Lespressione "il dono di Dio " non si trova che una volta nel Vangelo di Giovanni.
È Gesù che la usa nel dialogo intrecciato presso il pozzo di Giacobbe con una donna di Samaria, venuta per attingere acqua. A questa donna Gesù chiede da bere. Ella si stupisce della richiesta, perché tra Giudei e gli Samaritani non c'era nulla in comune, se non una mutua diffidenza. Allora Gesù le dichiara:
"Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è Colui che ti chiede da bere, saresti tu che Gli avresti domandato e sarebbe Lui che ti avrebbe dato dell'acqua viva" (cfr Gv 4,10).
Gesù è venuto per farcelo conoscere. Le sue parole ci insegnano che cosa Dio dona, a chi dona, perché dona.
Ascoltiamole, confrontandole semplicemente, affinché le une illuminino le altre.
Ascoltiamo Colui che ora ce le rivolge, come le ha rivolte un tempo alla Samaritana e ai suoi uditori. Egli ha sete di essere ascoltato, per farci conoscere "il dono di Dio", di quel Dio di cui è Figlio.
Ecco, dapprima, una parola che Giovanni ha posto nel corso del dialogo tra Gesù e Nicodemo:
"Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio, il suo Unico, perché ogni uomo che crede in Lui non perisca, ma abbia la vita eterna" (cfr Gv 3,16).
Queste parole sono semplici, ma dense di significato.
Rispondono alle tre domande principali che noi possiamo porci riguardo al dono di Dio:
- che cosa dona Dio? Suo Figlio, il suo Unico Figlio.
- a chi lo dona? A coloro che credono nel suo Figlio.
- perché lo dona? Perché gli uomini siano liberati, per mezzo di Lui, dalla morte, perché essi vivano della vita che il Figlio è venuto a comunicare: la vita eterna.
Questa parola non dice tutto?
Che dire di più? Non c'è nulla da aggiungere, ma bisogna approfondire queste verità così semplici, ascoltando altre Parole del Signore.
Una risposta ci è data da questa affermazione di Gesù: "Io sono il Pane di vita" (cfr Gv 6,35-48).
Che cosa vuol dire?
La manna, data un giorno al popolo di Dio nel deserto, non era che il simbolo di questo Pane, perché essa non veniva realmente dal cielo, e non dava la vera vita a coloro che la mangiavano.
Gesù, invece, è la realtà che quella manna annunciava e raffigurava.
Se Egli è tale pane, è perché Egli è il dono fatto al mondo da suo Padre, è il Figlio di Dio mandato dal Padre, è la Parola di Dio, venuta nel mondo facendosi carne, per farci conoscere suo Padre.
Ci dice, infatti: "È il Padre mio che vi dà il pane (che viene dal cielo), il vero pane. Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo" (cfr Gv 6,32-33).
Bisogna ricevere ancora e ancora quel dono.
Bisogna ancora andare a Gesù, Parola che ci fa conoscere il Padre, Parola che ci fa credere in Lui, che è il Figlio unico di Dio. E se noi crediamo in Lui, ci apriamo anche al dono di Dio, e questo dono sarà in noi sorgente di vita eterna. Gesù ce lo promette: "Chi viene a me, non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. (...) Perché è volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna" (cfr Gv 6,35 e 40).
Questo dono è il frutto dell'amore di Dio per il mondo; ma il mondo non ha creduto in questo amore, non ha ricevuto il dono che Dio gli ha fatto di suo Figlio, il dono che Gesù voleva fare al mondo della sua vita. È questo il peccato del mondo: rifiuto del dono di Dio, rifiuto di credere in Gesù per mezzo del quale e nel quale il Padre voleva darci la sua vita (cfr. Gv 1,10-11; 16,9).
A causa di questo rifiuto, la venuta di Gesù prende un nuovo aspetto.
Egli non è soltanto colui che viene a dare al mondo la vita, e che la dona ai credenti; egli è anche colui che è mandato al mondo peccatore per salvarlo dalla sua incredulità, per rivelargli il perdono del Padre, per dargli la vita, affinché quelli che il Padre gli ha dato vivano, e quelli che rischiano di perdersi possano salvarsi. Egli è il vero Pastore, colui che dà la vita per le sue pecore (cfr Gv 3,16-18; 10,10-11,26 e 29).
Per salvarli dalla morte, Gesù viene a dare ai peccatori un nuovo segno dell'amore al quale si sono rifiutati di credere. Gesù, la Parola di Dio fatta carne, il Figlio di Dio diventato figlio dell'uomo, è venuto a dare agli uomini il potere di diventare figli di Dio. Poiché essi non hanno creduto, e per dar loro la possibilità di credere, Egli ha preso carne umana e si è donato per la vita del mondo.
Da quel momento, per accogliere il perdono e il dono di Dio, per manifestare la loro fede in Gesù,
che li salva con il suo sacrificio, essi devono mangiare la sua carne e bere il suo sangue: la carne e il sangue del Figlio dell'uomo, che, elevato da terra, attira tutti gli uomini a Lui.
Credere in Gesù, non è, dunque, credere soltanto che il Figlio di Dio è disceso dal cielo diventando uno di noi, per farci intendere il richiamo di Dio e diventare suoi figli, ma è anche credere che egli è ritornato al Padre, e che, per passare da questo mondo alla gloria di suo Padre, che egli ha, e che vuole comunicarci, è stato innalzato sulla croce, per rivelarci l'amore che perdona, e che vuole vivificarci. Noi possiamo ora comprendere la sete di Gesù, il senso profondo di questa sete che egli esprimeva alla Samaritana, dicendole: "Dammi da bere!", che Egli risentì sulla croce e che Gli fece dire: "Ho sete!" (Gv 19,28).
Gesù desidera darci quell'acqua viva di cui egli parla alla Samaritana: "Se tu sapessi chi sono Io, tu mi chiederesti e io ti darei dell'acqua viva, quella che diventa, in colui che la beve, una sorgente zampillante di vita eterna" (cfr Gv 4,10-14).
Che cos'è, dunque, quest'acqua viva? Che rapporto c'è tra essa e il dono Dio?
E' ancora l'evangelista Giovanni che ci indica il senso di un richiamo di Gesù nel tempio:
"Se qualcuno ha sete, venga a me e beva, colui che crede in me!" (Gv 7,37-38).
Parlando così, dichiara l' Evangelista, Gesù chiamava gli uomini a venire a lui come ad una sorgente: venire ad attingere lo Spirito alla sua sorgente. L'acqua viva che bisogna chiedere a Gesù è il suo Spirito.
Se Gesù è il dono di Dio, se Dio manda Gesù per darci la vita eterna, la missione del Figlio di Dio non è compiuta se non quando egli ci dà lo Spirito. E ci dice egli stesso il perché, quando annuncia ai suoi discepoli che sta per lasciarli per andare a colui che lo ha mandato : "È bene per voi che me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore. (...) Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera" (Gv 16,7 e 13).
In effetti, il dono che Dio vuole farci mandandoci suo Figlio, non è quello di una presenza che resti esteriore. Certo, Gesù ha abitato tra gli uomini, e la sua presenza li ha illuminati; ma questa presenza esterna è stata loro tolta, perché è di una presenza interiore, piuttosto, che Gesù voleva gratificare gli uomini che credevano in Lui.
ll dono della vita eterna, che è lo scopo della missione di Gesù, non è il dono di una realtà che si possa possedere, è quello di una vita alla quale si comunica. La vita di Gesù è una vita "filiale", una vita di comunione con suo Padre. È lo Spirito del Padre che anima Gesù e che ispira tutta la sua vita. Il Padre e il Figlio sono, infatti, uniti in un dono eterno, atto del loro mutuo amore. Essi non hanno due spiriti, ma il medesimo Spirito unisce il Padre e il Figlio. È dandoci il suo Spirito, dunque, che Gesù ci dona di essere figli come lui, di comunicare alla sua vita di figlio, al suo amore, alla sua gioia di Figlio. Dandoci il suo Spirito, ci da il potere di diventare figli di Dio. Per mezzo di questo dono, il nostro essere è trasformato; una vita nuova incomincia per noi: la vita eterna.
Tale è "il dono di Dio", al quale ci apriamo per mezzo della fede. Questo è il "dono di Dio", che custodisce eternamente ricettivi coloro che lo accolgono; perché questo dono non è ricevuto veramente che da quanti lo ricevono per comunicarlo appunto questa verità che ci richiama la massima di Gesù, tramandata da Paolo: "Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!" (At 20,35).
Vivere secondo questa massima è essere introdotti dallo Spirito nel mistero del "dono di Dio".