Nell'affidare questi pensieri ai sacerdoti e agli sposi, ambedue impegnati nel servizio di una comunità che può essere ben definita "famiglia di famiglie", vorrei consegnarvi un momento della mia vita dal quale è nata la convinzione di un generoso impegno pastorale a favore del matrimonio.
Era il 1974. In una fredda serata d'inverno bussarono alla porta della parrocchia due giovani ragazzi; erano fidanzati e manifestarono il desiderio di sposarsi nell'estate successiva. Mi dissero: "Vogliamo capirci qualcosa". Cominciammo a conoscerci, a farci anche delle confidenze tanto che i due giunsero in breve tempo a celebrare la misericordia di Dio.
Ricordo che essi sembravano sciogliersi e spiritualmente rinnovarsi ogni volta che più intensamente si progrediva nella comprensione della vocazione sponsale e della chiamata alla santità. Celebrarono il matrimonio con semplicità, ma con gioia. Ebbero tre figli. Sono tuttora generosi e pieni di entusiasmo. Mi dissi allora: "Perché non cominci a fare così con tutti i fidanzati che si presentano per il matrimonio?". Lo feci e tuttora mi sento spiritualmente arricchito dall'incontro con quanti, fidanzati o sposi, chiedono di essere accompagnati a scoprire il grande "dono di Dio" sulla loro vita.
La mia è solo una testimonianza che vuole incoraggiare in quello che è ormai anche una necessità pastorale.
Nell'ultimo Convegno Regionale di Pastorale Familiare a Prati di Tivo, dove si rifletteva sull'aspetto pastorale della Familiaris Consortio, dicevo che "pastorale è il farsi presente a me, a te, a ciascuno di noi di Gesù Signore, Risorto dai morti, vivo in mezzo a noi, Pastore e Sposo della sua Chiesa. La comunità dei "salvati" da Lui attinge continuamente per imparare a divenire comunità di "salvanti", inviati cioè, ad annunciare il suo grande amore ad ogni creatura, a partire dai più lontani".
Con la pastorale familiare la Comunità cristiana si fa compagna di viaggio di sposi e famiglie per aiutarle a raggiungere la pienezza di una vita umana e cristiana, che altro poi non è che la risposta alla vocazione universale alla santità (LG 39).
Questo ambito pastorale spinge ad aprirsi ai grandi valori ed ai complessi scenari della società odierna.
Nello stesso tempo è la pastorale delle "meraviglie", del piccolo quotidiano, dell'essenziale; rispetta i silenzi e gli stupori di donne custodi di una nuova vita; "adora" la consapevolezza di essere uomini e donne, di essere padri e madri che si fanno dono reciproco ed insieme per i figli.
Ma sperimenta anche la durezza e la difficoltà dell'intrecciarsi della fede con ampie problematiche sociali e culturali, con le ferite profonde che spesso affliggono la famiglia.
Infine, questo impegno pastorale ci aiuta ad entrare con rispetto anche nei titubanti sentimenti dei giovani fidanzati che cercano di scoprire il seme di vocazione che Dio ha posto nel loro amore.
Se la Comunità cristiana avrà pazienza di scoprire queste "meraviglie", esse appariranno come doni dello Spirito.
Inoltre la Comunità cristiana si sentirà chiamata a confrontarsi "con delicato pudore" e amorevole verità con le situazioni sponsali e familiari dove la comunione interpersonale e di grazia si è spezzata.
Consapevoli che "Senza Cristo non possiamo fare nulla" (Gv 15, 5), ora ci poniamo in ascolto di Lui impegnandoci ad assumerne il metodo pastorale.
"Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: "Dammi da bere". I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: "Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana? ". I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere! ", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva". Gli disse la donna: "Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge? ". Rispose Gesù: "Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna". "Signore, gli disse la donna, dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua". Le disse: "Và a chiamare tuo marito e poi ritorna qui". Rispose la donna: "Non ho marito". Le disse Gesù: "Hai detto bene "non ho marito"; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero". Gli replicò la donna: "Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare". Gesù le dice: "Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità". Gli rispose la donna: "So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa". Le disse Gesù: "Sono io, che ti parlo".
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: "Che desideri? ", o: "Perché parli con lei? ". La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: "Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia? ". Uscirono allora dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: "Rabbì, mangia". Ma egli rispose: "Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete". E i discepoli si domandavano l'un l'altro: "Qualcuno forse gli ha portato da mangiare? ". Gesù disse loro: "Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché ne goda insieme chi semina e chi miete. Qui infatti si realizza il detto: uno semina e uno miete. Io vi ho mandati a mietere ciò che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro".
Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna che dichiarava: "Mi ha detto tutto quello che ho fatto". E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e dicevano alla donna: "Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo" (Gv 4,5-42).
IL METODO DELLA VICINANZA O "PROSSIMITÀ"
Il brano del Vangelo ci offre una educazione pastorale e ci sollecita una riflessione teologica.
L'educazione pastorale può essere riassunta con il metodo della vicinanza o della "prossimità", come oggi più propriamente si dice. Gesù non è "il pastore dell'omelia" piuttosto "il salvatore" che cerca con sollecito amore.
Il pensiero teologico a sua volta può essere riassunto nella "Sponsalità di Cristo" con la sua Chiesa celebrata con la "Signoria della Croce".
- "Mezzogiorno": nell'incontro di Gesù con la samaritana al pozzo nell'ora di mezzogiorno risalta un chiaro carattere spirituale e sponsale. Richiama il mezzogiorno in cui Gesù viene crocifisso e si rivela come Sposo che "ama e dà la sua vita" per la Chiesa sua Sposa; la genera donandosi a lei. Al pozzo e alla croce si manifesta sposo innamorato che riversa la sua ineffabile misericordia di salvezza.
- "Sedeva presso il pozzo di Giacobbe": Gesù intenzionalmente si ferma. Egli va in Samaria per fare la volontà di Dio, superando ogni ostilità culturale e religiosa e
attende. C'è un cuore sponsale che arde d'amore in attesa di un incontro perché è Lui che disseta "Chi crede in me non avrà più sete" (Gv 6,35). È affaticato, ma ripieno di paziente tenerezza.
- "Arriva una donna di Samaria a prendere acqua": una donna senza nome e senza volto, ma che porta in sé una drammatica storia di infedeltà coniugale e una misteriosa sete. Ha urgente necessità di dissetarsi, di risuscitare la sua voglia di vivere.
- "Le dice Gesù: "Dammi da bere": quale squisita attenzione da parte di Gesù! Rompe ogni tabù, si rivolge alla donna non dall'alto della sua superiorità di uomo giudeo, ma dal basso, dalla sua condizione di uomo bisognoso. Dio agisce facendosi bisognoso e mendicante, servo degli uomini. Cristo svela un'altra sua sete e "provoca" la donna con un linguaggio che solo essa poteva capire.
La donna reagisce alla richiesta di Gesù ricordandogli i contrasti razziali e religiosi tra lei samaritana e lui giudeo. Alla sfida della samaritana, Gesù risponde svelando il suo spirituale interesse.
- "Se tu conoscessi il dono di Dio e colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva": parole accorate che invitano a riconoscere il dono di Dio e il volto di colui che implora di essere accolto.
Gesù offre se stesso per amore di lei, la vera bisognosa, e per educarla alla vera comprensione dell'amore. Lo sposo va in cerca della "sposa-Chiesa" adultera. Incontrandola non la minaccia, non la castiga, ma ha fatto come in Osea (2,16-17), la riprende con sé e le offre un dono singolare: se stesso.
L'atteggiamento di Gesù con il peccatore non è quello del giudice che chiede conto del malfatto, ma è quello dell'amore che offre se stesso: "Se tu conoscessi il dono di Dio".
La buona notizia è questa: Dio non distingue tra uomini meritevoli e no, tra ortodossi ed eretici, perché l'amore di Dio si rivolge ad ogni creatura. Dio non ama gli uomini secondo i loro meriti ma secondo i loro bisogni; più uno è bisognoso, più l'amore di Dio in lui si fa insistente ed efficace. Dio non ama perché gli uomini sono buoni, ma li ama perché lui è buono.
- "Dammi di quest'acqua": la donna avverte nelle parole di Gesù una "novità" di cose che ella non conosce e si sente richiamata a riscoprire la verità su di sé e sull'amore e si arrende alla tenerezza di Cristo.
- "Va' a chiamare tuo marito e poi ritorna qui": è un colpo di scena inaspettato! Gesù non indossa i panni del moralista rimproverando la donna per la sua condotta, invita, invece, la donna ad offrirgli il suo amore sponsale ferito. La riconduce alla verità e la costringe a riconoscere la sua sete, il disagio spirituale che le deriva da suo "svendere" l'amore.
- "Non ho marito": la donna riconosce la sua situazione. L'Amore ha risvegliato il suo cuore e l'aiuta a prendere coscienza della sua storia di infedeltà. Cristo sposo la conduce a misurarsi con "il principio", il progetto di Dio che vuole un uomo e una donna per "una carne sola" (Gn 2,24).
Sentendosi amata, apre il suo cuore alla rivelazione e riconosce Gesù come "profeta" che le dice "le cose nuove".
- "Sono io, che ti parlo": Gesù si presenta. È il Messia, lo Sposo con noi, Colui che si consegna per far vivere donando non l'acqua, ma "una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna".
Cristo pastore "grande e amorevole" ha compiuto i passaggi della sua azione di salvezza: cerca, incontra, conosce, annuncia, accoglie, offre salvezza. Ogni Comunità cristiana, (come soggetto di evangelizzazione) e ogni sacerdote devono far proprio questo metodo pastorale attuato al pozzo di Samaria, nei confronti delle famiglie e, in particolare, di quelle dove è presente la stessa storia della samaritana.
PERCHÉ NON SOSTARE?
L'invito è per tutti voi uomini e donne che Dio chiama ad essere nel mondo sacramento del suo amore: a voi fidanzati, che scrutate il disegno di Dio su di voi; a voi sposi che già avete accolto la chiamata che Dio vi ha rivolto; per voi mariti e mogli in qualche modo feriti da incomprensioni e ormai incamminati su percorsi di solitudine; a voi papà e mamme che non riuscite a offrire un comune progetto educativo ai figli.
Vi prego, sostate al pozzo di Samaria.
La sosta al pozzo è come lo scrutamento del cuore che consente di conoscere la storia personale e dei fratelli, compagni di viaggio. Lì si ascoltano le confidenze dello Sposo e la sua Parola di salvezza.
La sosta al pozzo è un invito a lasciarsi amare da Cristo: egli offre se stesso come Parola che fa chiarezza nella vita e, "corpo dato e sangue versato" nell'Eucarestia, come medicina e nutrimento di vita.
Il cuore paterno di Giovanni Paolo II nell'omelia del Giubileo delle famiglie diceva: "Al centro dell'alleanza sacramentale degli sposi, grazie alla potenza redentiva di Cristo, sgorga la sorgente di acqua viva
Gesù guida la samaritana alla verità su quell'amore che dovrebbe unire l'uomo e la donna nel matrimonio
Solo nella verità dell'amore matrimoniale marito e moglie adorano Dio "in spirito e verità"
Rinnovare la grazia del sacramento del matrimonio significa ritrovare la verità sull'amore degli sposi e genitori, che ha il suo inizio in Dio creatore e il suo definitivo sigillo sacramentale nel Redentore del mondo. Significa accogliere questa verità; accettarla col cuore e con la coscienza; fare di essa la misura della vita"
"SE TU CONOSCESSI IL DONO DI DIO!"
Cosa scopri tu uomo e tu donna?
La bellezza della vita ricevuta in dono;
la voglia e l'impegno di godere della vita imparando ad apprezzarla, di volerla piena, gioiosa, appassionata e generosa.
Che cosa trovate al pozzo voi fidanzati?
L'immediatezza di un rapporto singolare che vi fa sentire amati;
la trasparenza di uno sguardo che ri-scopre in voi la Bellezza;
la capacità di accogliere la Buona Notizia di un progetto per cui vale la pena spendersi;
il sentirsi interpellati a capire il senso della vocazione al matrimonio cristiano e della vita alla quale introduce;
l'amare responsabilmente in pienezza di fedeltà e di dono reciproco, per sempre;
Che cosa è il dono per voi coppie sposate?
La coniugalità, che è capacità di amare come Cristo: in modo fedele, indissolubile, fecondo;
che ci si è consegnati ad una persona con la quale intrecciare una straordinaria ed unica modalità relazionale di vita e d'amore, un "altro da me" che mi permette di conoscere me stesso e apprezzare la sua diversità;
che c'è stata una chiamata che comporta l'attuazione piena di un progetto
di vocazione al dono di sé, totale e coraggioso, nella coppia e nella famiglia;
che la tenerezza semplice e limpida vissuta nell'affettività giorno per giorno, dà senso e gusto ad ogni ferialità;
la voglia di raccontare che l'amore di Dio sperimentato va testimoniato con generoso impegno di missione ai fratelli.
Che cosa scopri tu comunità?
L'urgenza di testimoniare il valore del Matrimonio-Sacramento manifestando come si possa vivere il "per sempre" nella fedeltà, nell'unità e nella gioia e come si possa condividere con altre coppie e famiglie, il cammino non facile, ma entusiasmante verso la santità coniugale e familiare;
la necessità di formarsi alla sensibilità comunionale nei confronti delle famiglie della comunità, ferite ed umiliate da fratture e divisioni, offrendo allo stesso tempo "un esempio convincente della possibilità di un matrimonio vissuto in modo pienamente conforme al disegno di Dio e alle vere esigenze della persona umana" (NMI 47).
Che cosa scopri tu pastore?
Il metodo della vicinanza o prossimità;
la disponibilità all'ascolto, al dialogo e alla tenerezza, salendo "sul carro della famiglia" vera risorsa per tutti; la comprensione dei problemi delle famiglie e la capacità di valutarli in pienezza di accoglienza e di misericordia secondo l'ottica del progetto salvifico di Dio.
Che cosa potete trovare voi coppie ferite?
La nostalgia dell'amore che si fa perdono e che risana; la pace nel lasciarsi illuminare dal volto di Cristo e in lui ritrovare la verità su se stessi;
la percezione tenerissima dell'armonica coniugazione tra libertà e obbedienza;
la sofferenza per aver tradito la comunione d'amore con il creatore;
la misericordia che apre il cuore e l'anima alla conversione;
il coraggio a ricercare e attuare lo spirito di riconciliazione e la ricchezza di ciò che siamo capaci nuovamente di donare.
Cosa fare per questi fratelli?
Usare la delicatezza di non condannare e non allontanare, ma di accompagnare verso la vita della comunità, incoraggiati anche dalle parole del Santo Padre sul tema dei divorziati risposati: "Questi uomini e queste donne sappiano che la Chiesa li ama, non è lontana da loro e soffre della loro situazione. I divorziati risposati sono e rimangono suoi membri, perché hanno ricevuto il Battesimo e conservano la fede cristiana".(G. Paolo II, Udienza XIII Assemblea Plenaria Pontificio Consiglio per la Famiglia).
Aiutare a scoprire le cose possibili, quelle che ognuno o personalmente o com'unitariamente può vivere: la preghiera, la penitenza, il sapore del pane della Parola, il gusto del servizio e della carità ai fratelli e con i fratelli, il percorso di riconciliazione, l'educazione alla fede e alla solidarietà.
Affido questa mia riflessione, sosta anch'essa al pozzo di Sicar, a tutti voi, e la pongo sotto la materna intercessione della Vergine Lauretana che è venuta a visitarci in preparazione all'incontro delle famiglie con il Santo Padre.
Sia lei, donna, sposa e madre a far nascere in tutti un impegno pastorale sempre più corale, generoso e perseverante nella nostra comunità diocesana e nelle parrocchie a favore della famiglia e con la famiglia.
Incoraggio e benedico di cuore