e andando un poco oltre vide Giacomo e Giovanni mentre rassettavano la barca”. Ecco, narrativamente che cosa è il Regno di Dio? Ecco, narrativamente che cosa accade alle persone? Che cosa accade alla vita, quando la vita entra nel regno? Ecco, narrativamente che cosa vuol dire convertirsi e credere al vangelo. Narrativamente, descrivendo la vicenda di questi quattro fratelli che hanno incontrato il regno e che al regno hanno dato risposta. Allora è facile accorgerci come l’evangelista Marco crea subito una connessione, descrive l’avviarsi del ministero pubblico di Gesù e all’avviarsi del ministero pubblico di Gesù immediatamente àncora l’avviarsi del cammino del discepolo. Siamo ai passi iniziali della vicenda di Gesù in Galilea introdotta da quel sommario sull’annuncio del regno e immediatamente dietro al passo di Gesù sorge e si pone il cammino e il passo del discepolo. Al cammino missionario del Signore, risponde la vicenda missionaria dei discepoli e in controluce la vicenda missionaria della chiesa.

Cerchiamo di entrare più addentro  in questo breve testo. La narrazione si apre con l’indicazione della situazione nella quale le persone si trovano al momento in cui il regno accade nella loro vita. E qual è la situazione in cui le persone si trovano? Potremmo dire come è caratteristica delle vocazioni bibliche: l’uomo è raggiunto nella sua concretezza vitale e in quella concretezza che si chiama quotidianità, ferialità. E’ vita qualunque! E’ la loro vita di tutti i giorni: il mare, le reti, la barca, i garzoni, la famiglia… è proprio la tessitura della tela quotidiana; è dentro questa ordinarietà accade il regno di Dio, accade l’incontro con la persona di Gesù.

Sono galilei! Tutto inizia in Galilea, nella geografia della lontananza: questo è tipico di Dio! Che Dio ponga l’inizio del suo alfabeto in quello che secondo gli schematismi umani è la zeta, che Dio cominci dalla distanza, da ciò che è più remoto… sono galilei! E’ la Galilea delle genti! Appartengono ad una categoria disprezzata e marginale rispetto al giudizio dell’ortodossia gerosolomitana. Sono il popolo della terra, una gente disprezzata, veramente marginale rispetto alla legge. E l’incontro comincia da laggiù, dalla geografia della lontananza e comincia dalla concretezza vitale delle persone, per dire che l’incontro con Dio non ha bisogno di climi elitari, di un “altrove” rispetto a dove sei e a come sei. E’ evento totale e immotivato di grazia e ti raggiunge là dove tu ti poni e là come tu sei. Non c’è bisogno che tu entri in atmosfere rarefatte. Non c’è bisogno che tu vada a cercare uno spazio sacro di Dio, quasi che tu debba raggiungerlo nella sua distanza e non sia lui a coprire la distanza della lontananza per raggiungere te là dove tu sei. Dinanzi a questo evento che è la fontalità e la scaturigine di tutto, rimane soltanto la meraviglia di chi ha ricevuto grazia, lo stupore di chi si scopre  immeritatamente amato. Non c’è un’altra parola da dire oltre a questa! E’ veramente la sua presenza che trasforma la qualità della vita. Questa giornata tra le barche, le reti e il lago, lungo la riva; questa giornata che ormai stava spegnendosi nel tramonto (rassettavano le reti!) e che era una giornata uguale a mille altre, senza avere né storia, né cronaca, perché non aveva niente né di storico, né di cronachistico… questa giornata diventa un tempo unico, diventa il tempo irripetibile (kairòs). Ma perché? Forse perché questa gente ha fatto qualcosa di particolare, ha posto gesti inusuali? Niente! Andando lungo il mare… E’ la sua presenza che cambia la qualità del tempo; è la sua presenza che cambia la qualità della vita; è la sua presenza che fa accadere l’irripetibile dentro un tempo apparentemente amorfo e piatto.

Un’altra annotazione: Egli vide (eiden), dice Marco al versetto 16 e poco più avanti al versetto 19, andando un poco più oltre “vide” (èiden). Per due volte ricorre identicamente il verbo éiden (vide). Vorrei dare un avvertimento generale: stiamo attenti a non essere lettori frettolosi e disinvolti del testo di Marco, perché nel testo di Marco le parole sono pietre. Marco ha uno stile narrativo che assomiglia a quello di certi pittori impressionisti, dove ogni colpo di pennello è un colore unico, che si accosta ad altri colori; ogni colpo di pennello è come se fosse un episodio in se stesso. Non ama  molto le sfumature, i colori di passaggio, i toni di raccordo; allora le pennellate vanno colte nella loro immediatezza e anche nella loro incisività e nel loro spessore pittorico… “vide”: non è un verbo qualsiasi, perché quel “vide” è lo sguardo individuante, eleggente, finalizzante di Dio su queste persone. Se potessimo in un certo senso ridurre a sintesi ciò che sta accadendo potremmo semplicemente dire questo: éiden, li vide. Ma non li vide nel senso di un elemento di scorrevolezza insieme al paesaggio; li vide, nel senso che li individuò, li notò, dette loro un volto, li amò, li chiamò in quello sguardo. La stessa cosa dirà Maria: “Ha guardato l’umiltà della sua serva!” Ed ancora potremmo ricordare l’incontro con il giovane ricco (Mc 10). Ancora una volta ricorre il tema dello sguardo: “Gesù, guardandolo, lo amò”. Non è uno sguardo generico; è lo sguardo irripetibile con cui Dio guarda te! Non c’è un altro sguardo uguale a questo per un altro diverso da te! E in quello sguardo tu sei amato, tu hai volto, tu sei chiamato!

L’adorazione davanti al SS. Sacramento: metterci dinanzi a lui senza dire parola, e cercare una preghiera che è oltre le parole. Non perché non c’è nulla da dire, ma perché è troppo poco il dire e quindi oltre le parole. Proviamo a metterci dentro lo spazio di quello sguardo, sentiamoci guardati con uno sguardo che ti fascia di amore, di identità, di attesa, di speranza, di sogno di Dio su di te… Cerchiamo di percepirci, di ritrovarci all’interno di quello sguardo come se fosse l’acqua nella quale il pesce vive o l’aria in cui tu respiri. Li guardò…

Il tema del “chiamare” (vv. 17a e 20a). Gesù disse loro oppure li chiamò… E’ il tema della parola che accentua da un lato la decisività, la centralità della persona di Gesù attraverso la caratterizzazione autoritativa della sua parola. Gesù non si mette a dialogare, a chiacchierare, a dire: allora, come è andata la pesca, che tempo ha fatto e via… Li chiamò! Dentro questa espressione c’è veramente l’autorevolezza della parola di Dio; c’è in un certo senso la teologia biblica della parola. E’ l’onnipotente parola di Dio che trae dal nulla ciò che chiama, è la parola di Dio che costituisce in essere con il suo porsi ciò che non è. Li chiamò e in quel chiamarli li costituisce ciò che dovranno essere. E’ un chiamare che conferisce una identità nuova, che costituisce nello stato di chiamati per il Regno e c’è una forte esplosione di novità dentro la semplicità e il modo estremamente scarno, sobrio con cui Marco narra questa vicenda. C’è un’esplosione di novità perché se noi componiamo questa vicenda che si sta svolgendo sulla riva del mare di Galilea con  la vicenda normale del tempo, dell’ambiente di Gesù, noi ci accorgiamo che sono rovesciati i termini del rapporto. Certamente il giudaismo da secoli al tempo di Gesù conosceva l’istituzione del discepolato e la figura del rabbi, del maestro, ma sono rovesciati i termini. Nell’esperienza giudaica era il discepolo che sceglieva il maestro e sceglieva il maestro, cioè si rendeva discepolo provvisoriamente, transitoriamente per diventare lui stesso rabbi. La situazione dell’essere discepolo è una situazione provvisoria, momentanea, essendo quella terminale il diventare a propria volta rabbi. Qui la situazione è rovesciata: è lui che chiama i discepoli! E chi entra nella situazione di discepolato non entra in una situazione transitoria, non entra in un’identità provvisoria che ti sbarcherà altrove; si diventa discepoli per rimanere discepoli, perché l’essere discepolo è identità compiuta, completa e permanente. E’ identità terminale nella vicenda dei chiamati.

E la risposta: “Lo seguirono!”. Ritorna per due volte con una variazione verbale la stessa affermazione. “Lo seguirono”: è un verbo per certi aspetti tecnico. Voglio dire è un verbo importante, dove il lettore dovrebbe fare un balzo quando lo incontra, perché è un verbo che lancia un messaggio, che tira un colpo nella vita. Lo seguirono, gli andarono dietro. Questo verbo lo dobbiamo cogliere sul grande orizzonte della storia della salvezza. Dietro questo verbo ci sta l’esperienza di Israele nel deserto. Che cosa è stata la vicenda di Israele nel deserto? E’ stata un seguire Jaweh, è stata un andare dietro a Jaweh, che guida il suo popolo durante il giorno con la colonna di nubi, durante la notte con la colonna di fuoco, ma è Jaweh che guida ed è Israele che segue. La sequela, l’andare dietro, il seguire è l’esperienza da cui è nata la storia di Israele; è’ l’esperienza primordiale da cui Israele come popolo sorge. Qui ritorna lo stesso verbo e la stessa esperienza. Alla fin fine non c’è risposta da parte dei discepoli; alla chiamata di Cristo risponde il silenzio, che diventa però un fatto obbedienziale. Non una parola che interloquisce, ma un gesto che eseguisce; in un certo senso la vita che si consegna risponde all parola. E qui riprende l’esperienza di Abramo. “Abramo, Abramo, esci dalla tua terra e dalla casa di tuo padre e vai dove io ti indicherò e Abramo se ne andò!”. Non c’è una risposta, non c’è un dialogo verbale. Alla chiamata di Dio risponde il silenzio dell’uomo che consegna la vita alla richiesta di Dio. Questi sono i due grandi precedenti del verbo seguire, quelli che fanno l’orizzonte tematicamente interpretativo di questo gesto delle due coppie di fratelli. E’ il seguire di Israele nel deserto ed è l’andare di Abramo come risposta alla chiamata di Dio. Questo seguire è al momento un andare dietro in senso fisico; diventerà poi sempre di più una valenza di tipo spirituale, diventerà sempre di più un modo di essere.

Gesù aggiunge una promessa: “Vi farò pescatori di uomini”. Qui vedo che diversi esegeti si sbizzarriscono per trovare i precedenti vetero-testamentari (es. Ger 16); quel diventare pescatori di uomini è legato semplicemente a quello che essi già erano, in quel momento e in quella loro vita concreta, da cui l’intervento del Signore, la presenza del regno parte. Qui vorrei notare alcune cose: il diventare pescatore di uomini è al futuro. C’è un presente che deve accadere ora, perché ora è accaduta la presenza, ora è accaduto l’incontro e la risposta è il seguire e c’è una prospettiva verso la quale questo seguire conduce, c’è un orizzonte di promessa, che è come la promessa della terra per Abramo… c’è un orizzonte di promessa: è il diventare pescatori. Allora, questo tuo seguire è orientato a diventare quello. E’ il frutto della sequela, è ciò che Gesù costruirà in te, è ciò che il Signore farà sorgere dalla tua vita nel momento in cui essa comincia a rendersi sequela di lui. Ma la connessione tra ciò che si è e ciò che si sarà, tra ciò che essi sono e ciò che saranno, è una strategia questa che ricorre diverse volte nella Bibbia e mi è sembrata sempre estremamente interessante, anche se ho sempre avuto la sensazione di non essere riuscito ad afferrarla fino in fondo; è come se il futuro di Dio fosse in qualche modo segnato nel presente di ciò che tu sei. Reti, lago, barca, pesci… sarete pescatori di uomini!  Ricordate anche come esempio la peccatrice. Questi erano gli strumenti del loro lavoro che diventano la decifrazione della loro missione  e della loro identità. Quali erano gli strumenti della peccatrice? I capelli, gli occhi, i baci e diventano gli strumenti del suo amore. Ricordate il settenario delle lettere dell’Apocalisse. Le chiese alle quali il messaggio è diretto vengono individuate attraverso caratteristiche storiche, che vengono però assunte e rilette su un piano simbolico e diventano un rimando a una dimensione spirituale. In un certo senso sei chiamato a diventare ciò che già su un piano diverso tu sei; è come se Dio avesse già scritto il tuo futuro dentro il tuo presente, avesse già letto la vita che egli sta creando nuova per te dentro quella che  è oggi la vita tua. C'è una frase di S. Giovanni della Croce che mi sembra colga almeno intuitivamente questo elemento che ricorre frequentemente nella Bibbia e che mi pare misterioso e luminoso insieme. Dice Giovanni della Croce: “Di qualunque genere sia la tua piaga, quindi anche di peccato, se ci passi sopra la pietra focaia, diventerà una ferita da poco”.

C’è il terzo momento narrativo ed è la risposta. Nella narrazione di Marco si sottolinea la qualità della risposta attraverso un avverbio temporale: “subito”. In Marco si trova “eutìs” frequentissimamente. Tutto in Marco succede subito. Il regno di Dio è compiuto! Non c’è più tempo per dire: vedremo! Non c’è più tempo per dire: ne riparleremo! Non c’è più tempo per dire: ci penserò domani! Il tempo, la vita tua è ormai sotto l’urgenza di questo avvenimento che è accaduto, che è impellente, che è costrittivo per certi aspetti e non ti permette più dilazione. Non ti permette più la strategia del galleggiamento, del tirare a campare. Ecco perché dicevo il subito, più che esprimere la cronologia nel senso di una risposta in senso cronachistico, descrittivo, dice che la loro fu una risposta di qualità, fu una risposta di radicalità, adeguata alla qualità del tempo e dell’incontro che era accaduto dentro la loro vita. Questo “subito” deve accadere anche per noi. Questo “subito” è una qualità della vita cristiana, non è un tempo! E’ una qualità della vita del discepolo! C’è un subito che deve accadere anche nella nostra vita ed è il subito del tutto, della radicalità, della totalità, di te che ti consegni (lo seguirono). Può accadere a venti anni, a quaranta, sessanta, cento… questo conta meno; uno ci mette il tempo di cui ha bisogno, ma quel subito deve accadere nella vita; perché se non accade quel subito non accade la vita cristiana, non accade la vita del discepolo.

E la risposta è fatta di due momenti: certamente il momento dominante è la scelta. Lo seguirono, ma realisticamente questo momento è fatto anche di una rottura, è fatto di uno strappo; c’è una distanza che si deve prendere, ci sono dei “no” che occorre pronunciare, c’è una vita che deve morire e per queste persone muore la vita sul lago. E’ la presa di distanza dalle contestualità della loro vita fino ad allora: il lago, le reti, la barca, i garzoni… è la presa di distanza anche dalla consuetudine affettiva in cui la loro vita si era fino ad ora sviluppata (lasciato il loro padre sulla barca). Sono i beni, sono l’umana contestualità, le trame dei rapporti affettivi, ma tutto questo cede di fronte al di più che hanno incontrato, di fronte alla persona che li ha incontrati e che li ha chiamati. E difatti la risposta è una risposta estremamente personale: “Lo seguirono”. La risposta è alla persona di Gesù; la consegna della vita è un’altra vita; la consegna della propria persona è a un’altra persona. E’ la centralità, la decisività di Gesù-Persona che decide della vita delle persone. La risposta è data a lui come persona. Questa è anche una grande sfida del nostro ministero, del nostro annuncio, della nostra catechesi: riuscire a far incontrare la gente con l'esperienza della persona di Gesù. Quanta gente si ferma all'esperienza del comando, dell’ideale, del valore… E’ di più! Non si segue un comando, un valore, un principio… si segue Lui! La persona di Gesù (lo seguirono).

Quello che abbiamo incontrato e che continueremo a incontrare nel vangelo di Marco è già sinteticamente detto e dato. Il Regno che entra sulla strada delle persone, attraverso la persona di Gesù e le persone, che all’incontro con la persona di Gesù rispondono attraverso il gesto della sequela rendendosi discepoli. All’inizio del cammino di Gesù fa da riscontro e da controcanto il cammino dei discepoli che dietro al suo si leva e, attraverso di loro, il cammino della chiesa, il nostro cammino. Il seguito del Vangelo di Marco ce ne darà ragione.

 

 

 

SECONDA MEDITAZIONE

 

Marco 1, 21-28

21 Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. 22 Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. 23 Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: 24 «Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio». 25 E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell'uomo». 26 E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. 27 Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!». 28 La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea.

In queste prime meditazioni ci fermiamo sul primo capitolo di Marco, precisamente perchè è un capitolo decisivo, anche per la percorrenza di tutto il resto dell’opera.

Il brano fa seguito immediatamente a quello che abbiamo letto e commentato ieri e precede immediatamente quello che commenteremo oggi: La guarigione della suocera di Pietro. Annotavo questo per rilevare una strategia di Gesù nella narrazione di Marco. Vale a dire: siamo agli inizi del ministero galilaico e Gesù continua a rendersi presente dentro la vita normale delle persone. La riva del lago, la sinagoga… ora… la casa di Pietro. E’ da rilevare l’entrare del Regno di Dio dentro il piccolo mondo dell’uomo. Questa misura di fedeltà, di kenosis, di abbassamento di Dio, che entra dentro queste piccole ferialità umane e dentro questa realtà colloca la sua presenza, pone l’annuncio del Regno, realizza i segni di quella novità che il Regno viene a porre ed è questa non soltanto una descrizione della strategia di Gesù, ma è anche un’indicazione per il cammino della chiesa e per il cammino del discepolo. Come Gesù entra dentro le pieghe della vita che ordinariamente trascorre, così anche l’annuncio del Regno, così anche la missione portata dal discepolo deve conoscere questa ferialità, deve visitare, raggiungere questa ordinarietà di vita delle persone. Quello che viene detto primariamente come connotazione  cristologica diventa poi il riverbero, una indicazione ecclesiologica ed una indicazione per la vicenda del discepolo: farsi carico di questa fedeltà di Dio alla vita; farsi carico di questa adesione di Dio ai frammenti umili dell’esistenza delle persone. La vicenda del Regno entra dentro la storia degli uomini non sotto il segno dell’epopea, ma sotto il segno di questa realtà minuscola, di questa scrittura, ordinaria, che scorre dentro le righe della vita della gente. Questa è un’indicazione di fedeltà che vale per la chiesa e per il discepolo. Ancora questo brano che abbiamo letto apre la cosiddetta “giornata di Cafarnao”. Marco è particolarmente affezionato a queste unità cronologiche. Una, probabilmente, l’abbiamo incontrata anche ieri. Le due chiamate vengono fatte: la prima, mentre i primi due fratelli (Pietro e Andrea) stavano gettando le reti, la seconda, quando gli altri due fratelli (Giacomo e Giovanni) stavano rassettando le reti. Può essere che anche in questo ci sia un’indicazione cronologica: l’inizio e la chiusura della vicenda della giornata di pesca, il gettare le reti come atto iniziale della giornata di pesca, il rassettare le reti, una volta tirate a riva, alla sera, le reti vengono ripulite e ricucite per gli strappi che possono aver avuto e quant’altro. Certamente con il brano di oggi entriamo nella famosa giornata di Cafarnao, che non è semplicemente un’unità cronologica, ma soprattutto nell’intenzione di Marco è la giornata messianica, che si realizza in mezzo ai giorni della gente. Vediamo allora il contenuto di questa giornata messianica, che diventa anche la giornata-tipo di Gesù Messia. C’è l’insegnamento nella sinagoga; c’è l’esorcismo, c’è la guarigione della suocera di Pietro, che sta al centro con le molte altre guarigioni, la sera, sulla porta del villaggio; c’è la preghiera notturno-mattutina e c’è poi l’aprirsi della  giornata. E’ strano! Questa giornata non finisce chiudendosi, ma aprendosi. E’ una giornata che finisce all’alba; finisce all’alba con il gesto della preghiera e con la partenza di Gesù per la missione, con il dilatarsi della missione ed è un’intuizione molto bella questa di una giornata che non finisce al tramonto, che non è chiusa dalla notte, ma una giornata che trapassa il tramonto e la notte e termina all’alba, aprendosi, dilatandosi sulla missione. Quasi a dire che il giorno messianico entra nella storia, si dilata sulla vita, il giorno messianico, quello che Gesù ha iniziato in quel sabato a Cafarnao è ora il giorno che percorre  tutti i giorni, è il giorno del discepolo, dell’annuncio missionario. La giornata messianica è certamente una giornata che rimane aperta sulla vita, che è la vicenda di Gesù e in controluce la vicenda del discepolo e della chiesa.

Questo breve brano è come intrecciato, intelaiato dalla quadruplice ricorrenza del termine “didachè” (didaskeìn: insegnare, insegnamento, dottrina); questo è come un reticolato che regge l’intero brano, lo apre con ben tre ricorrenze (v. 21. 22. 27). Non si tratta semplicemente di un insegnare e di un insegnamento qualsiasi, ma di un insegnamento, dato con exusìa, con autorità. Anzitutto cerchiamo di collocarci nel luogo in cui questo avviene. Siamo in giorno di sabato, siamo nella sinagoga! Si tratta di un luogo (la sinagoga) e di un tempo (il sabato), che sono sommamente evocativi per la fede di Israele. Sia la sinagoga, sia il sabato sono come due vettori che puntano direttamente sul centro della fede di Israele, sul cuore del giudaismo; è il luogo santo, anche se in questo caso “santo” va scritto con la “s” minuscola, perchè il luogo veramente santo è il Sion, è il luogo santo, è il tempo santo: siamo dunque nel cuore del giudaismo! Siamo nel giorno e nel luogo in cui la fede di Israele fa memoria del suo passato, attraverso l’ascolto della parola. E’ la voce profetica, è il prescritto legale, è la preghiera salmica: poiché di questi tre elementi constava la liturgia sinagogale. E da questa parola, che è la parola della torah, la parola di Dio si accosta il ministero della parola umana; è il luogo e il tempo in cui si esprime la ministerialità della parola umana alla parola divina, attraverso il magistero degli scribi e dei dottori della legge, che sono di fatti i termini di paragone perdenti nel confronto con Gesù. Guardate la costruzione apparentemente geografica, apparentemente cronachistica… in realtà di forte allusione teologica che Marco sta facendo. Marco sta collocando Gesù nel cuore del giudaismo; sta collocando questa persona e per essa sta collocando l’annuncio del Regno, la presenza del Regno nel cuore di Israele. Egli dice intanto positivamente che Gesù è al centro di questa storia e noi potremmo interpretare che Gesù è il senso di questa storia, perché ne è il compimento e l’adempimento. E’ lui che in certo senso  colma quel contenitore di attesa e talora di gemito, che è la storia di Israele. Ma Gesù, centro della storia, Gesù nel cuore di Israele, nel cuore del giudaismo, dice anche certamente, in forma anche più minuscola: Gesù al centro della vita, Gesù come adempimento, come compimento, come esaudimento della vita del discepolo. Che cosa fa Gesù di sabato nella sinagoga? Quello che nella sinagoga si faceva: insegna! Marco non dice che cosa insegna, ma dice invece “come” insegna. Non è il contenuto invece che occupa il primo piano nell’interesse di Marco, ma è il “come”, quel vettore che punta direttamente sulla persona. Attraverso il “come” di quell’insegnamento, Marco riesce a raccogliere ancora una volta l’attenzione del lettore e a volgerla potentemente sulla persona di Gesù. Voi non vi stupirete mai di trovare così diffusamente, così insistentemente nel vangelo di Marco questi vettori cristologici, queste spinte cristocentriche. Marco valorizza continuamente elementi, valorizza a volte secondarietà narrative, oltre che le grandi tematiche, per ricondurre fortemente al centro l’attenzione del lettore e il centro è la persona di Gesù. Dunque ancora una volta: non che cosa Gesù insegna, non è tanto il messaggio, il contenuto, la dottrina, ma come Gesù insegna, perché quel “come” dice l’originalità della persona, quel “come” è una sfaccettatura del grande tema del mistero della persona di Gesù. E questa dottrina è connotata da un aggettivo: si dice che è una dottrina “nuova”. La lingua greca ha due aggettivi per indicare la novità: nèos e kainòs; ma mentre nèos dice la novità cronologica, kainòs dice la novità qualitativa. Si tratta di una dottrina nuova, non nel senso di recente, ma nel senso che ha un diverso livello di qualità, rispetto a quello che normalmente si insegnava nella sinagoga. Vedete come sottilmente Marco sta mettendo in rapporto il giudaismo e il Regno e sta collocando il Regno, che è precisamente l’annuncio portato da Gesù, di quella novità che è la novità di qualità, cioè che è la novità escatologica, che il Regno ha e adempie rispetto alla vicenda di Israele. Ed ancora il verbo usato in Marco è un verbo importante: é il verbo didàsko, che non è usato in maniera qualunquistica, ma è usato unicamente quando ha per soggetto Gesù e i dodici. Dunque non si tratta di un qualsiasi insegnamento, ma si tratta tipicamente dell’insegnamento cristologico; si tratta di quell’insegnare che solo Gesù sa fare, che solo Gesù può fare e con lui i dodici. Che cos’è che impressiona gli uditori nella sinagoga? Il fatto che Gesù è diverso (erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi). Prima di tutto Gesù non insegna come gli scribi. Qual era il metodo di insegnamento degli scribi, che era eminentemente un metodo interpretativo della legge? Era sostanzialmente quello di insegnare, appoggiandosi sull’autorità dei grandi maestri (in verba magistri!). Gesù qui segna la sua differenza. Gesù non pone il suo insegnamento sotto l’autorevolezza di qualcun altro, sotto l’exusìa di qualcun altro, ma sotto la sua stessa exusìa. L’insegnamento di Gesù è un insegnamento dato con exusìa,  perché è dato da lui. Non porta l’autorevolezza di qualcun altro, non porta il titolo di credibilità mutuato da qualche altro maestro. Esso è autorevole, credibile, perché è lui che lo dà e che lo pone. In altri termini Gesù Cristo e Gesù Cristo con i discepoli, noi cristiani, noi preti, quando insegniamo noi non citiamo. Gesù Cristo non cita; l’insegnamento di Gesù Cristo sono i numeri primi, non riducibili, non ulteriormente scomponibili, non formabili con altri apporti; è l’irripetibilità,  l’originalità,  l’inarrivabilità di quella dottrina, di quell’insegnamento. Cristo è un numero primo, la dottrina del regno, l’annuncio cristiano non è riducibile a citazioni, non è riducibile a sincretismi, a collazioni, nel senso latino del termine: è veramente un numero primo, che ne compone mille altri, ma da nessuno rimane composto. Ed è questo numero primo che inquieta. Rimangono inquietati gli uditori nella sinagoga; scatena una cascata di domande. C’è proprio un susseguirsi di domande che vengono raccolte, registrate dal testo di Marco e poi la seconda caratterizzazione: insegna con exusìa. Non è tanto la forza che uno mette in atto, il tono forte, la sicurezza nel senso psicologico; l’exusìa è la fondazione, è la legittimazione di ciò che dice. Una dottrina data con exusìa, vuol dire una dottrina che ha in sé, nella persona che la dice la propria legittimazione; ha nella persona che la dice il proprio fondamento, il proprio titolo di credibilità. E’ tale l’insegnamento di Gesù, perché colui che lo dà è la persona stessa di Dio, il Figlio stesso di Dio. Non dimentichiamoci che qui, nel contesto prossimo e nei contesti prossimi, ci muoviamo nel mistero della figliolanza, perché tra poco il demonio griderà: “Io lo so chi sei tu! Il Santo di Dio” E noi sappiamo che tutto il Vangelo di Marco è descritto come un cammino, come una strada verso quella professione di fede che avviene sulla bocca del centurione ai piedi della croce: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!” Allora si capisce di che tipo è l’exusìa!. L’exusìa di quell’insegnamento, il fondamento, la legittimazione di quell’insegnamento è Dio stesso che non ha bisogno di mutuare da altri titoli di credibilità, perché lui stesso è il titolo di credibilità di ciò che dice. E qui toccheremmo uno dei punti decisivi del credere del discepolo. A questa dottrina si crede a motivo di colui che la dice; a questa parola si crede a motivo di colui che la pronuncia. Il titolo di credibilità della parola, quello a cui si affida e si consegna la vita del discepolo, fino a rimanerne giocata e fino a rimanerne giocata fino al sangue è unicamente la persona di Gesù che la pronuncia. Tu credi nella persona di Gesù e, perché detta da Gesù, accetti la sua parola e su quella parola giochi tutto di te fino a giocarci la pelle, perché è lui che dice quella parola. E’ molto di più di una credibilità esterna, di un titolo di credibilità addotto dall’esterno; è molto di più di un titolo di credibilità che sorge dal tuo interno, dall’interno stesso del lettore, perché c’è una convergenza sui dati dell’esperienza, dell’intelligenza, dell’affettività… è molto di più! Il titolo di credibilità di quella parola è la persona di Gesù e perciò credere a quella parola è consegnare la persona del lettore, è il diventare discepolo, cioè il consegnarsi della vita a colui che dice la parola.

Passiamo alla liberazione dell’ossesso. Solo notando due particolarità: la prima, al centro del racconto non c’è il demonio, ma c’è Gesù Cristo e tutto l’orizzonte interpretativo che avvolge l’episodio di liberazione nella sinagoga è la potenza della parola di Dio. Qui non entriamo in un capitolo di demonologia, ma sul tema della potenza, dell’autorevolezza, della credibilità della parola. Per cui lo stesso esorcismo, la stessa liberazione dell’ossesso viene interpretato come insegnamento. Subito dopo, compiuto l’esorcismo e la liberazione, che cosa dirà la gente? Dirà: “Che dottrina è mai questa?” Intende quel gesto come una dottrina, come un insegnamento. Dunque, il centro della scena è occupato dalla persona di Gesù e dalla dottrina che lui con exusìa pone nel cuore del giudaismo e pone nel cuore, nel centro della vita del discepolo. Dico questo per sfuggire a certe febbriciattole demoniache e affini che serpeggiano anche in mezzo al clero. Ciò che importante è notare come evangelicamente viene impostato il problema e capire che tutta questa vicenda è una variazione sul tema della exusìa della parola.

Ecco, siamo di fronte al primo miracolo compiuto da Gesù nel vangelo di Marco. Il primo miracolo compiuto da Gesù è un esorcismo, è la liberazione da un indemoniato. Questo per dire che Marco ha vivissimo un tema e una preoccupazione ed è questa: il regno di Dio è una vicenda polemica, è una vicenda e un evento drammatico. Lo dirà in mille modi e in mille risorse, ma intanto ce lo dice con questa verità. Il primo segno del regno che accade è la sconfitta di satana, è una lotta in cui satana esce sconfitto. Per dirci che il regno è una lotta, che la vicenda del regno nella storia è drammatica. Notate come nella sinagoga, quindi nel cuore del giudaismo, Marco mette direttamente a contatto due presenze, due identità: Cristo e Satana. Il regno sta immediatamente davanti all’antiregno; il regno sta immediatamente al cospetto del male. E questo proprio nel primo miracolo. Marco non lo fa parlando semplicemente di un malato, ma lo fa mettendo direttamente a contatto con Gesù un indemoniato, dunque una presenza esplicita, quasi un pronunciamento, una dichiarazione, un punto di forza immediatamente satanico dentro la storia, dentro la vicenda di una persona. Il regno e l’antiregno; l’uno al cospetto dell’altro. L’avversario dell’uomo, che è l’avversario di Dio e si incontra con la presenza di Dio stesso nella persona di Gesù. Ecco allora: si ingaggia una battaglia; voi vi accorgerete che Marco riesce con uno stile bello ad affermare due cose che sembrerebbero antitetiche: la terribilità dello scontro e l’assoluta sovranità della parola. Sembrerebbero elidersi a vicenda e Marco riesce a coaffermarle; la terribilità dello scontro e l’assoluta sovranità della parola. Si ingaggia una battaglia e nella visione di Marco questa battaglia, questo episodio è la miniaturizzazione della battaglia escatologica; è la battaglia escatologica in miniatura, dentro quell’evento, dentro quella vicenda. E’ lo scontro definitivo che si consuma in quella vita tra due presenze che sono quelle che determinano il dramma della storia: Dio e satana. E Marco presenta questi due soggetti anche con tratti letterari che dicono la loro radicale e reciproca estraneità. Gesù è presentato come il Santo di Dio, una terminologia più vaga, se volete, rispetto a quella di Figlio di Dio, ma una terminologia nel vangelo di Marco non meno allusiva: il Santo di Dio! E quella persona, l’indemoniato è presentato come una persona vessata dallo spirito immondo. Santo e immondo! La santità e l’immondezza che dicono la reciproca radicale insostenibilità dell’uno nei confronti dell’altro. Non può la santità sopportare l’impurità, non può l’impurità tollerare la santità. Dicono la radicale alterità tra il mondo di Dio e il mondo di satana.

Il fatto che l’episodio della liberazione dell’indemoniato avvenga nella sinagoga è un fatto interessante, perché la dice lunga su cosa Marco sta pensando della sinagoga. E’ allusivo al fatto che il male ha dominato in Israele e che il potere di satana sta dominando soprattutto le fasce alte della ufficialità giudaica. Per questo il demonio, la presenza di satana è ambientata nella sinagoga e Marco usa un’espressione che in italiano non è stata tradotta. Non dice nella sinagoga, ma nella “loro” sinagoga, quasi prendendo la distanza da questo ambito. Che cosa dice satana a Cristo? “Che c’è fra me e te?” Glielo dice forte e arrabbiato! “Io so chi tu sei! Il santo di Dio!”. Che c’è fra me e te? Sapete come si potrebbe tradurre in italiano? “Fatti gli affari tuoi!”. Questo è il senso della frase che l’indemoniato rivolge a Cristo. C’è sotto un’idea e un messaggio che poi riaffiorerà in altri momenti nel vangelo. Che cosa sta facendo satana? Satana sta tentando di mantenere in piedi lo spazio di una sua presenza, di una sua azione dentro l’uomo, dentro l’ambito umano. Satana sta tentando di salvare uno spazio di creazione profanata, uno spazio di storia atea; sta pensando di trattenerlo per sé. Mi fa impressione questo modo di agire di satana! Fatti gli affari tuoi! Perché vieni a darmi noia? La filosofia che ci sta sotto è questa: ma alla  fin fine c’è spazio per tutti e due! Guardate satana tenterà la stessa strategia pochi capitoli più avanti, nel capitolo 5, dove c’è l’episodio dei pòrci; il demonio chiede al Signore: comanda che noi andiamo in quel branco di pòrci! Quasi a trattenere per sé un piccolo spazio di presenza, dentro la vicenda, dentro la realtà. Làsciaci uno spazio in cui non ti daremo noia, che è già scontatamente satanico, l’impurità del maiale. Che t’importa! Mandaci nei pòrci! Ecco, perché mi fa impressione questo modo di agire di satana? Perché satana è di un’intelligenza brillantissima; non è un integrista, non è un estremista, non è un massimalista; satana è un fautore del principio della convivenza; è un assertore del principio della possibilità. Satana non è un talebano scalmanato! E’ un illuminista per certi aspetti. Non ti do noia, è possibile, c’è spazio! Satana quando è serio è una persona e una presenza che convince; perché è una presenza che entra senza disturbare e cerca di stare nella vita, senza immediatamente buttare fuori quello che ci trova, ma semplicemente ritagliandosi la minuziosità di una presenza, poi lentamente il discorso si fa pervasivo, lentamente questa presenza si amplia, si allarga, perché è totalizzante di tendenza sua, ma l’ingresso di satana nella vita delle persone, ivi compresa la vita dei preti e dei vescovi, è un ingresso intelligente e in punta di piedi ed è sotto il segno della ragionevolezza. E’ sotto il segno della possibilità e di un apprezzabile aggiustamento ed è quello che ripetutamente satana tenta con Cristo. Che t’importa! Che c’è fra me e te? Vai per la tua strada! Fatti gli affari tuoi! E’ accomodante! Ecco la risposta di Cristo, il semplice comando, che prima costringe satana a confessare la divinità di Cristo e poi scaccia satana e compie la liberazione dell’ossesso. Il demonio se ne va straziandolo e gridando forte, uscì da lui; è la stessa espressione che verrà usata per la morte di Cristo. Gridando forte spirò; vale a dire che muore questa vicenda satanica nella vita di quest’uomo. Satana sta morendo nella vita di quest’uomo, ma vedete come le tinte sono drammatiche, sono tinte di tragedia. Marco ci sta dicendo: il regno di Dio è drammatico e polemico, anche se di una guerra non sempre roboante e sanguinante, di una guerra furba, giocata più sul fioretto che sul fendente di spada, però il regno di Dio è drammatico. E finalmente questa frase che pone termine alla narrazione dell’esorcismo: “La sua fama si diffuse subito dovunque, nei dintorni della Galilea”. Si ritorna alla cornice galilaica, da cui si era partiti. Il diffondersi della fama di Gesù nella Galilea, di questa terra estrema, di questa terra di confine per l’ortodossia gerosolomitana diventa l’allusione alla missione, al cammino missionario della chiesa che porta l’annuncio di Cristo e la liberazione realizzata con la potente parola di Cristo nella Galilea del mondo.

 

 

TERZA MEDITAZIONE

 

Testo: Marco 1, 29-39

29 E, usciti dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni. 30 La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31 Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.
32 Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33 Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34 Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
35 Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. 36 Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce 37 e, trovatolo, gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38 Egli disse loro: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». 39 E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.


Abbiamo il passaggio al terzo ambito, in cui si realizza la presenza del regno ed è la casa. Marco stesso collega strettamente questo passaggio alla vicenda precedente della sinagoga, usando uno dei suoi frequenti “eutìs” (subito). Si passa cioè dalla sinagoga alla casa, dalla ufficialità giudaica a quello che è l’ambito della vita personale e familiare. E’ un ambito più privato, quello degli umani affetti, quello delle relazioni intensamente personali che legano dentro il vincolo familiare: la casa di Simone e di Andrea. Ancora una volta si tratta di porre in evidenza l’exusìa del regno, vale a dire dell’attività potente e taumaturgica, che si sprigiona dalla persona di Gesù e dalla proclamazione fatta con potenza del regno. Siamo nella casa, nel circuito intenso e prossimo degli affetti familiari e in questa casa la presenza del regno esprime la sua potenza. Il regno entra nella casa, Gesù entra nella casa e la casa è malata. Questa è la prima consegna che ci dà il testo: nell’incontro con Cristo, nella presenza di Cristo, del regno, la casa, che non è più un edificio fatto di sassi, ma è per così dire una valenza antropologica, la casa si rivela malata. Si tratta descrittivamente della malattia della suocera di Pietro, che “giaceva bruciante di febbre”. Che cos’è la malattia? L’abbiamo già incontrata in una particolarissima forma, nella vicenda dell’indemoniato; continueremo a incontrarla ancora altre volte questa malattia. La malattia nella comprensione biblica non è un fatto meramente fisico, ma è l’epifania nel livello esterno di una frattura, che è accaduta nella profondità della persona. E’ il sintomo di un disagio più profondo che c’è dentro la gente, di una disarmonia e di uno smarrimento che tocca la radice della persona. Per cui solo apparentemente la malattia tocca questo o quell’arto, è questa o quella patologia, nella fattispecie, la febbre, in realtà la malattia dice che l’uomo è malato. E che l’uomo è nell’attesa e nel gemito di essere sanato. Allora la guarigione è ben lungi dall’essere semplicemente un gesto di appariscenza, un gesto quasi di esibizione. La guarigione è piuttosto l’evidenza della salvezza, della sanazione della persona, della ricomposizione della frattura o dell’armonia infranta. La guarigione, il miracolo è il sintomo della nuova creazione, che è in atto in quel frammento di vita.

La casa è malata, giace. Si tratta della situazione in cui si trova la suocera di Pietro, ma proprio perché è questo il primo impatto di Gesù con la casa, in un certo senso la malattia della suocera di Pietro diventa espressiva della situazione in cui la casa si trova. Ecco, il regno visita, raggiunge la casa e prima di tutto rivela la sua malattia. E qui abbiamo il racconto della guarigione. E’ un racconto scheletrico in tre versetti. Marco pone la descrizione del malato, della malattia, i gesti di Gesù e il risultato dei gesti, proprio con una sinteticità e una schematicità, che è tipica in quell’opera così schematica e tipica, che è il vangelo di Marco. C’è un elemento che vorrei cogliere e che vorrei affidarvi, perché mi pare un elemento impressionante ed è questo: nell’incontro tra Gesù e il malato non c’è la mediazione della parola. Non si dicono niente. Niente chiede la suocera di Pietro a Gesù. Si dice semplicemente e genericamente che altri gli parlarono di lei; niente chiede la suocera di Pietro a Gesù e niente dice Gesù alla suocera di Pietro. Allora, in questo modo, Marco riesce a creare una narrazione in forte tensione, perché pone a diretto, immediato contatto la persona malata e la persona di Gesù. La malattia e il regno: sono due realtà che stanno faccia a faccia, l’una a contatto dell’altro, senza neppure quel tessuto connettivo che è il dialogo, è proprio l’impattarsi diretto di queste due realtà. La sofferenza dell’uomo sta immediatamente al cospetto di Cristo e sta di fronte alla persona di Gesù con tutta la sua urgenza, con tutta la sua carica provocatoria; è come se la malattia, la sofferenza esercitasse una forza d’urto sulla persona del Signore. Forse si può dire ancora di più: il fatto che la malattia stia in questa narrazione dinanzi alla persona di Gesù, senza diventare parola, senza diventare richiesta, senza diventare preghiera, dice che c’è già oggettivamente nel patire un’implicita preghiera che esercita pressione sul cuore di Dio. La situazione di sofferenza dell’uomo è una situazione capace intrinsecamente di chiamare Dio, di essere appello a lui, anche senza formalmente diventare preghiera. C’è come una preghiera implicita nel patire; c’è come una richiesta e una supplica implicita nel soffrire. Ecco perché parlavo di una specie di impatto, di forza d’urto della sofferenza sul cuore di Dio, perché la sofferenza in quanto tale, anche senza diventare preghiera urge il cuore di Dio. C’è il passo che scatena tutta la vicenda della salvezza di Israele: “Ho visto il mio popolo in Egitto; ho udito il suo lamento, sono venuto a liberarlo!”. Non c’è un solo passaggio che dica: ho ascoltato la preghiera del mio popolo; c’è semplicemente  il patire di un popolo in schiavitù e la risposta di Dio a quel patimento. Ed è proprio questa urgenza della sofferenza sul cuore di Dio, che determina tutta la vicenda dell’Esodo e tutta la vicenda della liberazione. E’ come se la sofferenza fosse oggettivamente una preghiera dinanzi al Signore, anche se non riesce a diventarlo formalmente, anche se non riesce a diventarlo nella parola, nella forma; lo è però nel suo contenuto stesso, nella sua oggettività. Il dolore ha voce davanti a Dio, è voce davanti a Dio (ho udito il suo lamento). E c’è la risposta di Gesù. Notate come il testo, al v. 30, dice che la suocera di Simone “katèkeito” (giaceva) e Gesù “ègheiren” (la alzò). Non può sfuggirci il gioco di questi due verbi: giacere, alzarsi, perché sono due verbi fortemente evocativi. Marco sta descrivendo questo briciolo di vicenda che si consuma in tre versetti con una terminologia resurrezionale. La donna giace; Cristo la fa sorgere. La risposta di Cristo di fronte a questa situazione, di fronte alla casa che giace, che è malata, che giace nella situazione di morte, di devitalizzazione dinanzi alla presenza del regno. Cristo la sollevò, prendendola per mano; viene usato il verbo eghèiro e il verbo eghèiro è in Marco lo stesso che verrà usato nel capitolo 14 e nel capitolo 16 per indicare la risurrezione di Cristo. E’ un termine caratteristicamente resurrezionale e quel prendere per mano è un’espressione che si trova in alcuni salmi di lamentazione, che recano la preghiera del giusto sofferente dinanzi al Signore e quando il salmo descrive la risposta di Dio, la esprime con la terminologia di Dio che ti prende per mano. Ecco la risposta, il gesto resurrezionale della risposta: la sanazione della persona, la sanazione della casa. Tutta la taumaturgia evangelica è un annuncio efficace e concreto di resurrezione. La casa che giace, la casa malata nell’incontro con il regno è raggiunta e inondata dalla risurrezione e come si esprime questa risurrezione? Anche qui abbiamo un’espressione estremamente interessante e anche feconda per la nostra vita. Il testo che racconta la guarigione termina mettendo in rilievo che la suocera di Pietro si alzò e si mise a servirli. Notate la successione dei verbi: giacere, sorgere, servire. La casa malata che giace, raggiunta dal regno, visitata dalla risurrezione, approda al gesto del servizio e il verbo usato è il verbo diakonèin. Anche questo è un verbo tipico, è precisamente il verbo tipico del discepolo, di colui che serve Gesù. Nelle tentazioni del deserto, così come Marco ce le presenta in maniera molto sintetica, addirittura generica, rispetto alle altre narrazioni sinottiche, nelle tentazioni del deserto si dice che gli angeli “si avvicinavano e lo servivano” e ancora lo stesso verbo ricorre nel v. 15 per indicare le donne che seguono Gesù per servirlo, quelle donne che poi sono ai piedi della croce e che costatano la resurrezione nella mattina di Pasqua. La suocera di Pietro serve, in questo modo la suocera di Pietro è costruita con la fisionomia del discepolo, con l’attitudine del discepolo, come colui che serve Gesù. Vorrei sfruttare ancora un po’ questa suggestione che ci dà il testo di Marco per dire qual è il sintomo che l’uomo è sanato, qual è il sintomo che nella persona o nella casa è accaduta la presenza sanante del regno? Quando in quella vita o in quella comunità di vite sorge il gesto del servire. E’ la diaconìa il sintomo della resurrezione! E’ la diaconìa il sintomo della sanazione; la vita raggiunta dalla potenza del regno, la vita guarita dalla potenza del regno diventa una vita che si alza, che sorge e che serve. Il servire è l’espressione dell’essere entrati dentro la vita resurrezionale, dell’appartenere al regno, dell’essere avvolti dalla potenza (exusìa) di Gesù. Quella ti trova giacente, quella ti fa sorgere, quella fa scaturire il gesto del servire. Sarebbe un testo interessante anche per la nostra vita e anche per quelle case che sono le nostre parrocchie. Da che cosa si vede il livello di qualità di una vita, anche di un prete, da che cosa si vede il livello di qualità di una parrocchia? Da che cosa si costata la presenza e la decisività del regno dentro la vita di una persona, dentro una comunità cristiana? Quando dentro quella vita e quella comunità sorgono e si moltiplicano formalmente e informalmente i gesti del servire, l’attitudine al servire i fratelli; perché il testo dice che la suocera di Pietro “si alzò e li serviva”: è proprio il servizio fraterno, il servizio che si esprime dentro la comunità e alla comunità.

Tutto questo poi avviene di sabato! Per il momento sembra che nessuno lo noti, ma poco più avanti si scatenerà il putiferio. Gesù guarisce di sabato e ancora di più: questa donna infrange la legge del sabato, perché si alza e si mette a servire. In questo modo si evidenzia quale sia la nuova legge del regno, che è precisamente la legge del servizio. Si evidenzia la superiorità del regno sul regime della legge, si dice sostanzialmente che il modo di santificare il riposo sabbatico è quello di esprimere il servizio messianico. I biblisti parlano dell’esistenza di alcuni àgrafa, di alcune parole dette da Gesù, ma non scritte nei vangeli; una ad esempio è quella che si trova negli Atti degli Apostoli, in cui si legge: - come dice Gesù – “è meglio dare che ricevere”. Se voi scorrete tutti e quattro i vangeli, voi non troverete mai che Gesù abbia pronunciato questa parola! Ma ci sono anche altri àgrafa che sono finiti nei vangeli apocrifi, in particolare in un vangelo interessantissimo, che è il più antico che noi possediamo tra i vangeli apocrifi (è un vangelo del secondo secolo, il vangelo di Tommaso). Qualcuno sostiene addirittura che il vangelo di Tommaso sia una rielaborazione di quella che avrebbe dovuto essere la famosa fonte  “Q”. Nel vangelo di Tommaso si legge questa frase a proposito del riposo sabbatico: mentre un giorno Gesù andava per la strada vide un uomo che lavorava in giorno di sabato e gli disse: uomo, se sai quello che fai, sei benedetto e figlio del regno, ma se non sai quello che fai, sei un maledetto dalla legge. E’ la stessa cosa che succede qui nella narrazione della suocera di Pietro, la quale infrange la legge del sabato, ma lo fa nel gesto del servizio messianico; infrange la legge, osservando una legge superiore, così come quell’uomo che lavora di sabato. E ancora procedendo avanti nel racconto, i versetti dal 32 al 34, ci mettono di fronte a uno dei frequentissimi sommari che noi troviamo nel vangelo di Marco. Si tratta di ciò che accade alla sera. E’ tramontato il sole, quindi è finita la legge del riposo sabbatico. C’è da notare la ricorrenza dell’espressione “tutta”, “tutti”, “molti”, “ogni genere”… c’è anche a livello letterario proprio un tentativo di dilatazione, di ampliamento delle categorie. Si dice che: giunto il tramonto del sabato “tutta” la città si riversò sulla porta e gli portavano “tutti” gli ammalati, gli afflitti da “ogni genere” di malattie ed egli guariva “le moltitudini”. La traduzione “ne guarì molti” non è molto felice in italiano: guarì le moltitudini, li guarì tutti. Volevo sostare su questi versetti, perché nella narrazione di Marco siamo davanti alla chiesa. Questa folla, che per i motivi più diversi, spinta dalle urgenze più diverse, provenendo dalle direzioni più diverse e portando le pene e le pesantezze più diverse, tutta disordinatamente si accalca su Cristo, fa centro su lui. C’è come un ammassarsi informe intorno a un centro, intorno ad una persona che è la persona di Gesù e ciascuno porta la propria opacità, il proprio peso, la prosa della propria vita ed è mosso da un’attesa, un’implorazione, per ricevere una risposta da lui ed a tutti e a ciascuno lui è risposta, è la chiesa con i vestiti della serva. Questa non è la chiesa con il vestito bianco della sposa; è la chiesa con il vestito grigio della serva; è una chiesa in prosa. La comunità che si accalca attorno a Gesù non è una comunità di èlite, è povera gente, mossa dalle spinte più diverse, forse anche dagli interessi non sempre nobilissimi. Non è una comunità organizzata, strutturata, ma è una comunità ancora informe. Tutti e ciascuno cercano l’esperienza dell’incontro, del contatto con lui, della risposta da lui e tutti e ciascuno la trovano! Questa chiesa in grigio è quella che più frequentemente ci fa compagnia. In contro luce, in questa folla che si accalca intorno a Cristo e si accalca disordinatamente, tumultuosamente, veramente c’è l’immagine della comunità, di questo stringersi della gente attorno a lui. E allora bisogna volergli bene a questa chiesa! La chiesa è una, ed è così come la trovi, non è così come la vorresti; è l’amore che ti è chiesto di darle ingloba dentro di sé e supera tutti i motivi di delusione, che tu legittimamente provi, ma è quella chiesa concreta lì che tu devi amare, è per quella chiesa concreta lì che ti devi spendere, senza rimpianti e senza voltarti indietro e senza guardare sopra le nubi sognandone una diversa, in maniera tale che ti difenda da quella presente; come Cristo, che non si sottrae all’impatto con questa gente. Quanti teologi di accademia accuserebbero oggi un Cristo che si comporta così di far magìa! Eppure è una presenza, un incontro, un concedersi, un darsi, un non sottrarsi…Vedere il Signore che al tramonto del sole si spende per questa chiesa, diventa un motivo di incoraggiamento anche per noi preti.

La conclusione di questo brano, i versetti 35-39, sottraggono la persona e l’annuncio di Gesù a una visione trionfalistica, questo successo che Gesù riceve da parte della gente; questo successo iniziale della predicazione di Gesù in Galilea, che è registrato anche negli altri vangeli sinottici, sottraggono la persona di Gesù da questa visione trionfalistica, da questo messianismo così immediato che rischia di diventare un messianismo intramondano e il regno ritrova la sua collocazione normale. "Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là, per questo infatti sono venuto! E andò per tutta la Galilea!”. Il regno ritrova la sua collocazione normale che è la strada; il regno ritorna sulla strada. La strada è il luogo normale del regno di Dio. Sarebbe molto interessante studiare la “via” nel vangelo di Marco; la via è il luogo di Cristo, è il luogo messianico in Marco e tutto quello che Gesù fa o dice in Marco, lo fa e lo dice sempre sulla strada o con riferimento alla strada. “E, uscito di là…”, “e, mentre si recava…”, “e mentre andava per via…”… è continuamente riferito alla strada, perché è la strada il luogo di Cristo, è il luogo cristologico per eccellenza, è il luogo messianico per eccellenza e ancora una volta Marco ripesca la sua vicenda dalla porta della città e la riconduce sulla strada. Il luogo del regno è la strada; dire questo vuol dire che il regno non è sotto il segno del trionfo, dell’evidenza, non è sotto il segno della gratificazione; se il luogo del regno è la strada vuol dire che il regno è sotto il segno della pazienza, della fatica, della sofferenza; è sotto il segno dell’amare e servire fino a morire. E’ la logica del servo di Jawhè. E questo  cammino del servo per tutta la Galilea diventa il cammino della chiesa e  il cammino del discepolo sulla strada della missione.

 

 

QUARTA MEDITAZIONE

 

Testo: Marco 3, 10-19.

10 Infatti ne aveva guariti molti, così che quanti avevano qualche male gli si gettavano addosso per toccarlo.
11 Gli spiriti immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». 12 Ma egli li sgridava severamente perché non lo manifestassero.
13 Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. 14 Ne costituì Dodici che stessero con lui 15 e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni.
16 Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; 17 poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono; 18 e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo 19 e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì.

Incontriamo oggi un altro testo capitale per il tema del discepolato nel vangelo di Marco ed è il testo della chiamata dei dodici. Un testo indubbiamente classico.

Come sempre, accostiamoci gradatamente al testo. Il primo passo da fare per cogliere un testo è quello di delinearne il contesto, almeno il contesto immediato. Noi assistiamo qui da parte dell’evangelista Marco coma ad uno sforzo per isolare il brano. Quel grappolo di versetti (vv.13-19) vengono scenograficamente distinti da tutto il resto del contesto. In apertura si dice che Gesù salì sulla montagna, in chiusura si dice che egli scese verso casa. Dunque l'intera pericope è scenograficamente isolata, ritagliata; riceve un certo sbalzo rispetto al contesto di Marco, riceve come una evidenziazione che ha una importanza e una funzionalità per colui che legge. Si vede che l’evangelista ci tiene a far emergere quest’azione nell’attenzione del suo lettore e questo perché ritiene che ciò che lui sta dicendo abbia un particolare rilievo e  una particolare importanza. Un secondo passo di approccio, sempre limitandoci al contesto, è lo sfondo ambientale su cui Marco colloca la chiamata dei dodici e questo sfondo ambientale è dato dai precedenti versetti, dal v.7 al v. 12. Cominciamoci ad abituare un po’ a questi sfondi marciani, perché ancora una volta, come abbiamo visto nel concludersi della giornata di Cafarnao, lo sfondo è la folla. Marco ama porre come orizzonte della persona o dell’agire, più raramente del parlare di Gesù questo soggetto indistinto e complessivo che è la folla. Ed una folla che è realisticamente folla, perché si tratta di una moltitudine che ancora una volta si accalca attorno a Gesù, portando con sé uno spettacolo dolorante di patimenti, di sofferenze fisiche e spirituali. Non è una folla da rotocalco, non è una folla di perfetti, è una folla folla, è gente gente, ma questo crea questo soggetto complessivo, questa moltitudine crea come uno sfondo corale, sul quale si colloca l’azione che Gesù sta per compiere, e non solo si colloca per così dire stilisticamente, perché serve quasi a dargli una coralità drammatica, una musica, un sottofondo drammatico, ma si colloca in maniera molto più importante, perché questa collocazione è già tematica, è già un messaggio. Marco ci sta dicendo che il gesto che Gesù compie è un gesto ecclesiale, dando all’aggettivo tutto il suo spessore e tutto il suo realismo. E’ una moltitudine eterogenea in sé, nei soggetti, nelle motivazioni, nei bisogni, nelle malattie… ha un solo elemento unificante, un solo denominatore comune: ha bisogno di lui!. Se tu dovessi dire che cosa lega e collega questa miriadi di soggetti anonimi che fanno folla nel loro volgersi verso Gesù è precisamente il volgersi verso Gesù, è guardare a lui come a termine del proprio desiderio, come esaudimento della propria attesa e della propria richiesta. Una folla convergente verso il centro, che è Gesù. E ancora qui vi rimanderei a quello che vi dicevo, commentando la folla che si riunisce sulla porta della città a Cafarnao, in quel sabato sera, vale a dire di quella chiesa in grigio, che Marco sta tratteggiando, a cui per certi aspetti Marco è affezionato, probabilmente perché era la sua chiesa, probabilmente perché era il modo con cui leggeva con amore questa chiesa con il vestito della serva.

Facciamo un terzo passo di avvicinamento al testo e vediamo il luogo su cui questo gesto, decisivo per l’identità del discepolo, si compie e il luogo è la montagna. Parlare di montagne per quelle collinette intorno al lago di Tiberiade forse è un po’ sproporzionato, ma sproporzione per sproporzione è anche chiamare il lago di Tiberiade, il mare… allora si può parlare anche di montagna, parlando di quelle colline che contornano il lago di Tiberiade, ma poco importa la determinazione geografica o perlomeno importa tanto in quanto ancora una volta la determinazione geografica diventa contenitrice di un messaggio da consegnare ai lettori. Questo gesto è ambientato sul monte e il fatto che Marco chiami monti quelle collinette intorno al lago spinge ancora di più nella direzione di una lettura simbolica. La montagna è certamente il luogo della solitudine, della separazione; è anche il luogo della prova, è soprattutto il luogo dell’incontro. La montagna è un elemento fortemente teofanico, è il luogo della rivelazione, dell’incontro con Dio e quindi è per eccellenza il luogo della preghiera, perché è il luogo dell’incontro, è il luogo dello svelamento, di questo consegnarsi reciproco tra Dio e l’uomo, di questo stare cuore a cuore, volto a volto, tra Dio e l’uomo. E il salire verso il monte comporta un movimento di allontanamento, di separazione, un avanzarsi verso la solitudine, che è come la preparazione ambientale a quell’intensità di esperienza che sta per accadere. Ed è l’esperienza della rivelazione divina. Ma il monte è ancora nella comprensione biblica, soprattutto nel libro dell’Esodo, il luogo in cui nasce Israele. Ricordate che Israele nasce come popolo ai piedi della montagna, là dove risuonano le dieci parole e laddove il popolo viene legato con un patto di sangue in alleanza con Dio: l’aspersione del sangue sull’altare e sul popolo. Allora vedete questo salire sul monte da parte di Gesù, questo entrare nel luogo in cui Dio si manifesta e in cui Dio rivela il suo piano per la storia e raccoglie la novità di un popolo, è il gesto che Marco pone nel momento in cui stanno per essere pronunciati i dodici nomi. Allora il monte è il luogo della nuova alleanza, è il luogo della nuova rivelazione di Dio, è il luogo in cui sta nascendo il nuovo Israele, il nuovo popolo rappresentato dai dodici nuovi patriarchi che sono gli apostoli. Ma certamente queste colline intorno al lago hanno anche  un’altra funzione, la funzione di permettere a Gesù di entrare in un rapporto meno anonimo con la folla, di riuscire a individuare volti, persone, presenze, di riuscire a parlare, a pronunciare nomi in maniera possibile. Le colline intorno al lago di Galilea servono per emergere, ma per emergere, non per sottrarsi, ma per entrare in un contatto più preciso e determinato tra Gesù e i suoi uditori. Ma al di là di questo ciò che volevo sottolineare è che: guardate i dodici non vengono chiamati nella solitudine; il luogo in cui i dodici nomi vengono enucleati è il luogo del ministero, è il luogo del popolo, della gente, della folla, è il luogo del servizio messianico di Gesù alla gente. Per cui Gesù non sceglie quei nomi nella solitudine, ma li sceglie nel pieno della sua attività e sullo sfondo immediato della folla, che è destinataria del suo servizio messianico. Che cosa vuol dire questo monte su cui i dodici nomi risuonano e che dice radicale riferimento a Dio, perché è luogo teofanico e dice radicale riferimento all’uomo e alla missione, perché è luogo di incontro più personalizzato, di volti distinti, di un parlare che diventa dialogo tra Gesù e la folla? Vuol dire che questa dodici persone, che vengono chiamate e che segnano l’inizio del nuovo popolo di Dio sono dei “radicalmente” riferiti a Dio e dei “consegnati” alla chiesa, dei “venduti” alla missione, senza difesa e senza sottrazione. E’ importante questo contesto, perché ci dà già degli elementi forti che ci appartengono, che sono nostri perché siamo noi, che dicono la nostra identità e dicono già questo nostro essere radicalmente suoi e questo nostro essere venduti alla chiesa, consegnati alla missione.

E ora cominciamo a entrare nel testo. Il testo si apre non dicendo che Gesù “chiamò”, ma Gesù “chiama” proskalèitai, è un presente storico. Questo verbo nel vangelo di Marco è riservato unicamente a descrivere l’opera di Gesù. E’ un verbo cristologico; non è un generico chiamare, ma è quel chiamare, come solo Cristo può e sa fare; è il chiamarti di Dio. Quindi quel chiamare non ha un senso generico, non è normale, è l’atto specifico e tipico con cui Cristo nella pienezza del suo mistero personale, cioè del suo essere Figlio e del suo essere Messia, nella pienezza della sua identità personale, entra in relazione con te, individua te, pronuncia il tuo nome e pronunciandoti ti pone in una relazione unica, irripetibile a sé. Chiama, come solo Dio chiama. In questo chiamare l’uomo è costretto a vivere un esodo, a uscire dall’anonimato della folla, perché quel nome lo ha identificato e lo ha fatto alzare in mezzo alla folla. Quel nome lo conduce a incontrare Cristo che gli sta davanti, a ricevere da lui una identità, a ricevere da lui una missione, quel nome “chiamato”, come solo Dio sa e può chiamare, ti conferisce un’identità e ti deputa ad una missione. Quel nome ti colloca dove Dio vuole collocarti dentro il progetto della storia di salvezza. Chiamò “quelli che lui volle”. L’affermazione serve a dire sostanzialmente una cosa: l’unico perché della scelta è la volontà di Dio, non ce n’è un altro, non c’è un perché. Non c’è un perché sia chiamato Simone, invece che un altro…l’unico perché della scelta è che lui volle. E quel volerlo non è come forse immediatamente intenderemmo noi occidentali una specie di volontà capricciosa, incontrollata… fece quel che gli pareva…lo volle perché lo volle… ma quel volerlo è la volontà di Dio in quanto ordinata ad un gesto di amore verso l’uomo, è il volere di Dio in quanto si finalizza alla salvezza delle persone, è quel volere che traduce l’amare e che traduce l’amare in una maniera elettiva, in una maniera identificante, in una maniera finalizzante. Chiamò quelli che “lui stesso” volle! Potremmo tradurlo così per sottrarci a quella specie di dispotismo con cui il verbo volere suona immancabilmente nei nostri cervelli: chiamò quelli che aveva in cuore, per dire che quella volontà è la germinazione dell’amore. Che cosa si sottolinea? Che da parte dei chiamati non c’è nessun titolo ad essere chiamati, non c’è nessuna qualità, nessuna attrattiva o titolo di preferenzialità. E’ lui che ti ha in cuore, che ti sceglie perché ti ama e amandoti, ti vuole e ti destina. L’unico perché è la gratuità dell’amore senza perché. Il non essere grandi, umanamente rilevanti, può anche essere vissuto come protezione e custodia di questa elementare ma fontale verità, che è di tutta la nostra vita. La radice della nostra vocazione, del nostro sacerdozio e dell’apostolato è tutta qui: chiamò quelli che aveva in cuore! Andando avanti negli anni ci si rende conto che la nostra unica preziosità davanti a Dio è solo questa! Non partiamo per altre tangenti, che poi tornano a piegarsi su noi stessi; l’unica preziosità che abbiamo dinanzi a Dio è questa frase: quelli che aveva in cuore. E questa è la radice della nostra vita, della nostra vocazione, del nostro ministero; questa è la bellezza e la preziosità di tutta la nostra vita, anche se a volte è una vita da micragna! Il sapere che tu significhi tutto per Dio, ma non perché tu sei tutto, ma perché lui ti ama totalmente, con quella infinitudine di amore che e gli è: è questa la tua preziosità, l’ultima, l’unica! Ma questo è anche il grande pericolo! Se da un lato questa è la nostra gloria, dall’altro questo è anche il nostro grande rischio. Il grande rischio è segnato nel dodicesimo nome: Giuda Iscariota, che poi lo tradì; è la prima volta che quel nome compare in tutto il vangelo di Marco, in tutta l’elencazione dei dodici e fin dalla prima volta è rimasto il marchio del tradimento, allora e per sempre. Sono undici dedizioni e un rinnegamento; undici fedeltà e un tradimento. E’ il rischio sempre presente, forse tante volte sfiorato, che attraversa e pervade tutta la vita dei chiamati e degli apostoli; è il mistero grande, tremendo, impresso fin nelle origini della vicenda della chiesa, del rifiuto della chiamata, dell’inaridimento e della ottusità del cuore. Un’altra cosa volevo dire su questi dodici: guardate come sono compositi, come la nuova chiesa nasce sotto il segno della universalità. Due sono di nome certamente greco (Andrea e Filippo); gli altri sono di nome ebraico; potremmo già parlare con i Padri di ecclesia ex circumcisione e di ecclesia ex gentibus. Vi è Simone il Cananeo, che probabilmente è un fraintendimento, deriva probabilmente da Canaa, che non vuol dire cananeo, ma indicava la setta degli zeloti, quindi Simone lo Zelota vuol dire che era un osservatore inferocito della legge ed insieme a Levi il pubblicani, che era allergico alla legge… eppure sono insieme nel gruppo dei dodici. Guardate come la chiesa nasce a 360 gradi, nasce da tutte le latitudini della geografia umana. Dio non ragiona per spicchi come noi, ma per universalità, per totalità e chiama da tutte le latitudini dell’esperienza umana, greci e giudei, zeloti e pubblicani… c’è posto nei dodici per tutti! Nel nuovo Israele c’è posto per tutta questa universalità di persone ed ecco la risposta: Andarono presso di lui! Qui stiamo attenti a non partire subito con i colpi d’ala della comunione spirituale, perché intanto il verbo che Marco usa vuol dire che andarono da una parte staccandosi da un’altra; c’è un punto da cui c’è lo stacco e vai nella prossimità di lui. E’ la risposta alla chiamata! Il testo greco non significa: andarono dietro a lui, non significa andarono a lui, ma invece: andarono vicino a lui. Il verbo indica lasciare una posizione, che fino allora si occupava, e andare verso un’altra, dove fino allora non eravamo! I dodici lasciano la loro posizione comune in mezzo alla gente per avvicinarsi a Gesù, per recarsi in un luogo che è prossimo rispetto alla persona di Gesù e cioè per entrare con lui in un rapporto di maggiore prossimità, di maggiore intimità e di maggiore personale conoscenza. E’ un rapporto che prima non avevano, che la folla continua a non avere. Insistevo su questo fatto: che Marco non colloca la risposta dei dodici a livello puramente spirituale o a livello puramente interiore, dicendo: gli obbedirono o quant’altro, ma pone invece una risposta globale, che implica certamente un’adesione interna a Gesù, ma questa adesione interna a Gesù è correlata al rendersi solidali con lui, all’immettersi dentro il suo ambito di vita, a condividere la sua situazione di vita; allora c’è un distacco, c’è una rottura nei confronti della situazione normale, nei confronti di ciò che si era prima; c’è una rottura e un distacco che non è riducibile, che non è evitabile, a cui non si può mettere il silenziatore nella vita di un prete. Siamo al servizio di tutti, ma in un certo senso non siamo come tutti; siamo dei separati per opporci alla logica massificante, omologante e per tanti aspetti devastante del mondo (in senso giovanneo). Incontriamo poi una frase per ben due volte con una breve variazione: kai epòiesen dòdeka e poi più avanti ripeterà: kai epòiesen tùs dodeka, che tradotto alla lettera vuol dire questo: “E fece i dodici!”. E’ già chiarissimo che nella chiesa di Marco i dodici sono un corpo, un’istituzione, un’entità ben precisa. Non rende la traduzione italiana che dice: e ne costituì dodici! La traduzione vera: e fece i dodici! L’espressione fece (poièo) è un’espressione che ha una grande rilevanza, perché riecheggia il fare di Dio nella creazione secondo la traduzione greca dei LXX: “E Dio fece il firmamento, e Dio fece i grandi luminari, e Dio fece…” è il verbo poièo che viene usato nella traduzione dei LXX e noi sappiamo con tutta probabilità che la Bibbia dei LXX fu quella che ebbero fra mano gli autori del Nuovo Testamento, quando scrissero il Nuovo Testamento, usandola come riferimento per l’Antico. Si vuol dire che questo agire del Signore, questo agire di Cristo richiama gli inizi della creazione. Attraverso questo chiamare come Dio chiama e chiamando qua le cose che ha chiamato, così Cristo chiama e chiamando costituisce coloro che ha chiamato e lì costituisce i dodici. Questi dodici sono l’inizio di una novità, di una novità cosmica, sono per certi aspetti l’inizio di una creazione nuova, di un modo nuovo di essere uomini, sono l’inizio di un nuovo popolo. Affinchè siano con lui: sembrerebbe una frase quasi secondaria, di passaggio, perché parlando degli apostoli pensa subito all’avvio in missione che difatti verrà poco dopo, ma invece se noi avessimo il tempo di fare la struttura letteraria di questo racconto, noi ci accorgeremmo che nella chiamata dei dodici, nella costituzione dei dodici il centro di gravitazione di tutto il racconto è precisamente questa piccola frase: “affinchè siano con lui!”. E’ il centro della scelta ed è sorprendente che il senso e lo scopo principale di tutta questa grande scena che sono i versetti dal 13 al 19, in Marco, sia proprio in questo stare con lui. Ci saremmo forse aspettati qualcosa di diverso, ma l’accento del brano cade proprio su questo stare con lui. Che cosa significa “stare con lui”? Anzitutto significa essergli fisicamente vicini. Infatti l’aveva detto prima: si allontanarono e si avvicinarono a lui! Essergli fisicamente vicini, accompagnarlo, è il primo elementare significato del verbo seguire, che caratterizza il discepolo. Accompagnare Gesù, rimanendo fisicamente vicini a lui. Come vedete non si tratta di una adesione vagamente spirituale, non si tratta di un’adesione altamente intellettuale; si tratta di passare la vita insieme. Il che vuol dire: gesti, presenze, esperienze, guai, tempo trascorso insieme, con lui; quindi una cosa quanto mai concreta e quotidiana, quanto mai prosaica. Questo stare con lui, che è il centro di tutto questo racconto, è permanente; non deve mai tramontare dalla vita dei chiamati, dalla nostra vita. Noi siamo chiamati per stare con lui, cioè per passare del tempo insieme. Non imbocchiamo subito le tangenti di tipo spiritualistico, intellettualistico; ci muoviamo in un’economia di incarnazione, lasciamo che la determinazione delle parole bibliche abbia la sua concretezza: passare del tempo insieme, trascorrere la vita insieme, questo dice che ci deve essere una reciprocità, una vicinanza, una consuetudine di vita fra noi e il Signore, che non è vivibile in qualsiasi modo. Non andiamocela a raccontare che io facendo qualunque cosa tanto prego! Ma a chi si dice? Tu preghi facendo qualunque cosa, se prima preghi! E poi, facendo qualunque cosa allora prosegui in quella cosa che fai; quell’attitudine di preghiera, quel riferimento della vita, che hai costruito trascorrendo mezz’ore e ore insieme, l’hai costruito perché hai amalgamato due vite, hai messo in osmosi due esistenze, la tua e quella di Gesù, allora sì, qualunque cosa fai diventa un pregare, ma perché hai pregato, perché sei stato con lui. Altrimenti le cose hanno una loro logica, una loro gravitazione, hanno un loro mondo e pian piano ti portano a gravitare su quello. Il primo compito dell’apostolo è quello di stare con Cristo, di vivere con lui una consuetudine di vita che crea l’osmosi profonda della tua esistenza con la sua. In questa espressione del testo ìna òsin met’autù risuona la formula di alleanza dell’Antico Testamento: voi, mio popolo, io vostro Dio! C’è questa formula di reciprocità. Vuol dire vivere l’intensità del rapporto di alleanza, vivere la sponsalità del rapporto di alleanza; una nuzialità tra persone non si crea per via spirituale o per via intellettuale… si crea per via fisica, per via di tempo, per via totale… per questo stare insieme e condividere la vita. La consacrazione ti prende tutto, è totalizzante e pervasiva. “Li costituì perché stessero con lui e per mandarli a predicare” col potere di scacciare i demoni. Stanno con lui perché devono parlare di lui, devono testimoniare lui, devono far vivere lui. Solo stando con lui saremo capaci di parlare di lui. “E avessero il potere di cacciare i demoni”: per Marco è molto importante; esprime la lotta e la vittoria di Gesù contro il male, segno della lotta escatologica.

 

 

 

QUINTA MEDITAZIONE

Testo: Marco 5, 21-43

21 Essendo passato di nuovo Gesù all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. 22 Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi 23 e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva». 24 Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
25 Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia 26 e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, 27 udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: 28 «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». 29 E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male.
30 Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?». 31 I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?». 32 Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 33 E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 34 Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male».
35 Mentre ancora parlava, dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». 36 Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, continua solo ad aver fede!». 37 E non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. 38 Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. 39 Entrato, disse loro: «Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». 40 Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. 41 Presa la mano della bambina, le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico, alzati!». 42 Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. 43 Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.


Non si può propriamente parlare di un episodio, ma piuttosto di due episodi, anche se compongono un’unità narrativa, perché Marco li ha disposti ad incastro. Approfittando di un momento pausatico: il viaggio dalla sponda del lago verso la casa di Giàiro, Marco inserisce l’episodio dell’emorroissa e poi, concluso quell’episodio, riprende il viaggio di Gesù verso la casa di Giàiro. Questo porre insieme due narrazioni è giustificato, sia a livello tematico che a livello letterario; a livello tematico è giustificato dal fatto che c’è una continuità tematica tra la malattia della emorroissa e la morte della bambina di Giàiro. A livello letterario tutte e due le narrazioni insistono su alcuni punti comuni; due di questi li vedremo più accuratamente: gettarsi si piedi di Gesù, toccare Gesù. Inoltre ambedue gli episodi riguardano figure femminili e sono ambedue connotati dal numero 12. I 12 anni della malattia dell’emorroissa e l’età della bambina, che ha dodici anni. Questo dà un’unità anche a livello letterario a questa vicenda, che è materialmente composta da due episodi. Ma al di là di queste annotazioni previe, cerchiamo di entrare nel cuore del racconto e soprattutto cerchiamo di cogliere l'evangelo, cioè il lieto annuncio, il messaggio, che dal racconta si sprigiona e cerca l’impatto con la vita del lettore. Molte volte abbiamo notato l’accalcarsi di questa scomposta umanità attorno alla persona di Gesù, o in altri termini, abbiamo rilevato questo incontrarsi di Gesù con la vita e con la gente. Al di là della folla, al di là dei singoli volti che di quando in quando vengono individuati nell’anonimato della folla, noi abbiamo una categoria di fondo, che è insieme teologico-spirituale: l’incontro di Gesù con l’uomo e il racconto evangelico risponde intanto ad una domanda: qual è la situazione in cui l’uomo si trova nel suo incontrarsi con Cristo? In quale situazione il regno che viene incontra le persone? Come si trova l’uomo davanti al regno, davanti al Signore? La risposta che dà il brano è una risposta pesante: l’uomo visitato dal regno, così come Cristo lo incontra è in una situazione di malattia mortale. L’uomo è spento, è morto, è in una situazione di declino. Non si spiega diversamente l’insistenza del tutto particolare di Marco sulla descrizione della malattia della donna e della morte della bambina. Un Marco normalmente sobrio fino all’austerità, fino all’avarizia dei particolari, qui stranamente si effonde nei particolari. E’ segno che per lui questi non sono particolari, non rispondono semplicemente ad una particolarità descrittiva, ma piuttosto sono come delle finestre aperte sull’interiorità delle persone, sulla situazione interiore della persona nel suo incontrarsi con il regno. Ed ecco allora che parlando dell’emorroissa ci dice che questa malattia si prolungava da dodici anni, che questa donna aveva speso tutte le sue risorse per guarire, non ce l’aveva fatta, anzi era peggiorata e dunque era innestato un dinamismo che fatalmente sarebbe giunto alla sua conclusione, questo affannarsi dell’uomo per guarire dalla sua malattia, questa inadeguatezza, questa incapacità, anzi questo rimanere travolto da una forza più grande di lui verso il punto terminale. E nella stessa linea va la descrizione della morte della bambina, che è drammatizzata da Marco con un arte letteraria di tutto rilievo. Intanto c’è da notare che la notizia della morte giunge nel momento stesso in cui sta per divampare il fuoco della speranza. Gesù ha raccolto la preghiera del Padre, si è incamminato verso la casa per sanare la bambina e durante il viaggio giunge la notizia che la bambina è morta. La tua figlia è morta! Non importunare ulteriormente il maestro! E quella risposta di Gesù bella e terribile insieme che dice al Padre: non avere paura! Continua soltanto ad avere fede! E poi ancora la drammatizzazione degli avvenimenti, la descrizione di questa folla scomposta che urla, grida, piange dinanzi alla casa della bambina; il fatto che Gesù quasi con ira li scaccia tutti fuori… e ancora il fatto che Gesù è accompagnato da tre personaggi, che nel vangelo di Marco hanno una connotazione particolare: Pietro, Giacomo e Giovanni. Sono i tre della trasfigurazione, i tre dell’agonia nel Getsemani, sono personaggi pasquali, sono personaggi di tutta la trafila di Pasqua, non solo della fase gloriosa, ma prima della fase dolorosa, i testimoni della trasfigurazione (questo preconio di Pasqua), i testimoni ravvicinati dell’angoscia e dell’agonia di Gesù nell’orto. Questo anticipo di croce: loro soltanto insieme ai genitori entrano in contatto con la morte della bimba, perché loro soltanto entrano nella stanza in cui è la bambina è morta e poi ancora il gesto di Gesù: la bambina giace; Gesù la fa alzare prendendola per mano e un grande stupore (extasis) si diffonde tra la gente. Sono tutte terminologie resurrezionali: il giacere, l’alzarsi, l’extasis, lo stupore… per esempio che coglie le donne il mattino di Pasqua. Ecco, Marco costruisce tutta questa vicenda giocando continuamente su due scacchiere diverse: una è la scacchiera della narrazione storica, l’altra è la scacchiera di una corrispondenza simbolica alla narrazione storica, che rimanda continuamente e prolungatamente verso la Pasqua ed è lo stesso verbo sòzo, che ricorre così frequentemente, che vuol dire insieme: sanare e salvare, guarire ed essere salva; c’è questa positiva ambivalenza del verbo. Ecco perché dicevo che questo particolare e inusitato effondersi di Marco nella descrizione minuta della patologia e nella descrizione quasi cronachistica della morte della bambina non è di fine a se stessa, ma piuttosto si spende su un versante simbolico, perché Marco sta dicendo come siamo noi nell’incontro con il regno.

E ancora procediamo: c’è un elemento immediatamente letterario, ma definitivamente simbolico e di messaggio, che collega i comportamenti sia della donna, sia del padre della bambina e sono: gettarsi o stare ai piedi di Gesù (vv. 22 e 33) e l'espressione: toccare Gesù, sia con riferimento al fatto che Gesù tocchi la bambina imponendogli le mani, o prendendola per mano e facendola alzare, sia con riferimento al ragionamento della donna: solo che io tocchi il suo mantello, sarò guarita! Chi mi ha toccato? Ma come fai a dire chi ti ha toccato?… c’è tutto un putiferio di incroci su questo verbo “toccare Gesù” nella narrazione del racconto. Vi proporrei queste due soste, perché credo che questi non sono soltanto verbi, queste sono cifre che Marco getta nel cuore del lettore. Vi consegnerei questi due verbi perché facciano risonanza dentro di voi: stare o gettarsi ai piedi di Gesù e toccare Gesù! Credo che siano cifre che l’evangelista getta dentro il suo lettore; sono espressioni simboliche positivamente ambivalenti, che continuamente saltano dal piano della narrazione realistica al piano della risonanza simbolica, che l’evangelista Marco volutamente consegna al lettore con questa positiva ambivalenza, per dire: làsciati decifrare da queste cifre, se questo non è soltanto un episodio, ma è lo schema dell’incontro tra l’uomo e il regno, tra la persona e Gesù Cristo, làsciati decifrare da queste due cifre! Il gesto che ti salva, ti trae fuori da quel tuo essere malato per la morte o da quel tuo essere morto, è questo stare ai piedi di Gesù e questo toccare Gesù. Cosa vuol dire per me in questa stagione della vita, con tutta quella vicenda di vita che ho alle spalle e che mi ha portato fino a questo momento, stare ai piedi di Gesù? Quale vita porto ai piedi di Gesù? Quale malattia porto ai piedi di Gesù? Come sono io adesso, nel momento in cui nell’incontro sto ai suoi piedi? E l’altra risonanza: quel toccare Gesù oppure l’essere toccato da Gesù, che cosa vuol dire per me? Quand’è che ho percepito che il Signore ha toccato la mia vita? Quali sono stati i momenti della mia esistenza in cui quasi per un momento la coltre opaca della fede e del credere, insieme luminosa e opaca, si è per un momento come diradata e io ho quasi sfiorato l’evidenza della presenza, l’esperienza dell’incontro in maniera forte? Posso dire, raccontando la mia vita: io in quel momento ti ho toccato! O tu in quel momento hai toccato la mia vita!

C’è un'altra cosa che volevo dire: Marco evidenzia come tutti e due questi personaggi, pur essendo tra loro molto diversi, e pur provenendo da esperienze diverse, questi due personaggi realizzano una stessa esperienza, che la chiamerei così: la fede in cammino. Guardiamo prima di tutto la vicenda della donna. Nella vicenda dell’emorroissa si descrive un processo di fede, una fede in divenire. Questa donna parte da una fede che è francamente molto spuria, una fede che è molto grossolana, che oggi molti teologi classificherebbero come magìa: questa donna cerca il talismano! Che riesca solo a toccare il mantello! E’ chiaro poi che Marco riprende tutta questa fraseologia in chiave cristologica, quindi la usa come un vettore di quell’esplosione del nucleo che è il mistero del figlio di Dio… ma è anche altrettanto chiaro che sul versante della donna quel toccare il mantello non è un esplicito atto di fede cristologica, ma è veramente la religione del talismano: lei cerca il mantello, partendo da una situazione di malattia devastante, che non è soltanto il problema delle emorragie; è il fatto che essendo questa donna era una donna impura, quindi era inabile al culto, alle relazioni sociali, cioè era una donna circondata dallo spazio della morte, circondata dallo spazio dell’isolamento, della solitudine, della reiezione… e questa donna vede come via di uscita della propria situazione: toccare il mantello! Ecco, Gesù non si rifiuta a questo tipo di incontro. E’ un tipo di incontro molto grossolano, molto imperfetto e spurio, ma Gesù non rifiuta questo tipo di incontro, perché alla fin fine il punto di partenza non lo stabiliamo noi, lo riceviamo! Questa è una legge a cui sottostà anche il Padre eterno. Il Padre eterno, se vuol salvare la gente, bisogna che cominci a salvarla partendo da com’è, non come l’avrebbe voluta lui! Questo è un criterio anche per la nostra pastorale, per le nostre relazioni… Il punto di partenza non lo stabiliamo noi, ma lo riceviamo; perché se pretendiamo di fissare noi il punto di partenza, noi siamo nuovamente a fare una chiesa di gnostici, di èlite. Questo punto di partenza che non è scelto e predeterminato, ma è semplicemente… questo atteggiamento del Signore che accoglie la realtà così com’è, ma lui non si lascia appiattire sulla realtà, gestisce l’incontro. Certamente questa donna si reca all’incontro con Gesù così come lei è, con la fede che ha, con quel problema che la schiaccia, ma è anche altrettanto vero che partendo dalla fede del talismano, Gesù cerca la fede del discepolo e tira fuori la fede del discepolo, perché partendo e accettando di partire dall’incontro con il mantello, costringe la donna all’incontro con lui. Chi mi ha toccato? E i discepoli a dire: ma che domanda fai? Come fai a dire chi ti ha toccato, quando la gente ti salta addosso? E lui continua a guardarsi intorno, sapendo che qualcuno lo ha toccato, tanto che la donna impaurita e tremante, si getta ai suoi piedi e Gesù le dice: “Donna, non ti ha salvato il mio mantello; ma la tua fede!”. Si parte da una vicenda di talismano e si approda all’incontro, si approda al dialogo, alla fede dell’incontro e del dialogo personale con Gesù, alla fede del discepolo. E, l’altra vicenda, anche questa, pur essendo sotto l’aspetto della fede la situazione di Giàiro assai diversa da quella della donna; però anche questa è presentata come un cammino di fede, perché Giàiro è certamente un credente. Egli è presentato come uno che sta di fronte a Gesù nell’atteggiamento di colui che crede, e dall’interno della sua fiducia chiede il miracolo. Eppure anche questa fede, che sembrerebbe essere una fede compiuta e arrivata, in realtà è una fede che viene fatta camminare, perché questa fede è sottoposta a prova. Giàiro viene colpito proprio in ciò che lui credeva, nel suo credere Gesù capace di sanare la figlia, Giàiro viene deluso e viene colpito: “Tua figlia è morta, lascia perdere! Ormai è tutto inutile!” E la risposta di Gesù: “Non avere paura! Continua soltanto ad avere fede!". Questo è il filo rosso che continua oltre la morte, che penetra e sfonda anche quella che sembrerebbe essere la definitiva delusione. La fede di Giàiro è sottoposta all’esperienza del fallimento, a quell’esperienza in cui noi potremmo dire: quando Dio ti delude! Questa non è la legge degli eroi, ma delle persone normali, perché nella Bibbia questa è una costante. Cominciamo con  la fede di Abramo. La fede di Abramo è sottoposta alle stesse prove! Così la fede di Mosè, che deve continuare a credere non sull’assoluto della promessa di Dio, ma sulla deludente realizzazione della promessa di Dio, che è questo popolo dalla dura cervice e deve continuare a credere attraverso lo spessore mortifero del popolo… Maria vive la stessa vicenda, il fatto di morire a un proprio progetto, di consegnarsi ad una richiesta che la espropria della vita. Marco sta dicendo che la legge fondamentale della fede è questa: che non si può credere senza morire; non c’è uno sconto e una scorciatoia in questo. Appartiene all’esperienza della fede questo spogliamento radicale di sé, che è tanto simile al morire… E’ l’esperienza di Abramo, di Mosè, di Maria… di Giàiro, è l’esperienza del discepolo. E’ proprio una fede di questo tipo capace di reggere l’impatto con la morte; è una fede di questo tipo che è capace di accogliere il dono del regno e di viverlo come una presenza e una forza resurrezionale che vince la morte in te e nelle situazioni che incontri e attraverso tua fede che accoglie il dono del regno la forza della risurrezione vivifica le regioni morte della vita, della storia, della tua personale vicenda e della vicenda della tua gente. Ecco il cammino della fede, il cammino del discepolo nella fede fino ad arrivare a quella fede compiuta che è la presenza della risurrezione in una vita e, attraverso quella vita, la presenza della resurrezione dentro la storia.

 

 

 

SESTA MEDITAZIONE

 

 

Testo: Marco 6, 1-6

1 Partito quindi di là, andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. 2 Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: «Donde gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? 3 Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui. 4 Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5 E non vi potè operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. 6 E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù andava attorno per i villaggi, insegnando.


Ancora una volta accostiamoci gradualmente al testo. Nella composizione del vangelo di Marco questo episodio rappresenta la conclusione di una sezione, della sezione del vangelo, che va da 3,13 fino a 6,6. E’ una sezione rivelativa, in cui il Signore ha portato avanti la manifestazione del mistero della propria persona. E questo tracciato di rivelazione si conclude nell’episodio ora letto, con la non-fede, il rifiuto di fede da parte dei paesani di Gesù. Un’analoga vicenda era accaduta nella prima sezione del Vangelo, quella che si concludeva con 3,13. Anche lì con l’episodio della sinagoga di Cafarnao (l’uomo dalla mano inaridita), Gesù aveva scatenato la reazione degli scribi e dei farisei che, subito dopo il miracolo, si erano riuniti per mandarlo a morte, per tramare la morte contro di lui. Questa costruzione che ritorna nel vangelo di Marco: dall’altro un tracciato di rivelazione; dall’altro la risposta permanentemente negativa da parte dei destinatari della rivelazione stessa. Là sono i  giudei, qui la cerchia si specifica sui suoi paesani, i nazaretani. Ma, come vive Gesù questa esperienza di rifiuto, di fallimento della sua missione? Alla  conclusione della precedente sessione del vangelo dopo il rifiuto da parte dei farisei e degli scribi e le loro trame per dargli la morte, Gesù reagisce con la costituzione del gruppo dei dodici. Alla fine di questa seconda sezione del vangelo, mentre abbiamo il rifiuto di fede da parte dei nazaretani, Gesù reagisce con l’invio in missione dei dodici. Ma insistevo su questo aspetto per dire che l’esperienza del rifiuto, del fallimento del dono e della proposta non è mai vissuto da Gesù come un’occasione di ripiegamento, ma all’opposto, come un’occasione di rilancio. Là dove si ha da parte dei destinatari il gesto del chiudersi al dono, corrispettivamente Gesù compie il gesto della dilatazione del dono. Dilata i destinatari della sua missione e della sua predicazione. Lo scacco sul cammino della missione provoca un “di più” di missione, non un di meno. E questa è un’indicazione forte per la chiesa di Marco, per tutta la chiesa; da un lato le dice: metti in conto lo scacco nel cammino della missione, guarda è normale il fallimento; dall’altro le dice: dinanzi allo scacco e dinanzi al fallimento, non ripiegare, ma rilancia ancora più alto e a misura ancora più dilatata. Laddove incontri l’esperienza della chiusura, rispondi con una proposta più universalizzata, più allargata.

Al cammino di Gesù verso Nazaret, Marco accosta sommessamente la presenza e il cammino dei dodici. E’ un accostamento sommesso sul piano letterario, ma di grande importanza tematica e teologica. Marco dice semplicemente questo: i discepoli lo seguirono! E’ importante questa espressione. Lo seguirono, perché Marco usa qui, in maniera caratteristica il verbo del discepolato: akolutèin. Qual è la caratteristica del discepolo, qual è l’agire tipico e individuante del discepolo di Gesù? E’ la sequela, il seguire, il mettersi con fedeltà e costanza dietro i passi di Gesù. I discepoli lo seguirono, ma siccome il cammino di Gesù verso Nazaret nel progetto di Marco non è semplicemente uno spostamento geografico, ma è un cammino che si inoltra nella rivelazione e nella consegna del proprio personale mistero, il cammino di sequela dei discepoli non è semplicemente uno spostarsi verso Nazaret, ma è un inoltrarsi dentro la comprensione del mistero di Gesù. In questa espressione letterariamente sintetica, i discepoli appaiono per quello che sono e che sono chiamati ad essere, quelli che compiono il loro viaggio, il loro cammino dietro a Gesù, ma quell’andare dietro a Gesù è per un inoltrarsi in lui, è per un camminare verso Gesù, dentro Gesù, un incontrarlo, un riconoscerlo, un affermarlo come maestro della propria vita. Sta per scatenarsi il putiferio ed è un putiferio di negazione, di rifiuto, ma sommessamente e quasi come un sottile controcanto, rispetto a quanto si dispiegherà, Marco ha accostato questa frase, questo tracciato esile di fedeltà e l’ha accostato a questa vicenda esplosiva di rifiuto. La fedeltà del discepolo che lo segue, ma non lo segue semplicemente negli spostamenti geografici, lo segue accettandolo come maestro, e perciò inoltrandosi nella comprensione e nell’esperienza della sua persona. E’ un cammino verso e dentro Gesù quello che i discepoli compiono.

L’identità, il volto che Gesù pone dentro la sua patria, dentro Nazaret, è essenzialmente quello del maestro, ma non come uno dei loro maestri. Infatti Marco mette Gesù nella sinagoga, in giorno di sabato (lo colloca nel cuore del giudaismo e della fede di Israele) mentre insegna e correla immediatamente all’insegnamento anche i prodigi; tant’è vero che, commentando, i nazaretani diranno: che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi? Secondo la teologia dell’Antico Testamento, la sapienza e i prodigi sono le caratteristiche dell’agire di Jaweh. La sofìa e la dìnamis sono le caratteristiche dell’agire di Jaweh. E’ vero che Gesù si comporta da maestro nella sinagoga di Nazaret, ma un maestro non riferibile alla contestualità giudaica, un maestro che rompe gli schemi, che nel suo modo di essere maestro e di agire lascia intravedere quella misteriosità e unicità di presenza, che Dio realizza nella sua vita. Ecco perché è un brano, una presenza rivelativa quella che Marco configura nella sinagoga di Nazaret e qui arriviamo al nodo.

Di fronte alla rivelazione di Gesù, di fronte al mistero che si apre e si consegna abbiamo la reazione dei nazaretani. Tale reazione è raccolta ed espressa da Marco in una cascata di domande. Sono domande che vengono a grappolo e che non sono tutte dello stesso tipo. Le prime tre domande sembrerebbero essere l’inizio del levarsi in volo, di un battito di ali, di un movimento di fede verso la persona, perché gli uditori intuiscono l’eccezionalità della presenza, intuiscono che in quella persona c’è qualcosa, c’è qualcuno che supera la persona stessa e quindi percepiscono forse confusamente, quasi atematicamente, di essere posti al cospetto del mistero: il Messia, il figlio di Dio, le grandi tematiche marciane. Le prime tre domande sono battiti d’ala, sembrerebbero l’avvio di un percorso di fede.

Donde gli vengono queste cose? (tipico di Giovanni) “Da dove?” Quel “da dove” indica un oltre, una percezione almeno iniziale del mistero che si rende presente in mezzo a loro.

E che sapienza è mai questa che gli è stata data? Notate il passivo impersonale che, nel linguaggio semitico, suppone spesso il soggetto Jaweh.

E questi prodigi compiuti dalle sue mani?

Sembra alzarsi il volo della fede e nelle seconde due domande questo volo piomba subito giù a picco. Si ha l’intuizione di una realtà che è oltre, la percezione di una ulteriorità rispetto al loro quotidiano, ma le ultime due domande fanno tutto ripiombare nella geometria del quotidiano.

“Ma non è costui il carpentiere? Il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda, di Simone; le sue sorelle non sono tutte qui in mezzo a noi?”

Le ultime due domande riaffossano nella geografia familiare, quel primo levarsi in volo della fede che le domande iniziali accennavano. E tutto finisce nello scandalo; anziché essere occasione di dono, di offerta, di rivelazione, Gesù diventa l’inciampo, lo scandalo, diventa la pietra che non ti permette di camminare, perché ci batti contro il piede e cadi giù, e ti neghi al cammino. E’ in un certo senso la strada donata e da te vissuta e assunta come negazione della strada stessa, della sua percorribilità. Colui che ti è dato come strada da percorrere è da te assunto come negazione di possibilità di percorrere la strada, scandalo! La pietra in cui il piede, anziché posarsi e camminare, inciampa e cade. I nazaretani si scandalizzano di un Dio qualunque; non riescono ad accettare che Dio abbia in mezzo a loro la presenza di un Dio qualunque, di uno di loro; e mentre da un lato intuiscono e percepiscono, dall’altro immediatamente abrogano e sommergono, dicendo: non è possibile! E’ uno di noi! Ma che Dio è mai questo? Non è possibile accettare un Dio qualunque come motivo che ti gioca e ti cambia la vita. Ecco il dono di Dio che ti viene dato come strada per il cammino, diventa per te scandalo, occasione di inciampo e di caduta, di abrogazione del cammino, che ti è donato. Scandalizzarsi di un Dio qualunque! Non riuscire ad accettare che Dio ti venga incontro sotto la forma di uno qualunque.

Vorrei che noi non ci scandalizzassimo dei nazaretani, dopo che loro si sono scandalizzati di Gesù Cristo, perché cadremmo nel loro stesso inciampo, nel senso che questo modo di essere presente di Dio dentro la vita tante volte scandalizza anche noi e scandalizza molti cristiani. Il fatto che Dio sceglie stabilmente di essere presente nella vita sotto il segno della debolezza, dell’apparente assenza. Questa specie di teologia sub contrario che Dio usa nel suo rapporto con noi, nel suo rapporto con la chiesa. Un Dio presente in forma di debolezza! E questo per noi è pane quotidiano che mastichiamo ogni giorno; questo per noi è il crocefisso, l’Eucarestia, la povertà della parola, la pochezza dei segni della fraternità, della ecclesialità… questa per noi è l’apparente irrilevanza o possibilità di trascurare quelli che sono i segni di Dio nella storia, quelle orme del suo passaggio, ma che non si impongono. Scandalizzarci di un Dio qualunque vuol dire non saperlo riconoscere quando ci visita, quando ci parla, quando ci visita attraverso persone qualunque, che magari nel nostro giudizio fatto secondo sapienza o secondo potenza sono meno intelligenti di noi, meno potenti di noi, meno rilevanti di noi… Quando Dio ti visita attraverso situazioni qualunque, che puoi facilmente snobbare, ignorare, tirare avanti come nulla fosse, questa incapacità di accettare un Dio qualunque, cioè un Dio che accetta almeno secondo i criteri umani di rimanere sommerso nella storia degli uomini e tu ti impatti ogni giorno con una storia, con una vicenda che diventa quasi di ragione a se stessa, con una vicenda e con vite che sono autosufficienti e la storia invece di essere questa trasparenza di Dio, la storia diventa un cielo di rame che non è penetrabile neanche dal grido della preghiera… Un Dio qualunque che accetta di rimanere sommerso, quasi negato dalla vicenda della storia, che va avanti sicura con i suoi sussulti gioiosi o dolorosi, ma va avanti come se lui non ci fosse e l’ipotesi Dio risulta ipotesi superflua rispetto all’esperienza e alla sapienza degli uomini. Soffrire scandalo dal fatto che Dio accetti di stare in mezzo a noi nella forma debole, di uno qualunque. Bisogna stare attenti nel non incorrere nello stesso scandalo dei nazaretani. Ma prima il rifiuto dei farisei e degli scribi nella sinagoga di Cafarnao, ora il rifiuto dei nazaretani… questi progressivi rifiuti che costellano il cammino di Gesù dalla Galilea verso Gerusalemme, preludono già a quello che sarà l’ultimo rifiuto, consumato nel luogo santo, nella città santa, dalle persone sante…tutte sono preludio dell’ultimo rifiuto, che sta dinanzi all’ultimo svelamento supremo della Pasqua. E ancora una volta Dio rilancia dilatando e ai piedi della croce il centurione dice: “Veramente quest’uomo era figlio di Dio!”. Nel gesto in cui Israele con tutta la sua storia sembra chiudersi dinanzi al dono del Messia e del Figlio di Dio, in quello stesso momento è la gentilità che si apre. Si chiude il giudaismo e si aprono le genti all’accoglienza del vangelo e del crocifisso. E’ lo stesso schema che si ripropone continuamente e progressivamente intensificandosi fino al rifiuto e alla rivelazione supreme che è nella vicenda pasquale.

La reazione di Gesù a questo scandalizzarsi di lui, di un Dio qualunque, sarà l’invio in missione dei dodici. Appunto questa dilatazione ulteriore dinanzi alla chiusura, al rifiuto, alla meschinità di chi non riesce ad accettare il dono di Dio. Ma accanto a tutto questo, in questo consumarsi di ostilità, di ottusità di cuore e di rifiuto… Marco ha accostato quella frase esile: i suoi discepoli lo seguirono! E allora la strada del discepolato è come questo cammino piccolo, umile, ma che nel gesto della fedeltà sa attraversare e sa forare lo spessore del rifiuto e della negazione che Gesù incontra. Mentre la sua famiglia, la sua casa, la sua patria si chiudono nel no, si prolunga e si continua il cammino esile della fedeltà da parte del discepolo e si prepara la transizione, il passaggio da parte di Gesù dalla famiglia umana alla sua nuova famiglia (quelli che ascoltano la sua parola e la mettono in pratica).

 

 

 

SETTIMA MEDITAZIONE

 

Testo: Marco 6, 7-13

7 Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. 8 E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; 9 ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche. 10 E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo. 11 Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro». 12 E partiti, predicavano che la gente si convertisse, 13 scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano.


Siamo ancora una volta di fronte ad uno dei testi capitali del discepolato nel vangelo di Marco. Come la chiamata degli apostoli, come la costituzione dei dodici, così qui l’invio in missione dei dodici. Questo invio è da Marco contestualizzato sull’immediato orizzonte del rifiuto dei nazaretani; in modo che qui come già alla fine della sezione precedente, nel capitolo tre, si evince quello che potremmo dire un metodo missionario di Gesù: di fronte al rifiuto, non il ripiegamento, ma la dilatazione, non il rifugiarsi tra coloro che ci comprendono, ma piuttosto l’uscire al largo (duc in altum). Per cui proprio l’esperienza del fallimento e del rifiuto, anziché domare lo slancio missionario, deve alimentare l’impegno missionario, che certamente a quel punto richiede una ulteriorità di fatica , forse anche a livello personale di un prete, di una comunità, un aggravamento di pena, di sofferenza, ma certamente non è mai assolutamente titolo per rinchiuderci tra coloro che ci rispondono e ci corrispondono.

Vorrei commentare il brano dell’invio in missione dei dodici con tre affermazioni: la missione ha un centro; la missione ha un volto; la missione ha voce.

Prima di tutto: la missione ha un centro. Occorre dirlo con molta chiarezza, perché se così non fosse non sarebbe missione, ma dispersione, disseminazione. La missione ha un centro: questa affermazione si evince proprio dal testo. Questo brano è tutto intessuto di verbi che hanno sempre Gesù Cristo come soggetto. E’ lui che li chiamò, li mandò, diede loro potere, ordinò, diceva loro… anche a livello letterario c’è questa assoluta, impressionante centralità della persona di Gesù, in modo che l’andare dei dodici, il cammino della missione è visto come l’irradiamento di Gesù attraverso i dodici. E’ l’irradiarsi di un centro, il riproporsi della presenza e dell’opera di Gesù nella persona e nell’opera missionaria dei discepoli. Sono importanti quei verbi che troviamo in apertura del testo: allora Gesù chiamò i dodici e cominciò a mandarli, quella chiamata è costitutiva della missione; non si va in missione per irrequietezza spirituale, per vivacità intellettuale, per sovrabbondanza di buon cuore; si va in missione perché “lui li chiamò”. E noi ritroviamo il verbo tecnico di Marco: proscalèin, lui li chiamò; quella chiamata di Gesù è ciò che costituisce il mandato missionario, è la fontalità, è la fondazione della missione e dell’identità di missionario dei dodici. Ancora un’altra annotazione: i dodici vengono mandati a due a due. Certamente il riferimento, perfino ovvio, è alla norma che ricorre per due volte nel libro del Deuteronomio (Deut 17 e 19), secondo la quale la testimonianza di almeno due testimoni decide l’attendibilità di quanto deposto e testimoniato; ma in questo mandarli a due a due c’è forse anche un segno di comunione nella missione, un segno di quella novità di rapporti, di relazioni, che il regno crea tra coloro che gli appartengono. In altri termini: non si dà una missione separata dalla comunione; l’evento missionario è di natura sua un evento comunionale, perché è un evento ecclesiale. Allora anche nella missione si evidenzia quell’accadimento di comunione, di novità di vita, di relazioni, che l’incontro con la persona di Gesù suscita dentro la vita, dentro le persone; ma questo mandarli due a due dice che l’annuncio, la proposta del vangelo sulla soglia della vita della gente non è una comunicazione privata, non è un pour parler tra le persone, non si esaurisce tra i circuiti delle relazioni private, piuttosto mette la vita dell’interlocutore al cospetto di quell’evento e di quella scelta che tutta la definisce, perciò è un atto ufficiale, non da intendere secondo categorie di tipo diplomatico, ma nel senso che è un evento decisivo, è un evento che chiama la vita a pronunciarsi, è un evento che costringe la persona a porsi, a collocarsi in una scelta che segna la vita. Per questo la comunicazione del regno, l’annuncio della parola di Dio, il dono dell’evangelo non è circoscrivibile nella categoria della comunicazione privata; è certissimamente una comunicazione personale, ma non è affatto una comunicazione privata, perché la presenza di quella parola, di quell’annuncio, portato e protratto sin sulla soglia dell’esistenza, decide dell’esistenza, della vita. Ecco, perché questo contesto giudiziario, in cui l’annuncio del regno viene posto e che sembrerebbe improprio, perché in definitiva il dono del regno è un dono di misericordia, di salvezza, ma viene da Gesù proposto con questa categoria giudiziaria, forense, il “due a due”, l’ufficialità, le decisività e la definitività della proposta, perché questa gioca la vita. Ed è interessante accorgersi come alla fin fine i dodici non abbiano niente di proprio da annunciare, non riferiscano una opinione soggettiva, un parere, ma parlano come dei messaggeri, come dei mandati (apostellein) cominciò a inviarli, da cui deriverà il nome che segna la loro identità “apostoli”; quindi agiscono come dei mandati, come dei messaggeri per la decisione ultima del tempo escatologico, di fronte alla presenza del regno. E allora ritroviamo qui, in questa decisività dell’annuncio del regno portata dentro la vita delle persone, un’eco di quello che troviamo nella Dei Verbum, quando si dice che l’annuncio del Vangelo, fatto attraverso la chiesa e la predicazione del ministro, è Dei loquentis persona, è Cristo stesso che parla, che continua a parlare attraverso la ministerialità della chiesa dentro la vita delle persone. Ecco perché dicevo la prima riflessione: la missione ha un centro e questo centro è ridondantemente la persona di Gesù, fino a configurare il cammino dei dodici come l’irradiarsi di questa centralità, ma è la persona di Gesù, è il suo messaggio, è la sua azione potente nei segni, che si effonde e si prolunga attraverso il cammino missionario dei dodici.

Una seconda riflessione: la missione ha un volto. La cosa che più impressiona quando si viene a vedere sul testo qual è lo stile di questi missionari e di questa missione, è la sua radicale sobrietà o meglio la sua povertà. In effetti il pronunciamento di Gesù riguarda una serie di divieti: il vitto, il sacco, sia il sacco da viaggio, sia il sacco per raccogliere le offerte, il denaro anche di poco valore (il termine greco indica i centesimini, gli spiccioli) neanche i centesimi si devono prendere… Che cosa può portare un missionario, secondo la visione proposta da Marco? E’ interessante e impressionante! Può portare due cose: le scarpe e il bastone, i calzari e il bastone, cioè soltanto ciò che serve per camminare. E ancora più precisamente ciò che serve per camminare su una strada difficile; ecco il bastone! Quando Gesù dice: preso il bastone… vuol dire che il cammino missionario è un cammino erto, difficile, che è costantemente segnato dalla fatica; è normale la fatica nel cammino missionario, il molto faticare, il molto penare per poco raccogliere. Questa vicenda non deve essere sotto il segno dello scandalo o della prova della fede, ma deve essere sotto il segno della genuinità di ciò che stiamo facendo. Solo i calzari e il bastone, quanto serve per camminare lungo una strada difficile! Qui mi verrebbe la voglia di ricontattare quel tema della strada, di cui già vi avevo parlato nel vangelo di Marco, quando vi avevo accennato come tutta la vicenda cristologica è disposta lungo la strada. Tutti gli eventi nel vangelo di Marco si collocano o direttamente o per riferimento alla strada e vi dicevo che nel pensiero di Marco la casa del messia, il luogo messianico per eccellenza è la strada e la strada diventa anche il luogo del discepolo e del discepolato, della sequela e della fedeltà. Il discepolo è permanentemente costituito sulla strada e ritroviamo qui il tema in maniera forte: prendete solo il bastone e i calzari, perché il vostro “dove” è la strada. Allora, che faccia ha la missione? Ha certamente il volto della povertà dei mezzi umani, perché facilmente potrebbero portare ad amare di più la casa che la strada, la casa che la tenda ed anche perché facilmente potrebbero portare per così dire  alla sedentarizzazione spirituale, mentale, del cuore… tutte sedentarizzazioni pericolose e potrebbero tarpare le ali alla parresìa evangelica, alla libertà evangelica dell’annuncio. Per questo il missionario deve essere leggero, come è leggero uno che ha molto da camminare e ha da camminare velocemente e deve stare attento a recidere continuamente quel tessuto connettivo che può rischiare di imbrigliarlo e di trattenerlo, operazione dolorosa! Nella stessa direzione vanno anche le indicazioni sull’ospitalità, anche qui: l’ospitalità sì, ma finchè l’ospitalità risulta chiaramente un gesto di amore verso il vangelo, in modo che non si contraggano personali dipendenze nei riguardi di chicchessia. Questa libertà da tutto ciò che può invischiare i cammini dei piedi e del cuore del missionario è inteso come totalità di dedizione al vangelo, come totalità di appartenenza al regno; non ci possono essere altre appartenenze, perché la tua appartenenza è già data, è già detta! Questa insistenza sulla grande sobrietà fino alla povertà di mezzi, per dire che la missione ha un volto, che non accetta di avere altri volti, neppure il volto di chi ti ospita, di chi ti fa del bene, a meno che quel volto non sia anch’esso un vettore verso il vangelo, perché l’unico volto della missione è il volto di Gesù Cristo, è il volto del regno, ma dove sembrerebbe esserci come rischio un elemento di spengimento dell’umana ricchezza, dell’umana affettività, dell’umano effondersi del cuore, proprio qui questo invece è raccomandato, sempre come vettore sul regno e sul vangelo; perché dire che la missione ha un volto e che né i messaggeri, né gli apostoli… il volto che la missione ha è il volto di Gesù, vuol dire che noi dobbiamo dare un volto alla nostra missione, al nostro servizio missionario, dobbiamo dare un volto alle nostre chiese, alle nostre comunità cristiane, alle nostre strutture, alle nostre iniziative, alle nostre organizzazioni pastorali. Dare un volto vuol dire cercare prima di tutto e più di tutto l’incontro con la persona, con le persone, servendo l’incontro tra Gesù e le persone. Io me lo chiedo ogni tanto, soprattutto quando vado nelle parrocchie e dico quando la gente viene a suonare al campanello della canonica, apre la porta dei locali parrocchiali, varca la soglia delle nostre chiese, che faccia incontra? E tante volte mi viene l’impressione che incontri prima di tutto la faccia dell’organizzazione, della struttura, dell’adempimento, di quello che ti è richiesto, di quello che devi fare, se vuoi essere così! E allora tu vai a chiedere il battesimo per il bimbo e la faccia che tu trovi è quella del numero degli incontri, il quando, il come e il dove per ottenere il battesimo. Ti vuoi sposare? La stessa cosa! Il discorso della missione evangelica non è così! Prima di tutto la missione aiuta una persona qualsiasi che va per la sua strada e fa la sua vita a incontrare un volto, un’altra persona, un’altra vita, che esprime una ministerialità al volto di Gesù, quindi questa personalizzazione dell’incontro e del rapporto; il fatto che ciò che ti converte è un testimone, è una vita giocata, è un’esperienza coinvolta. L’organizzazione, la struttura, la compaginazione di una vita ecclesiale non deve mai essere soverchiante, non deve mai spegnere questa dimensione personale, questo volto che ha la missione. Ed ancora, sempre in questa linea l’indicazione che dà Gesù al versetto 11, un’indicazione ancora forte, proprio nel linguaggio giudiziario: “Se qualcuno poi non vi accoglie, scuotete anche la polvere dai vostri piedi a testimonianza per loro!”. Voi sapete che questo era un gesto che tutti i giudei osservanti facevano quando entravano nella terra di Israele, quando provenendo dalle nazioni pagane, prima di entrare nella terra santa di Israele scuotevano la polvere anche della terra pagana per non contaminare con la polvere della terra pagana la terra santa della Palestina. Dice Gesù: voi fate la stessa cosa! Chi vi rifiuta è per voi una terra pagana, è come un luogo senza Dio! Si ritorna alla serietà dell’annuncio, alla definitività, a quella presa di posizione definitiva e risolutiva a cui una vita è chiamata, quando è messa a fronte dell’evangelo.

E finalmente: la missione ha voce. La missione è l’annuncio della persona di Gesù, in cui il regno si fa presente dentro la vita delle persone e della gente. L’annuncio missionario non è un annuncio etico, è invece un annuncio evangelico, è l’annuncio del vangelo di Gesù Cristo, della buona notizia della presenza del regno nella persona di Gesù, perché non siamo noi a cambiarci, non sono le esortazioni di per se stesse che possono cambiarci, è l’incontro con Gesù, con la potenza della parola (kerìssein) che ci converte, che ci cambia. Nei confronti dei dodici, della loro opera, del loro compito missionario ritornano due verbi che sono caratteristici nel vangelo di Marco, il verbo kerìssein e il verbo metanoèin, che sono i due verbi, che voi incontrate nel capitolo primo, versetti 14-15, quando Marco introduce il suo vangelo dicendo che: Gesù cominciò ad andare ad annunciare il regno di Dio dicendo: “Il regno di Dio si è fatto vicino, convertitevi e credete!”. Ecco l’annuncio di Gesù è presentato come il kerìssein, la risposta da parte delle persone è presentata come il metanoèin, cioè il dinamismo fondamentale, elementare che realizza la presenza del regno: l’annuncio della parola e la risposta di conversione e questi due stessi verbi sono riferiti al cammino dei dodici, agli apostoli, quasi a dire che la sua vicenda continua in loro. Ed ancora, si fa pure riferimento a quello che i dodici in missione devono fare: scacciare i demoni, guarire i malati! Voi ricordate che questi nel vangelo di Marco sono i primi due miracoli compiuti da Gesù: il primo miracolo è stato la liberazione dal demonio nella sinagoga, il secondo miracolo è stato la guarigione della suocera di Pietro. Si ripropone e nell’annuncio e nei gesti dei missionari lo stesso annuncio e gli stessi gesti che hanno connotato la persona e il ministero di Gesù; allora certamente la missione ha voce, ma la voce che ha la missione è la voce stessa di Gesù che porta l’annuncio del regno, che porta l’annuncio del vangelo nella vita della gente. Concludiamo: la missione ha un volto, ha un centro, ha una voce… il centro, il volto e la voce della missione sono unicamente quelli di Gesù, che si riverberano, che si prolungano, si dilatano e giungono nella vita delle persone attraverso il ministero, l’annuncio, l’opera dei dodici, dei missionari.

 

 

 

OTTAVA MEDITAZIONE

 

Testo: Marco 10, 46-52

46 E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. 47 Costui, al sentire che c'era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». 48 Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
49 Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». 50 Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51 Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!». 52 E Gesù gli disse: «Va', la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.



Ci accostiamo al testo gradatamente, prima di tutto inquadrandolo nel contesto. Siamo alla fine di una sezione del vangelo, di quella che si è iniziata con la confessione di Pietro a Cesarea di Filippo (Mc 8) e che con questo episodio si chiude giungendo fino alle porte di Gerusalemme, perché il brano immediatamente successivo sarà l’ingresso messianico di Gesù nella città santa all’inizio della settimana pasquale, quindi l’ingresso nella vicenda pasquale. Alla conclusione di questa sezione del vangelo di Marco, sulla soglia degli eventi pasquali, noi incontriamo l’episodio di Bartimeo. Ed è questo un modo di procedere amato da parte di Marco, perché già l’intera prima parte del vangelo di Marco era stata chiusa nel capitolo 8, immediatamente prima della confessione di Cesarea di Filippo, con la guarigione del cieco di Betsaida. La strategia narrativa di Marco: al termine di una vicenda che è rivelazionale del mistero e della persona di Gesù e che è propositiva, perché pone l’annuncio del regno sulle soglie della vita, Marco termina queste unità narrative e tematiche con episodi di guarigione dei ciechi. E’ la fede che risponde alla rivelazione, perché il tema del vedere è un tema positivamente ambivalente ed è il vedere degli occhi come emergenza, come evidenza di una lucidità interiore che si è acquisita, di una capacità profonda di vedere che nell’incontro con Gesù l’uomo ha acquisito e che è la fede, il credere. Vedere come parabola del credere.

Questa narrazione sul cieco Bartimeo, proprio perché conclude la vicenda evangelica portandola sulle soglie degli eventi pasquali, è una narrazione di sintesi, dove noi troviamo raccordati tra loro molti temi che sono stati fortemente cari a Marco in tutta la narrazione del vangelo. Ritroviamo in maniera forte il tema della strada, in apertura e in chiusura della pericope, il tema del vedere, del credere (la fede), del seguire (il discepolato). Sono tematiche care all’evangelista Marco, che vengono raccolte in quest’ultimo brano prima di consegnarsi alle vicende di Pasqua e vengono raccordate attorno alla persona e alla vicenda del cieco Bartimeo. L’episodio è anche a livello stilistico uno dei punti più alti del vangelo di Marco, perché raggiunge un livello di freschezza, di immediatezza, di vivacità, raramente ravvisabile in altri passaggi del vangelo. Siamo di fronte a un bozzetto che sembrerebbe colto immediatamente dalla freschezza del vissuto. Bartimeo è un cieco; abbiamo nella narrazione della vicenda degli elementi che spingono potentemente verso la realtà storica e verso l’immediatezza della vita. Bartimeo è un cieco e come ogni cieco è un mendico, perché non può lavorare  e quindi deve vivere affidandosi alla generosità degli altri. Vive con le briciole della vita degli altri, però è un cieco furbo, perché sa giocare bene il proprio limite, sa scegliere il tempo e il luogo giusto per mettere a frutto la sua cecità. Difatti si colloca a mendicare lungo la strada che uscendo da Gerico va verso Gerusalemme (noi diremmo oggi all’imbocco di un’autostrada) e ci si mette nel periodo pasquale, quando i grossi flussi di pellegrinaggio transitavano proprio da quella strada e quando i pellegrini che andavano a celebrare la Pasqua a Gerusalemme avevano l’obbligo dell’elemosina, mentre compivano il pellegrinaggio per salire al tempio. Dunque Bartimeo coglie l’occasione e si mette all’uscita della città di Gerico, all’imbocco della strada principale, nel periodo pasquale, mentre la gente sta salendo a Gerusalemme per celebrare la Pasqua. E’ interessante anche quella allusione al mantello; sedeva sul suo mantello… è il mantello tanto caro al libro del Deuteronomio, è il mantello che serve al povero, di giorno per vestito e di notte per coperta. Bartimeo è un personaggio colto dalla vita, quasi afferrato al volo dall’esistenza, mentre il flusso della vita passa, questo personaggio viene colto narrativamente al volo, è un personaggio qualunque, che sboccia dentro la vita viva, che si colloca dentro la vicenda ordinaria della gente di una città. E’ una persona qualunque, immediatamente colta e dallo sguardo di Gesù e dalla penna dell’evangelista. Nello sforzo di Marco questo cieco siamo noi! Questo cieco che raccoglie la vita, che è preso immediatamente dalla concretezza fluida dell’esistenza, questo cieco siamo noi! Questo cieco è il lettore che viene come coinvolto in questo breve dinamismo di vita che è l’episodio dell’incontro con Gesù. Dov’è Bartimeo, quel Bartimeo che siamo noi? E’ seduto sul margine della strada e quella è la strada che porta a Gerusalemme, che porta verso la Pasqua. Dunque Bartimeo è un escluso dalla Pasqua, è sul ciglio del sentiero pasquale, che va da Gerico a Gerusalemme, ma è l’espressione di chi non può vivere la Pasqua di Gesù, che inizierà immediatamente dopo (questo è l’ultimo episodio prima dell’inizio della Pasqua). E’ l’espressione di coloro che sono esclusi dalla Pasqua di Gesù perché è cieco, non può vedere. Bartimeo è un seduto sul margine, è un marginale rispetto alla Pasqua di Cristo, perché non ha la vista, perché non ha la fede. E qui si scatena il dinamismo! Un evangelista come Marco che gioca e investe pochissimo sulla parola (troverete in Marco un Gesù che è stranamente silenzioso!), questo incontro tra Bartimeo e Gesù è tutto legato sulla serratezza di un dialogo, sull’incalzare  di un colloquio e ad aprire il dialogo è la povertà e la cecità di Bartimeo. La sua cecità diventa grido davanti a Cristo; la povertà di quest’uomo diventa un’implorazione che grida davanti al Signore, che cerca e che chiede l’incontro con lui; egli è cieco, non riesce ancora a credere, ma cerca e grida con tutto se stesso il desiderio, la voglia, l’implorazione dell’incontro. E’ la fede che grida, o almeno è l’avviarsi verso la fede che diventa nell’uomo desiderio, implorazione, grido verso l’incontro. Quest’uomo riesce a trasformare la propria cecità in un grido, a trasformare la propria povertà in una implorazione. Anziché irrigidirsi in essa, anziché difendersi in essa, anziché farne una specie di punta di aggressività verso gli altri che sono diversi da lui, che sono più ricchi di lui, perché a differenza di lui vedono, egli assume la propria cecità, povertà e la fa diventare grido e implorazione. E’ un primo forte messaggio che l’evangelista Marco lancia verso il lettore, poiché quel personaggio carpito dalla vita siamo noi e colui che sta percorrendo il vangelo di Marco, che è preso per mano da Marco, sta percorrendo la propria strada verso l’incontro con il Signore, poiché quel personaggio siamo noi… ecco la sfida che Marco ci lancia: trasforma la tua povertà in un grido, in una implorazione; trasformare le nostre povertà personali concretissime e prosaiche, le nostre povertà ecclesiali in un grido di fede, in una implorazione al Signore. C’è un’altra cosa che Marco ci dice, un po’ smaliziata a dire il vero ed è questa: attento, nel cammino verso l’incontro con Gesù devi camminare con le tue gambe e ci dice questo attraverso l’uso ambiguo della folla. Marco sembra quasi intenzionalmente giocare con umorismo su questo soggetto collettivo che è la folla. Quando Bartimeo comincia a gridare: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. La folla dice: stai zitto, cerca di soffocarlo, di rimuoverlo e quando Bartimeo, ancora più forte grida: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!” E Gesù dice: portatemelo! Allora la folla cambia immediatamente registro: “Su, coraggio! Ti cerca, vieni!”. Vedete il ruolo ambiguo della folla e come cambia! Prima è conculcante, dopo è promovente. Cammina sulle tue gambe, non aspettarti su questa strada di essere portato in braccio da qualcuno, soprattutto non pensare che questa strada sia percorribile da qualcun altro al posto tuo. C’è come dire uno sguardo umoristico e un po’ amaro sulla folla che ha questo ruolo di ostacolo-aiuto, ha soprattutto un’oscillanza che non la rende affidabile per il cammino della persona. La figura di Bartimeo è una figura in controtendenza, che va contro corrente e riesce a realizzare l’incontro con Gesù, proprio perché ha dentro di sé  l’urlo, il grido, il fiato per andare contro corrente e vincere la folla che cerca di spegnerlo. E’ interessante anche il modo con cui Bartimeo chiama Gesù: lo chiama figlio di Davide, che la dice lunga su qual era la testa di Bartimeo. L’espressione “figlio di Davide” appartiene a quello che noi immediatamente oggi chiamiamo il messianismo politico, vale a dire soprattutto il messianismo della povera gente, della gente che gemeva, che strideva e che aspettava un messia taumaturgo, di liberazione e di promozione anche sociale; era il titolo che ricorreva frequentemente sulla bocca del popolo della terra per indicare il messia che sarebbe venuto. Ancora una volta Bartimeo è l’espressione di questo messianismo popolare; non è una vicenda spiritualmente affinata quella di Bartimeo; non è una vicenda culturalmente forbita. Appartiene quest’uomo al popolo della terra, appartiene ed esprime le aspettative messianiche popolari, quello che la gente diceva del messia sul mercato, nelle botteghe, sulle piazze, nei crocicchi, la sera fuori casa quando prendeva il fresco, alla porta della città… è questo tipo di messianismo qui che traspare dal grido di Bartimeo! Ed ancora un’altra annotazione che l’evangelista Marco fa, quando Bartimeo va incontro a Cristo. Non dice Marco che va incontro a Gesù; usa dei verbi che sono in un certo senso enfatici: getta via il mantello, fa un balzo (per un cieco fare un balzo è molto pericoloso); scatta via da questa situazione, gettando via tutto quello che poteva impacciarlo, che poteva impedirlo e va non a tentoni, ma di slancio, di getto verso la persona di Gesù. Sono espressioni allusive, che cercano risonanza dentro l’anima del lettore, che cercano traduzione di vita, di comportamenti dentro l’esistenza di chi sta percorrendo il testo. E nell’incontro con Gesù Bartimeo ottiene quello che chiede e più di quello che chiede, perché a Gesù che gli domanda: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. Bartimeo risponde: “Rabbuni, che io riabbia la vista!”. E Gesù risponde: “La tua fede ti ha salvato!”. Ancora una volta questa polivalenza dei termini: il cieco chiede di vedere, ma quel vedere, ormai ce ne siamo accorti nella vicenda del miracolo, è qualcosa di più che il vedere degli occhi, è qualcosa di più che il vedere quel Gesù che gli sta dinanzi… è il vederlo in una maniera diversa, profonda. Bartimeo chiede la vista, ma ottiene da Gesù una vista che è di più della vista degli occhi, ottiene quella vista che è la fede e difatti Gesù gli risponde che la fede opera la salvezza. La tua fede ti ha salvato! E’ il tuo credere che ti dà quel vedere che tu cerchi; che non è semplicemente il vedere degli occhi, ma è il vedere della fede. E difatti il verbo usato ancora una volta è il verbo “sozo”, che vuol dire sanare e salvare contemporaneamente. Per cui la vicenda di questo cammino dalla cecità verso la vista è intesa da Marco e da Gesù come l’evidenziarsi, la parabola di un viaggio più profondo dalla non-fede verso la fede, dall’isolamento e dalla marginalità verso l’incontro con il Signore, che fa nascere la salvezza dentro la vita, accendendo la luce e avviando la vista della fede. E dopo questo: E subito (il tempo messianico che sta esplodendo dentro la vita della gente) vide, vide con gli occhi e vide con l’anima e qual è il primo gesto che fa appena l’anima si accende? Cominciò a seguirlo lungo la strada, il tempo messianico, il vedere dell’anima, il seguire Gesù lungo la strada, il diventare discepoli verso la Pasqua. Ecco il racconto termina su questi temi, tanto cari a Marco e fortemente evocativi per noi: il veder Gesù, il seguire Gesù, il diventare discepoli percorrendo la strada della sua Pasqua, entrando con lui in Gerusalemme. L’episodio immediatamente seguente è l’ingresso in Gerusalemme. Bartimeo ci rappresenta, ci accoglie, ci abbraccia, siamo noi! Di fronte a questo brano ciascuno di noi, la chiesa di oggi si deve chiedere quali sono le nostre possibili cecità? Quali sono le nostre personali cecità? Quali sono le cecità delle nostre comunità, nelle quali siamo presbiteri? Quali sono le cecità della chiesa oggi? Bartimeo da questa pagina di vangelo non chiama più soltanto il Signore, ma chiama la chiesa, noi… perché ciascuno di noi seguendo la trafila che lui ha rappresentato entri in contatto con le proprie cecità, trasformi le proprie cecità in grido e in implorazione, si slanci verso l’incontro con la persona di Gesù e dalla persona di Gesù riceva quella vista che è la luce dell’anima. Nella forza di questo incontro, nella luce che si sprigiona da questo incontro ciascuno di noi è capace di alzarsi dal ciglio della strada e di mettersi a camminare sulla strada dietro Gesù verso la Pasqua.



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