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TUTTI FIGLI DI ABRAMO
Nel libro della Genesi l’episodio della visita del Signore ad Abramo sotto le sembianze dei tre uomini a Mamre è un’immagine della vocazione d’Israele e dell’umanità. Il dialogo che si svolge tra il patriarca e Dio avviene in modo franco e diretto. Abramo riconosce subito nei tre personaggi il Signore, e li tratta come si conviene con lo straniero. Il Signore chiede di Sara e dice che partorirà un figlio. Sara ride. Alla domanda del Signore del perché avesse riso, Sara nega di averlo fatto. Ma il Signore risponde: “Tu hai riso”.
Il racconto prosegue con l’immagine del Signore, sempre sotto l’aspetto dei tre uomini, che vuole vedere dall’alto Sodoma per accertarsi quello che aveva sentito dire, cioè che vi erano uomini cattivi. Il Signore dice ad Abramo che vuole confidargli il destino che ha pensato per gli abitanti della città, e lo vuol fare perché “Abramo dovrà diventare una nazione grande e potente e in lui si diranno benedette tutte le nazioni della terra” (18, 18).
Perché si diranno benedette tutte le nazioni della terra?
Il motivo sta nel fatto che Isacco, che Sara partorirà, nasce da un dono, un dono dato a un uomo e alla sua donna da Dio, di cui loro si erano fidati e che avevano amato. L’amore, questo è il messaggio, è fecondo, per cui è benedizione, è vita. Questa benedizione che passa da Abramo e da Sara non può contenersi e va da Isacco a Israele e a tutte le nazioni della terra. Abramo e Sara diventano il cuore dell’umanità che si scopre creatura di Dio. Come Adamo ed Eva, Abramo e Sara sono l’inizio di qualcosa di grande: sono coloro che trasmettono la vita per grazia di Dio e che, per questo, inaugurano una nuova umanità unita.
Ciò che le scritture testimoniano rispetto ad Abramo e a Sara è l’assoluta fedeltà che hanno avuto verso Dio. Tale fedeltà nasce dalla capacità di loro due di ascoltare la sua voce, anche quando essa si manifesta in un modo strano, tanto da far ridere, come viene raccontato di Sara. In un altro passo, Dio conferma quanto detto, dicendo ad Abramo: “Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce” (22, 18).
La vocazione della discendenza di Abramo, è quella dell’ascolto della parola di JHWH, che ha rivelato che siamo creature sue. Così Dio ha indicato agli uomini la via che li rende liberi dalla schiavitù dell’idolatria.
Tutte le nazioni della terra sono figlie di Abramo perché Dio ha detto che si sentiranno benedette da lui, cioè che devono la loro vita a lui. Sentirsi benedetti significa sentirsi figli, in quanto nati dalla forza vitale dell’amore dei genitori e dei propri avi.
Isacco, figlio di Abramo, è dunque il fratello maggiore di altri figli.
Tutte le nazione della terra hanno gli stessi doni che Dio ha fatto ad Abramo e alla sua discendenza, in quanto benedette. La rivelazione, che è una delle espressioni di tale benedizione, ha spiegato all’umanità che l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio. Solo quando l’uomo sarà capace di riconoscere quel Dio che l’ha creato, sarà capace di guardare all’altro uomo e all’altra nazione come figlio e come figlia dello stesso padre, di Abramo. L’uomo deve ascoltare e poi rispondere alla richiesta di rapporto che Dio vuole con lui.
Il rapporto che Dio chiede di avere con l’uomo si basa sulla fiducia, in un certo modo reciproca, che è molto simile alla fiducia che si danno due amanti. Essa non si basa sul calcolo e sul profitto e ha bisogno, perché il rapporto funzioni, della donazione senza riserve da entrambe le parti. La grandezza dei patriarchi, a partire da Abramo, è stata questa fiducia in Dio, e credo di poter dire anche, guardando a Dio, che la grandezza di Dio è stata quella di dare fiducia a loro. Portare questo rapporto fra l’uomo e Dio nella società, significa produrre una rivoluzione di proporzioni inimmaginabili. Il principio presente in tutti i testi biblici che l’immagine dell’uomo rimanda a quella di Dio spiega il rapporto d’amore tra Dio e la sua creatura fatto di donazione, e spiega la capacità dell’uomo di amare l’altro uomo. Senza tale principio non sarebbe possibile, o perlomeno lo sarebbe solo fino a un certo limite, oltre al quale non potrà che esserci pòlemos, guerra. Se posso amare l’uomo in quanto amandolo amo Dio, sono capace di misericordia perché ho sempre davanti agli occhi ciò che il prossimo richiama, cioè l’immagine di Dio stesso. Per questo Abramo chiede al Signore di risparmiare Sodoma dalla distruzione in virtù anche di un solo giusto. Quell’unica persona “giustifica” infatti tutti i peccatori della città. Abramo chiede e osa chiedere a Dio perché sa che Dio vuole da lui che faccia così. Dio vuole dare misericordia, ma tramite il cuore di Abramo che possiede il dono di dubitare che l’uomo perda completamente quella immagine e quella somiglianza di colui che ama. I peccatori si salvano dalla distruzione per la mediazione di Abramo e per il dubbio che possa esserci anche un solo giusto, ma soprattutto perché quell’unico giusto della città potrebbe anche rappresentare quell’immagine di Dio che c’è comunque nei peccatori e che Abramo continua a vedere.
Il Dio di Abramo è un Dio che, come l’amante del Cantico, anela alla sua amata e, se si vuole, con una tensione irrazionale, impulsiva e violenta. Di questo l’uomo, pur provando fascino, ha spesso paura, come ha paura di innamorarsi perdutamente di qualcuno. Spesso l’uomo a questo amore totale preferisce le immagini speculari di ciò che potrebbe essere questo rapporto, le quali, in quanto immagini speculari, sono l’opposto dell’amore vero.
L’amore non corrisposto è uno dei drammi più profondi del creato intero, per cui si può dire che tutto il contrario dell’amore, e cioè la guerra, l’odio e la distruzione della natura, è il frutto di questa ritrazione dell’uomo di fronte alla dichiarazione d’amore che Dio ha fatto con la benedizione trasmessa con la discendenza di Abramo e mediante altri modi: nell’immenso dono del creato e anche, aggiungerei, nell’età infantile.
Si può percepire che Dio vorrebbe amare l’uomo e che si farebbe amare da lui, per cui, facendo uno sforzo enorme per togliere le distanze tra Dio e l’uomo, la reale differenza, forse quella più sostanziale, consiste in questo: che l’uomo prova paura (per un motivo in realtà misterioso) ad abbandonarsi a questo amore. Una paura che è a volte quasi invincibile (vedi il problema del “male”).
Esseri figli di Abramo vorrebbe dire, alla fine, smettere di avere paura di amare e, non è banale dirlo, di farsi amare.
Giovanni Ibba
5 Giugno 2004
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