Pozzo di Giacobbe





Pistoia, 18 Marzo 2004

I filosofi davanti a Cristo: Kierkegaard

Introduzione di Anna Giannatiengo Quinzio dell'Università di Perugia



Il dibattito su Cristo raggiunge, nella prima metà dell'Ottocento, una fase dì grande importanza sia in ambito teologico che filosofico.

In questo contesto, che vede il mutare del cristianesimo in umanesimo e della teologia in antropologia, emerge Kierkegaard, il rappresentante della reazione cristiana all'hegelismo e alla sua riduzione parilogistica della realtà.

Kierkegaard è il padre dell'esistenzialismo contemporaneo poiché compie un'indagine sull'esistenza qui ed ora dell'uomo, non sull'astratto ma sul concreto dell'esperienza personale umana. Per Kierkegaard il problema non è se Dio esiste o meno, ma ciò che accade all'uomo se fonda la sua vita su Dio, perché il dio raggiunto con una dimostrazione non è il vero Dio che, per la Sua trascendenza, è fuori da ogni logica. Verrà così analizzata l'interpretazione della figura di Cristo, da Kierkegaard visto come tramite, come mediatore tra il finito e l'infinito.

Nel pensiero di Kierkegaard la figura di Cristo, sebbene sia trattata un po' ovunque, si fa più interessante in alcuni scritti pseudonimi: le Briciole di filosofia (1844), la Postilla conclusiva non scientifica (1846), la Malattia mortale (1849) e, soprattutto, l'Esercizio del cristianesimo (1850). Riguardo al cosiddetto "materiale personale", non solo disseminato nel Diario del filosofo, è da dire che esso rappresenta il depositario della figura di Cristo nella fase embrionale e di sviluppo, che funge da verifica per la riflessione pubblica vera e propria.

L'importanza del cristianesimo, per Kierkegaard, è l'ingresso di Dio nel tempo attraverso l'opera del Cristo. Da questa prospettiva, Kierkegaard attribuisce al Salvatore vari caratteri. Cristo è ínnanzitutto il mediatore tra uomo e Dio, il "maggiordomo che ci avverte che noi non possiamo rivolgere direttamente il nostro discorso a Sua Maestà" (Diario), colui che mentre avvicina allontana, mentre allontana avvicina. La mediazione tra Dio e l'uomo, che Cristo realizza, porta però con sé il pericolo che la distanza tra Dio e l'uomo venga soppressa e si giunga ad una identità finale uomo=divino: Cristo è, allora, il paradosso. Si approda poi al carattere di Cristo come modello: Cristo è la via, è il modello da imitare, non l’”oggetto di un pigro e sterile ammirare e contemplare” e, se la via di Cristo è la via della croce, si dovrà seguire questa via.

Vedremo così che il Cristo di Kierkegaard “è in ogni istante Dio e uomo - come il riflesso del cielo nel mare ha la profondità della volta celeste”.




Cristiano Ricciarelli