IL PERDONO CRISTIANO COME SENSO DELL'ETICA

Premetto subito che il tema è difficile da affrontare. Quando il Professor Sacchi me l’ha proposto io ho accettato perché mi fido di lui, ma confesso di non aver mai avuto il coraggio di lavorare su un argomento del genere perché comporta una serie di problematiche che, andando avanti con lo studio, rischiano di divenire infinite, soprattutto perché hanno a che fare con la vita e la natura dell'’uomo. Voglio però ringraziarvi di avermi invitato, e anche il Prof. Sacchi, perché mi avete dato l’occasione di approfondire un tema così importante.

Ho visto il programma che avete svolto fino a qui. Il Prof. Gargano ha parlato del problema della giustificazione e quindi dell'incapacità umana di salvarsi con le proprie forze, che è un presupposto al tema di stasera, che ha il titololo il perdono cristiano come senso dell’etica, e che si inserisce nel corso Dal fallimento dell’ideologia alla vita nella fede.

Ora, io credo che le ideologie siano un bagaglio che tutte le civiltà in qualche modo si portano dietro; magari oggi si può dire che ci sono un po’ meno ideologie rispetto al passato, ma tutto sommato ci sono ancora e credo anche che esse siano una sorta di contrazione di ciò che poteva essere stato un ideale. In origine quindi c’è un evento importante nella vita di un gruppo o di una persona considerato fondamentale per la vita degli uomini; dopo tale avvenimento e adesione ad esso si forma un gruppo che aderisce all'idea che tale fatto ha comportato; viene accolta e studiata. Poi, piano, piano, col passare del tempo e per vari motivi, quell’ideale si trasforma in ideologia. E l’ideologia naturalmente è una forma di «monumento» a ciò che dovrebbe essere l'ideale originario e, come tutti i monumenti, è fatto di pietra, è privo di vita.

 In linea generale, il cristianesimo è l’adesione da parte dell’uomo a un grande ideale, chiamiamolo così, che è Dio stesso, è Gesù, ed è un ideale che trasforma la vita. E’ forte, decisivo, che si basa sostanzialmente su in incontro più che su studi e riflessioni, più che su testi di teologia. Un giorno, Don Giorgio Mazzanti mi suggerì anche questa definizione di cristianesimo: è l'adesione da parte di un uomo, o anche di un gruppo, a un orizzonte dischiuso dall’incontro e dalla relazione con Gesù. Tento di tener presente un po’ questa idea di che cos’è il cristianesimo, perché mi pare piuttosto importante.

 Sull'argomento di stasera ho studiato molto, ma non vi elencherò tutte le fonti, gli scritti e le questioni interpretative, ma vi dico solo l’idea che mi è nata. Credo infatti utile e importante, quando si studia, di far circolare le idee che emergono.

Prima di tutto c’è un problema che riguarda tutti gli uomini, cristiani o no, ed è il fatto che si percepisce nella vita quotidiana un qualcosa che non va nel rapporto con gli altri e che attribuiamo a ciò che chiamiamo con la parola “male”. Non il male in senso astratto, ma il male come forza che non ci rende capaci di capirci, di parlarci, di non essere in grado, o anche solamente disposti, di accettare fino in fondo le differenze di un altro rispetto al nostro modo di vedere la vita. Aggiungo anche che forse per lo stesso motivo, non siamo disposti nemmeno di accettare le differenze con ciò che la natura ci mostra, al punto che sembriamo animati da una forza distruttiva nei suoi confronti.

C’è un problema che ha a che fare con l’ingiustizia tra gli uomini e, in senso più largo, con il creato: di fronte all’azione di un’altra persona io posso essere in grado di distinguere se questa azione è giusta o sbagliata. In noi dovrebbe esserci quello che si chiama il “senso del peccato”, siamo cioè in grado di giudicare, in linea generale, se un’azione è giusta o sbagliata. Sappiamo che rubare e uccidere è sbagliato. Se rispondiamo male a una persona sentiamo dentro il rimorso di coscienza, ed è un bene sentirlo. Naturalmente di fronte a un’azione sbagliata, fatta da me o da un’altra persona nei miei confronti, io posso dire un pensiero su questa azione, posso cioè dire se è stata un’azione giusta o un’azione cattiva, cioè si può formulare quello che si dice un giudizio. Questo secondo le categorie normali che possono anche essere sviluppate in ambiti che non riguardano più la vita quotidiana, come la criminalità, quindi la giurisprudenza. Possiamo distinguere il giudizio rispetto all’azione, possiamo distinguere anche un giudizio rispetto a una persona, più che all’azione di essa. C’è un grosso problema anche in questo caso: posso giudicare veramente una persona fino in fondo per quello che ha fatto, quindi posso vedere quella che è stata la sua intenzione?

Tutte queste domande al tempo di Gesù c’erano e si ponevano in vari modi. Ci sono tantissimi documenti che sono stati scritti ben prima della nascita di Gesù. Quello giudaico del periodo in cui è vissuto Gesù era un ambiente che aveva una grande attenzione al problema dell’ingiustizia, al problema anche del male e soprattutto al problema in fondo della salvezza. C’era una grande sensibilità e una grande consapevolezza ad esempio alla condizione umana - questo si vede nei profeti, pensate a Geremia, a Osea e a tanti altri -, al fatto che l’uomo è fatto in un certo modo e che pur impegnandosi tanto, pur mettendocela tutta, più di tanto non riesce a fare; a un certo punto c’è come un limite che non riesce a passare, questo limite in qualche modo lo può passare soltanto se c’è l’intervento di Dio, senza il quale l’uomo non può mettere in pratica gli insegnamenti che Dio ha dato tramite, per esempio, la Torah, il Pentateuco; e i Profeti in fondo ripetono tante volte questo concetto. E’ un concetto che si trova non soltanto nei testi biblici, ma anche in tanta altra letteratura non compresa nel canone, nei cosiddetti stessi apocrifi, o in testi scoperti nelle grotte di Qumran che mostrano in qualche modo questa preoccupazione e questa sensibilità.

Arrivando volevo leggervi un brevissimo brano di un testo che è stato scritto intorno al II secolo avanti Cristo, testo molto interessante anche perché molto attuale, Il libro dei misteri. C’è una profezia in questo testo che dice che finalmente un giorno l’uomo riuscirà a mettere in pratica gli insegnamenti di Dio, Dio finalmente gli darà l’intelligenza del cuore per poter capire quali sono i suoi comandamenti. In qualche modo segue la linea di Geremia quando dice che Dio metterà la legge nel cuore. L’autore del Libro dei misteri però si chiede: «Come posso sapere che questa profezia si avvererà?» Stranamente dice: «Da questo vi sarà noto che sarà irrevocabile (cioè la mia profezia) tutti i popoli non odiano forse l’ingiustizia? Eppure nella mano di tutti loro essa si incammina. Non è forse vero che dalla bocca di tutte le nazioni è udita la verità, c’è un labbro o una lingua perseverante in essa? Quale popolo desidera essere oppresso da uno più forte di lui? E chi desidera essere espropriato malamente dei suoi beni? Eppure quale popolo non ha oppresso il suo vicino?»

Non è un discorso retorico perché effettivamente è ciò che accade, è ciò che accadeva e ciò che accade ancora oggi, è l’humana conditio, come diceva un famoso testo di un grande studioso contemporaneo che si chiamava Norbert Elias, uno scampato ai campi di concentramento e che un giorno andò a fare una conferenza in Germania che intitolò proprio «Humana conditio». Quindi questa preoccupazione, questa particolare attenzione alla lettura dell’uomo è uno degli elementi che caratterizza la letteratura giudaica del tempo di Gesù e del tempo anche precedente, Gesù nasce in questa situazione culturale, in questa tensione e in questa preoccupazione: come fa a salvarsi l’uomo con questa sua inclinazione a commettere il male? A non riuscire a vivere rettamente? E’ vero ci sono uomini che tentano, si sforzano di vivere come Dio vorrebbe, ma non ci riescono fino in fondo.

In un altro manoscritto, sempre un frammento trovato nelle grotte di Qumran, si parla di coloro che riescono ad addirizzare e sono quelli che nel giorno del giudizio, alla fine dei tempi, vengono indicati come coloro che giudicheranno addirittura chi si è comportato empiamente e chi avrà cercato, come avevano fatto loro, di vivere rettamente, eppure anche loro non sono perfetti, solo Dio è perfetto.

Naturalmente tutta questa problematica ha spinto il pensiero giudaico. Questo è un pensiero complesso: non si deve pensare all’ebraismo, al giudaismo come monolite, come a una religione con una dottrina chiara ed univoca per tutti, ma la stessa Bibbia così come si presenta a noi, è un insieme di testi che hanno delle differenze anche di pensiero notevoli; non si può pensare alla Bibbia come se fosse stata scritta da un unico autore, da un unico pensiero, è il risultato di un grosso dibattito che è corso nei secoli e che, certamente al tempo di Gesù aveva già raggiunto degli sviluppi e anche un tono drammatico non da poco. Lo stesso cosiddetto N.T. mostra, se vogliamo, non una linea continua e ben precisa, ma ha delle differenze; i testi che compongono il N.T. essi stessi rappresentano anche dei modi di interpretare certe problematiche differenti, naturalmente alla luce dell’evento di Gesù.

Ho detto tutto questo, per arrivare al discorso del perdono, ovviamente, per dire che esisteva questa preoccupazione per l’uomo in quanto l’uomo è importante. Nel giudaismo l’uomo è importante perché è fatto a immagine di Dio, questa è un’idea che comunque rimane viva, rimane presente in moltissimi testi, l’uomo ha questa dignità, Dio ha creato l’uomo, la storia ha un senso. Per quanto il concetto di storia non è un concetto così banale, per esempio si può dire che in tutte le correnti giudaiche, la storia ha avuto inizio e un giorno finirà, come dire che c’è un punto, un inizio, e una fine che viene poi presentata in vari modi, secondo i testi che ne trattano. In questa fine naturalmente avverrà qualcosa che ha a che fare con il comportamento dell’uomo e quindi con la natura dell’uomo. Dio in quel momento, finalmente, darà la risposta a tutti questi problemi che si ponevano: nonostante il fatto che noi popolo eletto abbiamo incontrato Dio, nonostante Dio ci abbia dato le Tavole della legge, nonostante Dio ci abbia scelto, ci abbia fatto delle promesse, abbiamo stretto un patto con Lui, nonostante tutto questo, come mai continuiamo a non essere perfetti? Come è possibile che continuiamo a vedere il male, che continuiamo a farci del male? Domande che tutto sommato non sono molto retoriche. E finalmente alla fine dei tempi ci sarà questo giudizio. Finalmente Dio libererà l’uomo, da che cosa? Dal peccato.

Anche il concetto di peccato non è un concetto semplice, non è assolutamente banale, sulla questione del peccato mi dovrei attardare a lungo. Addirittura all’epoca di Gesù veniva anche spesso identificato con il problema dell’impurità, una sorta di macchia che uno si porta dietro e se la porta perché, magari ha toccato, si è avvicinato, a determinate cose che sono contaminate, non perché hanno un male in sé, ma perché hanno una forza che in qualche modo depotenzia l’uomo, lo rende più debole. Anche tutta la sfera del sacro, se volete, è un qualcosa di depotenziante, in qualche modo genera una forma di indebolimento dell’uomo: guardare in faccia Dio non è possibile, anche gli oggetti del culto devono essere toccati e usati con una certa cautela, il sacerdote non può compiere determinate cose se prima non ha adempiuto alcuni riti.

Perché dico questo? Perché, ad esempio, all’epoca di Gesù, se leggiamo il capitolo IV di Marco, troviamo che Gesù dice:« Non sono le cose di fuori che contaminano l’uomo, ma sono piuttosto quelle che vengono dal nostro cuore». E’ da dentro di noi, dunque, che esce fuori l’iniquità, il male. Quindi Gesù ha detto che il male è dentro l’uomo, anche se, però, Gesù non parla mai del male in senso generale, perché probabilmente era chiaro a tutti, tutti sapevano più o meno da che cosa veniva il male, che doveva essere il diavolo. Per esempio c’è la parabola della zizzania: il diavolo semina la zizzania che però un giorno verrà separata e si ritorna al discorso del giudizio.

Allora: la remissione dei peccati avviene alla fine dei tempi, la può fare soltanto una persona particolare, che in genere viene indicato in molti scritti nel Messia, oppure Dio stesso. In alcuni scritti si dice che il Messia giudicherà e che Dio rimetterà i peccati, o viceversa, o tutti e due, ma questo non è importante, ve lo dico semplicemente per chiarire quali erano i problemi, diciamo, più sentiti.

Gesù arriva in questo contesto. Tutti i Vangeli, fra l’altro, presentano Gesù tramite un’altra figura, Giovanni il Battista, un profeta che vive nel deserto, che vive una vita ascetica, fa un esercizio di ascetismo tale che gli permette di essere distaccato da tutto ciò che in qualche modo poteva probabilmente contaminarlo, quindi per lui il problema dell’impurità era sentito, però battezzava nel Giordano i peccatori. Naturalmente se Giovanni Battista avesse identificato il peccatore con l’impuro non l’avrebbe battezzato, quindi probabilmente per Giovanni Battista il peccato era su un altro piano rispetto all’impurità, però non voglio entrare in questo problema che è abbastanza complesso. Quello che volevo però dire è che Giovanni Battista predicava un battesimo per il perdono dei peccati, un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Questo non significa quindi che Giovanni Battista, battezzando, perdonasse i peccati, dice però che dopo di lui, sarebbe venuto uno che, invece, avrebbe perdonato i peccati, uno più forte di lui, uno che avrebbe battezzato con Spirito santo e con fuoco, come troviamo in Luca.

Quindi Giovanni il Battista battezza perché le persone che si presentavano davanti a lui, si convertissero e quindi dovessero confessare i loro peccati. La confessione dei peccati era importante, era quindi la pratica che aiutava in qualche modo la conversione, però questo era il punto di arrivo di Giovanni. Gesù invece, da quello che vediamo poi dopo nella lettura dei Vangeli, richiede normalmente il pentimento e quindi in qualche modo la metanoia, la conversione, poi perdona, a parte il caso, come ricorda anche Paolo Sacchi nel suo libro Gesù e la sua gente, del paralitico al quale invece Gesù non chiede se si è pentito del suo peccato. In questo caso lo fa per testimoniare il fatto che lui è veramente il Figlio dell’uomo, espressione con cui ci si riferiva al Messia; Figlio dell’uomo, infatti, era un titolo messianico come si legge in un testo importantissimo che è Il libro delle parabole, testo scritto circa 30, 40 anni a. C., nel primo secolo.

Con tutto questo spero di non avervi appesantito un po’ la serata, era un po’ la premessa a quanto volevo dire. Gesù, quando incomincia a presentarsi come il Messia, per lo meno a presentarsi come colui che ama il mondo, ama le persone, colui che cerca di dare una risposta, ma non in senso razionale, ma proprio perché era nella sua natura di dare queste risposte (in fondo Gesù rappresenta veramente la speranza d’Israele), rimette i peccati, è colui che può perdonare i peccati. E’ quello che effettivamente molti testi aspettavano, dicevano che soltanto il Messia poteva farlo, in molti testi si parlava del Messia come di colui che poteva rimettere i peccati. Ora, di quali peccati si parla? Si torna al solito discorso di prima: i peccati possono essere naturalmente quelli che si riferiscono al Decalogo, poi dal Decalogo ci sono tante altre distinzioni che possono riguardare tutto l’agire iniquo dell’uomo.

Certamente, però, Gesù si riferisce più che altro all’iniquità che c’è nell’uomo e quindi se è vero, ed io credo che sia effettivamente un passo autentico di Gesù quello di Marco della guarigione del paralitico, se è vero che fa il miracolo di far camminare questo uomo che non aveva mai camminato, è vero anche che riesce a trasformare in qualche modo il cuore dell’uomo che ha questa iniquità dentro. Quindi di fatto, alla fine, - questo poi si sviluppa anche tanto in Giovanni, mi sembra - ciò che Gesù è capace di fare è quello di trasformare, appunto, il cuore dell’uomo in un cuore nuovo, dà cioè una capacità all’uomo che è inaspettata.

Non si dovrà attendere la fine dei tempi per poter avere questo cuore nuovo, ma con la presenza di Gesù e con Gesù in mezzo a noi, con la presenza viva di Gesù, ciò è possibile, diversamente non è possibile. Non entro sul peccato che non può essere perdonato perché è un discorso grosso: Gesù a un certo punto dice, in Marco, che tutti i peccati saranno perdonati, meno uno, il peccato contro lo Spirito Santo. Secondo me, da quello che ho capito, lo Spirito Santo può essere anche inteso proprio come l’azione salvifica di Dio, cioè quando incontro Gesù, ho comunque la grazia di Dio, posso dire sì o no e dire sì o no alla grazia di Dio può dipendere da tanti motivi, ma certamente se io volontariamente accetto l’assurdo di non accogliere l’azione salvifica di Dio, perché l’azione salvifica di Dio se c’è Gesù davanti è esplicita, a quel punto non posso essere perdonato. L’assurdità è che quando Gesù fa questa affermazione è quando guarisce l’indemoniato e lo accusano di liberare l’indemoniato dal diavolo per mezzo del diavolo e addirittura lo accusano, sempre in Marco, di essere un indemoniato lui stesso, di essere posseduto dal demonio, quindi l’assurdità per l’assurdità.

Tutto questo fa parte della problematica del periodo in cui è vissuto Gesù. Gesù dicendo di essere colui che può rimettere i peccati, nell’episodio di Marco, è già qualcosa di eclatante, di importante, già un punto nuovo rispetto al giudaismo perché si presenta come Messia. Se fino ad allora si poteva pensare che chi poteva perdonare era solo il Messia, e questo poteva avvenire soltanto alla fine dei tempi, noi vediamo che Gesù lo fa già nel momento presente, nel momento in cui vive, e uno potrebbe anche dire che la fine dei tempi è nel momento in cui c’è Gesù, ma invece Gesù dice: «Dovete perdonare l’uno all’altro» e questo fatto provoca un problema di non piccolo conto proprio rispetto alla problematica che riguarda l’escatologia, cioè qualcosa che riguarda la fine dei tempi. Come faccio a pensare che questa azione salvifica che però è definitiva, la cosa più importante tutto sommato, avveniva adesso, adesso che sono vivo, adesso che ho sotto gli occhi ancora dell’ingiustizia, mentre vedo che questo vino nuovo ancora non c’è, ancora ci sono i Romani in Israele, ancora, per l’oggi posso dire, che ci sono tutte le guerre, tutte le ingiustizie che ci sono? Come è possibile che un evento così importante come quello del perdono dei peccati avvenga adesso e non solo, ma noi possiamo, anzi dobbiamo continuarlo? E’ l’idea che Gesù non dà come un comandamento - il comandamento nuovo è «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato» - però dice che Dio «misurerà voi in base a quanto voi avete misurato gli altri»; dice che Dio perdonerà noi in base a quanto noi abbiamo perdonato agli altri, non solo, ma dice anche, in Marco, che non possiamo pregare se abbiamo qualcosa in sospeso con qualcun altro, se non abbiamo prima perdonato questa persona. Sono questioni non piccole, sono piuttosto importanti.

Intanto, come faccio a perdonare? Potrà sembrare banale o stupido, però onestamente: è possibile perdonare? Cioè posso dire fino in fondo che sono così bravo da perdonare l’altro? I discepoli di Gesù erano consapevoli, ma credo anche oggi, che ciò non era possibile, non siamo nemmeno capaci di rimettersi in pari con ciò che Dio ci comanda, tanto più come possiamo fare una cosa che solo il Messia può fare, Dio stesso può fare? Dio è perfetto, solo Dio è buono, anche Gesù lo dice. «Chi potrà salvarsi?» – gli domanda Pietro. Si ritorna al discorso di prima: effettivamente è solo Gesù colui che, se è con noi, permette all’uomo di fare determinate cose, diversamente non è possibile, non è concesso in qualche modo alla natura umana. Questo secondo il pensiero degli scritti biblici, degli scritti apocrifi e di tanti altri manoscritti, ma anche secondo il semplice buon senso.

In certi casi si può anche dire che è disumano perdonare: come si fa a perdonare gli aguzzini? Prima vi citavo Norbert Elias: come si fa a perdonare i nazisti? Chiaramente se io pongo questa problematica in questa prospettiva, nella prospettiva della giustizia umana, diventa impossibile pensare al perdono. Oppure, oggi, la pena di morte, il perdonismo - brutta espressione per dire che bisogna perdonare sempre, perdonare questo e quest’altro, i terroristi e via di seguito -. Io penso che bisogna dire, alla luce di quello che leggo nei Vangeli e di quello che leggo anche in altri testi se il perdono del Messia ha a che fare con tutto questo, se io dico che il criminale che ha rubato, che ha ucciso, lo posso perdonare, commetto comunque un’ingiustizia - se sono un magistrato per esempio - nei confronti di chi ha subito il danno. Io non credo che Gesù parlasse in questi termini, non è questo il discorso del perdono.

Un episodio che è riportato in Giovanni, che non tutti i Codici riportano (Il significato del Codice. I testi antichi, quindi anche i Vangeli, sono stati poi copiati in altri fogli, papiri, pergamene ecc. In certi fogli antichi che abbiamo che riprendono i Vangeli ci sono passi che mancano: in alcuni ci sono, in altri no e questo a volte può significare che magari quel brano che manca, se manca soprattutto in manoscritti più antichi, probabilmente non è un brano originale, ma è stato aggiunto dopo ).Tuttavia questo brano che si ritrova in Giovanni a mio parere spiega qualcosa riguardo alla faccenda del perdono, e del giudizio di come ne stiamo parlando adesso. Si tratta dell’episodio dell’adultera:

«Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio. Postala nel mezzo gli dicono: <Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio, ora Mosè nella legge ci ha comandato di lapidare donne come questa, tu che ne dici?> Ma Gesù chinatosi si mise a scrivere col dito per terra e siccome insistevano a interrogarlo, alzò il capo e disse loro: <Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei.> Chinatosi di nuovo scriveva per terra, ma quelli udito ciò se ne andarono uno per uno cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: <Donna dove sono? Nessuno ti ha condannata?> Ed essa rispose: <Nessuno, Signore>. E Gesù le disse: <Neanch’io ti condanno. Va’ e d’ora in poi non peccare mai più.> »

Vi ricordate, Gesù ha detto di non giudicare, perché con il giudizio rivolto agli altri saremo giudicati da Dio. Se è vero che chi non giudica non sarà giudicato, per lo meno non sarà pesato secondo il giudizio che ha fatto, e quindi chi non condanna non sarà condannato ( ed ecco il problema della condanna) allora l’adultera, che non apre bocca fino a quando Gesù non la interpella, sta zitta (questa immagine è molto esemplare) – probabilmente perché è consapevole di ciò che aveva commesso, delle conseguenze che la situazione comportava se colta nel fatto come in effetti era successo – io penso che si salvi soprattutto perché non ha giudicato lei per prima e non tanto perché i suoi accusatori si sono resi conto di non essere migliori di lei e dunque in grado di condannarla. E Gesù infatti alla fine le dice che nemmeno lui la condanna. Ed è importante in questo episodio la passività di Gesù che attende, aspetta: attende che si mettano le cose a posto. In fondo il messaggio nascosto in questo episodio sta proprio nel fatto che la donna non aveva giudicato ed era consapevole dei suoi errori. Era una cosa nota che l’adulterio avrebbe comportato una condanna del genere e che comunque era una cosa iniqua, una cosa sbagliata. Il senso di questo brano dovrebbe dire questo: l’attesa di Gesù viene mostrata mentre scrive con il dito per terra, non stava facendo altro, aspettava, ma era la donna che si metteva nell’attesa della salvezza, nella condizione giusta di essere salvata da Gesù, di non essere condannata da Dio, di non essere giudicata da Dio. Non sto a parlarvi della questione del perdono comunitario, magari forse dopo avrete tempo di affrontarla meglio, quella da cui probabilmente, è nato il sacramento della riconciliazione, perché dovete ricordare che a un certo punto si domanda a Gesù: «Quante volte posso perdonare al fratello?» E Gesù risponde: «Non una, ma settanta volte sette» per sempre, però si capisce «al mio fratello» e in qualche modo poi troviamo la stessa cosa in Luca, però qui si dice addirittura che io posso perdonare settanta volte sette al mio fratello se però lui si pente di quello che ha fatto e quindi in qualche modo entra un po’ il discorso che io per perdonare al mio fratello devo attendere il suo pentimento e in qualche modo imita l’azione di Gesù che chiede il pentimento da parte del peccatore prima di perdonarlo. Però direi che non è ciò che dà il senso alla questione del perdono, ve lo dico anche perché ci sono altri testi, altri documenti che parlano di cose analoghe, non proprio uguali, ma che si avvicinano molto a questo discorso della correzione fraterna in documenti trovati nelle grotte di Qumran, ma anche nell’A.T. Quello che è importante, dicevo, è questo fatto del perdono gratuito: non devo pensarlo, quindi, come un atto che presuppone sempre il pentimento di chi ha un torto nei miei confronti. Gesù addirittura in un passo lungo di Luca, mette il discorso di non giudicare anche nel discorso di amare il nemico, di fare del bene a chi fa del male…,quindi è chiaro che qui si tratta di un atto gratuito, non di un atto che richiede una riparazione del danno con il pentimento e ritorno al discorso della questione dello Spirito Santo per capire meglio il discorso del perdono. Gesù dicendo che se io non perdono al prossimo Dio non perdona a me, mette nella condizione l’uomo, come appunto l’adultera, di attendere la grazia di Dio, cioè lo Spirito Santo. E’ questo ciò che salva. Se io riesco a perdonare il prossimo, lo faccio, primo perché non mi sento migliore di nessuno, cioè in qualche modo sono convertito nel senso che so di essere peccatore come gli altri, secondo, io metto nella condizione chi sto perdonando di fare agire anche in lui lo Spirito Santo, cioè l’azione misericordiosa di Dio e la grazia sua. Quindi in qualche modo si può anche dire, come altra conclusione di tutto quello che ho detto fino ad ora, è che rispetto a Giovanni Battista Gesù richiede, a chi lo vuole seguire, a chi si vuole salvare, oltre che al pentimento, alla confessione e alla conversione, chiede di perdonare il prossimo e, se volete, ci si salva non nel momento in cui Dio ci perdona, ma nel momento in cui noi perdoniamo al prossimo, perché se io perdono al prossimo, allora Dio perdonerà me. Questo è possibile solo, ripeto, se c’è la grazia di Dio, se c’è una vera conversione, diversamente non è pensabile. Gesù lo dice in tanti modi che in fondo è lui che deve essere presente, è lui che è in mezzo a noi, è lui che è nel prossimo e dunque è nel cuore di chi amiamo e di chi perdoniamo. Quindi, Gesù, come uomo del suo tempo, prende delle idee preesistenti nel mondo giudaico, però le rende nuove, la novità assoluta sta nel dare questa nuova luce a un’idea che già esisteva e che era quella del perdono dei peccati. Utilizzando un po’ di categorie di oggi compie, sotto certi aspetti, un atto rivoluzionario, cioè utilizza delle categorie mentali dell’epoca in un modo completamente nuovo, al punto che o si capisce o non si capisce, cioè ci vuole la grazia di Dio. Ora io non credo che con quello che ho detto fino ad ora si possa esaurire assolutamente questo discorso e vorrei aggiungere altre riflessioni, se volete, se c’è ancora un po’ di tempo.

Se il perdono cristiano è elemento costitutivo dell’etica cristiana e se esso nasce da chi è in grado di porgere l’altra guancia, come si legge nel brano di Luca (6,29), allora si potrebbe pensare che il fine dell’insegnamento di Gesù non è stato quello di rendere la terra un luogo di pace, ma qualcos’altro visto che il cristianesimo esiste da duemila anni e che l’umanità odierna, a parte il progresso tecnologico, non mostra molte differenze rispetto a quella del passato. Come mai dopo duemila anni di Cristianesimo il mondo non è che sia tanto cambiato e tutto sommato i problemi di fondo di duemila anni fa sono più o meno rimasti uguali?

E non è per fare i soliti discorsi pessimisti o cose di questo genere, ma proprio realistici: la storia è questa. Allora cosa significa questo? Significa che chi ha accolto il cristianesimo non ha vissuto il cristianesimo? Che cosa ha accolto allora, che cosa ha capito del cristianesimo? Qualcuno potrebbe però dire che se l’umanità è così, è perché non ha messo in pratica l’insegnamento di Gesù. Eppure la storia del cristianesimo mostra esempi mirabili di persone che hanno fatto cose straordinarie proprio perché hanno messo in pratica gli insegnamenti di Gesù. Nel cristianesimo ci sono state delle personalità straordinarie che hanno veramente amato Gesù al punto di essere un po’ come lui. Penso a Francesco d’Assisi. Francesco aveva questa nuova visione dell’umanità, ma perché? Perché aveva un rapporto profondissimo con Gesù. L’aspetto mistico di Francesco che in genere non viene affrontato mai, è fondamentale. Non credo che la mistica sia una cosa che è al di fuori della vita degli uomini, non posso intendere che il rapporto con Dio come qualcosa che può avvenire solo all’interno della vita di un convento o nel deserto, io devo intendere il rapporto con Dio come qualcosa che può avvenire nella vita di tutti i giorni, altrimenti il senso del Vangelo, della buona Novella, non avrebbe alcun significato, sarebbe lettera morta.

Penso che il perdono cristiano, come anche l’amore al prossimo, il porgere l’altra guancia, l’amore al nemico, rimarrà insegnamento senza senso fino a quando l’uomo non avrà cambiato radicalmente il suo rapporto con Dio e con tutto ciò che lo circonda. Sia Gesù, sia l’esempio di personalità cristiane nei secoli fino a oggi, dimostrano chiaramente che tutto quello che si può chiamare cristianamente etico nasce conseguentemente dal rapporto che la persona ha con Dio: più precisamente dal rapporto che l’uomo ha con Gesù che può avere, con i termini di oggi, le dinamiche della mistica. Non si deve intendere però la mistica come quella prassi che, per essere vissuta, ha bisogno dell’allontanamento dalla vita degli uomini. Non tutti sono adatti alla vita monacale. Penso che si tratti, come insegna sempre Gesù, della capacità di avere un certo tipo di attenzione, una sorta di nuova sensibilità che si ha con un cuore nuovo che rende capaci di amore gratuito, e l’amore è sempre gratuito, e di perdono.

Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato. Nel perdonare non è che devo dimenticare le colpe dell’altro, perché la memoria è qualcosa che abbiamo, ma trasformare in qualche modo la visione che ho dell’altro in una nuova visione; perdonando guardo con occhi nuovi, ho cioè la visione di ciò che l’altro è agli occhi di Dio. Non potrei pensare in altro modo, altrimenti si rientra dentro a tutta una casistica di possibilità di perdono più o meno possibile. Entro in una nuova mentalità per cui l’umanità ha un aspetto diverso e io stesso sono diverso, c’è poco da fare. Questo non significa, però, cancellare il male, il male che c’è nell’umanità e il male che c’è in me; non significa negare la storia, non significa nulla di tutto questo, però significa che io faccio attenzione ad altre cose rispetto al male. Cerco di spiegarmi un po’ meglio. Se io penso che l’idea del perdono sia questa, mi posso anche chiedere se il messaggio di Gesù sia solo per alcuni, ma Gesù ha parlato a tutti.

Io credo che il perdono ha a che fare con questa nuova visione del mondo con un nuovo tipo di rapporto che si viene a creare con gli altri uomini, ma grazie alla presenza di Gesù e che questa presenza di Gesù si può ottenere mediante ciò che lui stesso ci ha insegnato, la preghiera.

Anche qui ci sarebbe tantissimo da dire: non si deve intendere per preghiera soltanto l’orazione, semplicemente una ripetizione meccanica di certe parole, Gesù viene presentato spesso a pregare, spesso appartato, spesso in colloquio con Dio Padre. Questo aspetto del rapporto personale tra l’uomo e Dio e tra Gesù e il Padre è un aspetto fondamentale, altrimenti non è pensabile questo perdono, non è pensabile questa nuova visione dell’umanità e dell’uomo. Cioè, in pratica, allora come oggi, senza questa presenza viva di Gesù non sarebbe possibile vivere il Vangelo.

Aggiungo anche un’altra cosa - io la sento molto – che mi sembra importante: l’atto del perdono non è un atto razionale. In che senso? E’ un atto irrazionale, proprio irrazionale. Io non posso calcolare l’effetto dell’azione verso il prossimo, io so solo che questa azione deve essere fatta, senza attendermi qualcosa in cambio, diversamente significherebbe non giungere a nulla, perché il ragionamento non sarebbe mai in grado di rassicurare chi vuole agire da cristiano. Cioè, se io facessi dei calcoli e dicessi che d’ora in avanti voglio essere cristiano per realizzarmi, se io dicessi che incomincio a perdonare il prossimo perché così riesco creare una società migliore, già è un calcolo razionale. Una mia impressione: dopo aver fatto lo studio su questo argomento ho guardato un po’ la bibliografia e mi sono accorto che non c’è quasi nulla sul perdono, c’è molto poco. Il mio non è un giudizio perché non sono un esperto e non posso nemmeno darvi una risposta chiara al motivo per cui c’è molto poco sul perdono, a parte il discorso del il sacramento della riconciliazione, ma la mia impressione è che appunto sia poco afferrabile dalla ragione questo discorso sul perdono e quindi in fondo la teologia, essendo una materia, o scienza, che deve usare molto la ragione, tutti hanno avuto un po’ paura a parlarne. Io sono ignorante e forse per questo ho potuto farlo, ho provato, non ci perdo nulla.

Tornando al discorso della mistica, in base alle testimonianze che si hanno, - non del cristianesimo, ma anche del giudaismo in riferimento per esempio al Cantico dei Cantici, ai profeti come Osea e Geremia, ad alcuni Inni qumranici –, il rapporto che Dio chiede di avere con l’uomo si basa sulla fiducia, in un certo modo reciproca, molto simile alla fiducia che si danno due amanti. Essa non si basa sul calcolo e sul profitto e ha bisogno, perché il rapporto funzioni, della donazione senza riserve da entrambe le parti. La grandezza dei patriarchi, a partire da Abramo, è stata questa fiducia in Dio e, credo di poter dire, d’altra parte, che la grandezza di Dio è stata quella di dare fiducia a loro. Portare questo rapporto fra l’uomo e Dio, non da società, significa produrre una rivoluzione di proporzioni inimmaginabili. Per il principio presente in tutti i testi biblici che l’immagine dell’uomo rimanda a quella di Dio, il rapporto mistico, perché fatto di donazione, spiega la capacità dell’uomo di amare l’altro uomo, altrimenti questo non sarebbe possibile, o per lo meno sarebbe un amore non della misura che diceva Gesù, quella misura che permette il perdono. Se posso amare l’uomo in quanto amandolo amo Dio, sono capace del perdono perché ho sempre davanti agli occhi ciò che il prossimo richiama, cioè l’immagine di Dio stesso. Così io perdono perché ho anche l’immagine di Dio di me stesso e so che Dio mi perdona, se io lo perdono nel fratello ( che sembra un paradosso ). Il Dio di Gesù non può essere imbrigliato quindi in un’istituzione per il semplice motivo che è un Dio vivente, è il Dio dei vivi, non un monumento a qualcosa o a un’idea di se stesso, il Dio di Gesù è un Dio che, come l’amante del Cantico, anela alla sua amata, se si vuole, con una tensione irrazionale, impulsiva e violenta. Di questo l’uomo, pur provando fascino, ha paura, come ha paura di innamorarsi perdutamente di qualcuno. Spesso l’uomo a questo amore totale preferisce le immagini speculari di ciò che potrebbe essere questo rapporto, e che, in quanto immagini speculari sono l’opposto dell’amore vero.

L’amore non corrisposto è uno dei drammi più profondi del creato intero, per cui si può dire che tutto il contrario dell’amore, e cioè la guerra, l’odio, la distruzione della natura…, è il frutto di questa ritrazione dell’uomo di fronte alla dichiarazione d’amore che Dio ha fatto con il messaggio di Gesù e anche in molti altri modi: Dio si è manifestato all’uomo anche in altri modi, compreso l’immenso dono del creato e anche dell’età infantile: l’età infantile secondo me è un dono bellissimo.

Facendo uno sforzo enorme per togliere le distanze tra Dio e l’uomo si può percepire che Dio vorrebbe amare l’uomo e che si farebbe amare da lui, per cui che la reale differenza fra Lui e l’uomo, forse quella più sostanziale, consiste in questo: che l’uomo prova (per un motivo in realtà misterioso) paura ad abbandonarsi a questo rapporto e questa paura sia a volte quasi invincibile.

Il perdono in questa ottica, nasce solo dal cuore dell’uomo amante Dio, da un uomo libero che si è fatto schiavo dell’amato, sapendo che l’amato si è reso schiavo a lui. Il perdono non è imperativo morale – mi veniva in mente Kant mentre scrivevo – perché non nasce dalla ragione, ma è imperativo dell’amore, cioè che scaturisce dal rapporto che si è venuto a creare tra colui che perdona e Dio, tra colui che perdona e colui che viene perdonato. Dio ama, così, anche se stesso, ma non in modo egoistico, perché l’amore che ha per se stesso è l’amore nato dall’uomo che si sente amato e che lo ama perdonando al prossimo.

Dio, come hanno promesso molti dei testi citati, giudicherà l’uomo per la sua condotta alla fine dei tempi non perché lo odia. Ho l’impressione che il giudizio di Dio, se ci si attiene agli scritti che ne parlano, compresi i vangeli, avvenga già nel momento in cui l’uomo odia e giudica e condanna il prossimo e che tale giudizio non sia altro che il porgere, da parte di Dio, uno specchio davanti ai suoi occhi. Lo specchio, se ancora si è in vita, si potrà cercare di non guardarlo, ma alla fine succederà e comporterà la propria condanna, inevitabile e terribile, perché consisterà nel vedere esattamente quello che si è e quello che non siamo stati. In quello specchio vedremo con rammarico infinito coloro che non abbiamo amato; i rapporti d’amore che non abbiamo accolto; la mano del figlio che non abbiamo stretta. Sarà inoppugnabile. In quell’istante il giudizio di Dio si porrà in quanto l’uomo che ha giudicato, spinto dall’odio, si era messo fuori dal rapporto che avrebbe dovuto avere la creatura con Dio. Mettersi fuori dall’amore, significa condannarsi; odiare, significa ritrarsi dall’amore di Dio e dalla vita. Mettersi fuori dall’amore, significa distruggere e anche essere distrutti. Mi pare che non sia banale affermare che è esattamente ciò che avviene un po’ dappertutto, e che la storia dell’umanità mostri molti esempi al riguardo.

Sicuramente è vero che non è facile non giudicare. Anzi, se si prova a non giudicare, ci si può sentire dire che si è stolti e incapaci di vivere in questo mondo. Che si è ingenui. Però se si coltivasse di più l’attenzione a chi, come succede a ciascuno di noi, si sente piccolo e ha bisogno di essere amato, consolato, aiutato e anche stimato, probabilmente avremmo meno spazio nel nostro cuore per il giudizio e la condanna.



  Giovanni Ibba       
12 Febbraio 2004