Pozzo di Giacobbe



Nota sulla prof.ssa Anna Giannatiempo Quinzio







Anna Giannatiempo con il marito Sergio Quinzio, teologo





Presentiamo un articolo apparso sul Giornale di Brescia a proposito di una conferenza della Professoressa Anna Giannatiengo Quinzio:

Anna Giannatiempo Quinzio ha chiuso al Sancarlino il ciclo
«Le figure dell’umano»

Scandalo e paradosso del Credente

Parlare del Credente potrebbe sembrare la cosa più scontata, dopo aver esplorato figure dell’umano così complesse come l’Ateo o il Nichilista.
Eppure è tutt’altro che facile, anzi risulta compito particolarmente arduo, dialogare con colui che ritiene di avere una fede, con chi deve continuamente rimettersi in discussione lungo un cammino che non arriva mai ad una meta e che si pone come un principio attivo, teso a riproporsi incessantemente senza «mai realizzare in sè quell’ideale che pone come fine ultimo della propria vita ».

Ne è convinta Anna Giannatiempo Quinzio, che con la sua densa e bella conferenza ha concluso al teatro Sancarlino il ciclo Figure dell’umano, promosso dalla Provincia e coordinato da Emilio Salvatore e Umberto Stefani.

La studiosa, profonda conoscitrice del pensiero di Kirkegaard ed autrice di opere come Il cominciamento in Hegel, L’estetica in Kirkegaard, Kirkegaard, filosofia e paradosso, ha fatto riferimento al Credente come ad una figura che è al di fuori di ogni categoria e che per le sue stesse caratteristiche si oppone ad ogni tentativo di inquadramento in schemi logici o classificazioni razionali.
Il Cristianesimo visto come problema paradossale segue l’impostazione tracciata da Kirkegaard, il filosofo danese che comprese fino in fondo il dramma della scelta religiosa in relazione all’individuo - proiettato in un mondo, come scriveva Dostoevskij, di miscredenza e di dubbio - e al suo rapporto con Dio.

«Il dilemma è se accogliere le argomentazioni a favore della ragione o avere il coraggio di credere anche contro l’evidenza di questi argomenti  - osserva Anna Giannatiempo Quinzio -. La filosofia moderna parte dal principio di affermare se stessa come verità e di non aver bisogno, quindi, di una verità trascendente ed assoluta. Sono infiniti gli idoli della ragione, ma Cristo sta dall’altra parte e ciò è molto difficile da accettare anche per il Credente».

Il Credente è colui che non vede nulla, ma un giorno ha sentito una parola inaudita che prometteva la salvezza; vive nell’oscurità, non scorge il volto del Divino il quale, forse, gli sarà svelato alla fine dei tempi: «Dio si è annullato nel corpo di Cristo, assieme alla sua gloria e alla sua onnipotenza per diventare una persona umana, povera, che si mostra in tutta la sua umiliazione», prosegue la studiosa.
Un mistero che nessuna teoria filosofica può sciogliere, ma che come uno  scandalo deve restare innalzato davanti ai dogmi della razionalità. Non ci sono altre armi se non la fede per la lotta del Credente che, in fondo, è  ancora più disperato ed ha più paura degli altri, dovendo appellarsi ad ogni sua risorsa interiore per reggere una sfida senza pari. Giannatiempo Quinzio accenna alla letteratura della fine, ad autori come Kafka, Céline, Beckett, accomunati dall’orrore della vacuità e dal terrore della morte. Sentimenti che generano angoscia e che difficilmente possono essere sopportati se non ci si rivolge a Dio « per chiedergli la redenzione».

Si tratta di trovare la forza di acconsentire all’evento scandaloso della Croce, ma anche alla speranza nella Resurrezione come promessa per l’intera umanità. «Può veramente Dio salvare l’uomo senza che questi glielo chieda?» si domanda la filosofa: «Il Cristianesimo non è un’utopia romantica.

Soltanto se l’uomo riuscirà a rendere Dio onnipotente con la sua supplica e la sua preghiera, potrà essere salvato
».